CARLO BELGIOJOSO.
.
IL CONTE DI VIRTU'.
STORIA ITALIANA DEL SECOLO 14ESIMO.
.
Parte 4.
.
1876. Francesco Vallardi Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
125.
...
.
...
Medicina non disse al compagno pi di quanto era strettamente necessario per dar principio al suo disegno. Dimand d'essere condutto quella stessa notte al luogo ove dimorava Agnese, dichiarando di volere arrivarvi un'ora prima dell'alba.
Bergonzio per girar largo, e dar tempo a torre di mezzo ogni eventuale imbarazzo, propose di partir subito, dicendo tanto e tanto esser meglio aspettar l, che non altrove. Alle quali parole il ciurmatore aggiunse un cenno affermativo del capo, mentre colla mano destra comandava al compagno di precederlo per insegnargli la strada.
.
Le tre ore di cammino passarono senza accidente. L'uno procedeva dietro l'altro sur un sentiero serpeggiante fra i campi, che a tratto a tratto si smarriva entro le stoppie e gli scopeti, per isvolgersi di nuovo lungo le siepi od attraverso i boschi. La luce era scarsa ed infida; sotto l'obliquo raggio della luna, le ombre si prolungavano all'infinito, rendendo sul loro corso l'aria pi fosca e pregna di vapori. A tratto a tratto una mezza luce bianca ed incerta, squarciava quelle ampie pezze brune, che sembravano lo strascico di un drappo funebre steso capricciosamente sul suolo. I viandanti non potevano tenere l'egual passo; l'acceleravano o il rallentavano a seconda del pi o men comodo andare; talvolta era necessario arrestarsi per varcar siepi o rigagnoli; tal altra retrocedere sulla via gi percorsa, e cercare l'entrata di qualche macchia folta o spinosa.
.
Medicina era sempre taciturno. Il suo disegno, nettamente delineato quanto allo scopo, ma ancora troppo vago nei mezzi, lo trascinava, non senza grave pena, in un labirinto di congetture, fra cui non giungeva a discernere la pi probabile. Studiavasi di contraporre ad ognuna di esse un'escita; e s'affaticava a premunirsi contro ogni eventualit sfortunata: ma il doppio assunto gli consumava le forze.
A quando a quando per non mancava di volgere qualche parola al compagno per completare le nozioni necessarie a' suoi progetti. Ora lo interrogava pi precisamente sul luogo cui erano avviati, ora dimandava conto di questo o di quell'arnese, che gli poteva tornar buono improvisamente. Una volta gli chiedeva, a cagion d'esempio, se erasi munito di battifuoco e di selce, un'altra se aveva proveduto una scala di corda; poi faceva l'esame delle armi, o s'arrestava a studiare di nuovo la pianta della casipola gi tracciata dal suo esploratore. Pareva infine che non avesse troppa fretta di giungere alla sua meta.
.
Un galantuomo, che va pei fatti suoi, supponiamolo anche avviato a far del bene, se  sorpreso dalla notte, in mezzo ad una campagna deserta, dove non abbia altra scorta che il lume melanconico delle stelle, e non oda che lo scroscio delle foglie agitate dal vento, o il mormorio delle acque lontane, non sar pi, per regola generale, il rodomonte che  di pien giorno. Quei brividi, che gli increspano la pelle al soffio della brezza notturna e dietro una veglia prolungata, gli attraversano i muscoli e le ossa; e penetrati nelle viscere vi destano una commozione solenne, che potrebbe dirsi il primo sintomo del terrore. Chi a debellare queste apprensioni invoca il coraggio, nell'allestire le armi, e nel precorrere il pericolo colla difesa, ha gi tacitamente riconosciuto l'esistenza di un nemico; e i mezzi apprestati sono nulli, o scarsi, perch ci che si crede una larva fuggevole  l'espressione di un sentimento sacro e sublime ridestato dalla vista della natura nella sua pi severa maest. Impallidiscono a fronte di essa le tiepide rimembranze della vicina giornata; le memorie delle scorse gioje si cancellano; la stessa coscienza del bene che si  fatto, o che si ha il proposito di fare, rimanda i suoi conforti ad altro momento.
.
Quelle ubbe, di cui avremo riso le cento volte alla luce del sole o dei doppieri, ci si presentano con un aspetto di esistenza dubia, sul cui conto  intempestivo lo scherno, difficile una calma ed assennata discussione. Le tenebre danno all'occhio vigile la facolt di vedere ci che non esiste; all'orecchio sospettoso aggiungono una strana squisitezza, che traduce in armonie sinistre i suoni pi innocenti.
La fantasia irrequieta rimesta il vecchio corredo delle memorie, per sollevarvi di preferenza ci che v'ha di pi triste o di men lieto. Per quanto taluno possa vantarsi favorito dalla fortuna, trover sempre in s qualche cicatrice pi o men bene rimarginata, che gli attesta un dolore patito. Ivi la sua mente fa sosta, per riprodurre quella parte del passato che meglio s'accorda colla solenne sua mestizia. Penser di preferenza ai disinganni provati, ai subti rovesci, alle infide amicizie, agli affetti traditi. E quando egli fosse cos fortunato di non trovar pascolo a simili rimpianti, avr pur sempre qualche cara persona perduta, la cui rimembranza  per s stessa un dolore. In tal momento, in mezzo alla solitudine, il pellegrino non solo piange con maggior tenerezza le virt e gli affetti di essa; ma rivede il parente e l'amico come se fosse vivo, o, peggio, come se la tomba si spalancasse per mostrarglielo cadavere.
.
Una volta aperta il varco a questi delirii, una sola cosa varr a dissiparli: la luce amica dell'aurora. Allora i fantasmi spariscono, le tombe si rinchiudono, i morti tacciono: le larve nere che passeggiavano sul fondo della scena, appajono quello che sono; null'altro che l'ombra placida e tremula degli oggetti circostanti. Al sinistro strido degli uccelli notturni, si sostituisce un rumore lontano e ravvivato, che  il parlare consueto di chi ne viene incontro, misto alle canzoni dei contadini, allo strido dei carri, al mugolare degli animali domestici. Ecco cambiata la scena.
.
Tutto ci avviene all'uomo onesto, il quale in mezzo a' suoi timori, ha potuto consultare la coscienza, e trovarsela amica. Ma quale dovr essere lo stato d'animo di chi si specchia per la prima volta in s stesso, e inorridisce inaspettatamente della propria deformit? Sul fondo bujo della notte egli legge a contorni di fuoco, anche se chiude gli occhi, la storia di una vita piena di sceleraggini e gravida di rimorsi. Appunto perch nella scioperatezza de' suoi giorni, e sotto l'influsso di una luce che sembra mite anche agli occhi del malvagio, non ebbe mai occasione di chiamare ad esame il passato, in quell'ora di oscurit la coscienza avr lume che basti per vincere le tenebre, e rendersi visibile. Finch dura quel parosismo, il vizio avr perduto le sue attrattive, e senza queste, senza la speranza della riabilitazione, l'animo dello sciagurato prover quel vuoto che  il primo e certo sintomo della disperazione. Se egli non  ribaldo a segno di dominare l'improviso rivolgimento che si opera in lui, varcher quest'ultimo confine, vittima di quella stessa febre che era dianzi il sintomo essenziale della sua vita.
.
Il silenzio di Medicina, non estraneo a tali impressioni, era un primo attacco di questa terribile infermit. Gi un principio di noja gli faceva sembrare troppo lunga e disagiata la strada; in capo ad essa egli vedeva la sua impresa assai pi ardua che non avesse creduto sulle prime. La fatica gli riesciva troppo grave; il compenso scarso ed incerto. Rimandava anche questo disegno nel novero dei molti, che aveva compiuto felicemente, ma che non lo sottraevano ancora alla schiavit verso gli altri e verso s stesso. Infastidito da questi pensieri, egli rivolgeva contro s qualche rimprovero; non perch fosse nauseato delle tante sceleraggini commesse, o dubioso della opportunit di commetterne altre; ma perch deplorava la meschinit dei mezzi, che lo trascinavano, per vie lunghe ed indirette, a riconoscere la vera meta de' suoi desiderj, senza che gli fosse possibile di toccarla mai. Da venti anni egli operava instancabilmente per divenire ricco, e libero di s; ed era invece costretto ad una vita di privazioni; a mangiar sempre il pane di un padrone.
.
Contro voglia, ma per una necessit insuperabile, egli si arrestava in tali considerazioni ogni volta che lo studio de' suoi progetti permetteva alla sua mente una sosta momentanea. Crescevano intanto la stanchezza, il fastidio, le difficolt, e scemavano collo stesso grado le forze. Se gli fosse stato possibile sciogliersi dal suo compagno, e trovare vicino a s un ricovero dove godere qualche ora di calma, egli avrebbe messo da parte il suo progetto, risparmiato o ritardato un delitto. Ma tale  la condizione dell'uomo perverso: egli perde le tracce percorse, e non sa tornare su di esse. Per in mezzo ai sofismi, con cui il malvagio tenta di puntellare l'edificio delle sue turpitudini, spesso la verit si fa strada da s. Udiamone una dalla bocca stessa di Medicina. Colpito dal ribrezzo di tanti delitti, e in un momento di sfiducia, sclam tra s; A che mi giova avere testa e mano pronte ad ogni ardua impresa, se, dopo aver sudato tanti anni per godermi la vita in pace, mi trovo ridutto a questo punto? Perch non fui anch'io un galantuomo, come molti altri, che a quest'ora dormono in pace, e non provano il rodimento dell'animo che io provo?
.
Questa terribile confessione, colta a volo sulle labra di un malvagio,  feconda di un grande insegnamento. Se la natura non ci fece ottimi, quello stesso istinto che ne fa desiderare la nostra felicit ci consiglia a procurare di diventar buoni. Il bene  bene anche quando viene da fonte meno pura: l'oro non cessa d'essere prezioso, pur se  misto a molta ed ignobile lega. E quando una benigna natura non ci ha dato un animo eletto che ci innamori della virt, l'interesse, quello principalissimo di vivere in pace cogli altri e con noi stessi, c'invita alle buoni azioni, o per lo meno ci trattiene dalle malvagie.
.
Ma Medicina combatteva la paura e la coscienza col fatale consiglio degli ostinati nel male: essere troppo tardi per dietreggiare nella vita. L'arrestarsi gli sembrava egualmente impossibile, poich un'impresa incominciata ed incompiuta era, o sembrava essere, pericolosa. Bisognava ch'egli s'abbandonasse al destino; e in questo punto il destino era rappresentato da Bergonzio, che lo guidava, suo malgrado, allo scopo designato. Sopport la fatica di tre ore di cammino che gli parvero tre secoli: in nessun'altra circostanza una simile corsa gli era costata tanta pena. Scongiurava le visioni, che gli si offrivano allo sguardo, imprecando e bestemmiando sottovoce. Alle aggressioni occulte della paura, opponeva le occulte volutt della vendetta; e quando non bastavano a farlo pago n l'avidit dell'oro, n la sete di vendetta, egli rinvigoriva i propositi nella imperiosa necessit di proteggere la sua fortuna pericolante. Dopo una battaglia, che gli cost tante fatiche, ebbe anche questa volta l'inonorato trionfo sulla propria coscienza. Giunto alla meta, s'arrest, e trasse un largo sospiro, che il simile non gli era mai escito dal petto, durante quell'infelice giornata.
...
.
...
126.
...
.
...
Il luogo della sosta era un piccolo campo alberato all'ingiro da pini ombrelliferi dall'arsa corteccia e dalla pallida verdura. Appi di alcuni di essi erano disposte pietre rozzamente riquadrate, che potevano servire di sedile; nel mezzo si apriva un vasto spazio di terreno smosso, partito in ajuole da cordoni di mortella, entro cui brillavano gli ultimi fiori dell'autunno.
Il casolare si presentava di fronte sotto la forma pi semplice, che possa avere abitazione umana. Un muro piano, protetto da una gronda di paglia, ne costituiva la facciata. Una piccola porta, alla quale si ascendeva per due scaglioni di varia misura, ne era l'entrata principale. Non parliamo delle finestre sparse qua e l senza ordine e senza misura.
.
Medicina, affranto nello spirito e di conseguenza scemo di forze, sent il bisogno di far alto e di riposare prima di riprendere i suoi pensieri, e di ridurli ad atto. Si accost quindi alla pi vicina di quelle pietre, e, serratosi ben bene il mantello intorno al corpo, sedette. Ma poco dopo, quando cerc di liberare dalle pieghe del mantello il braccio destro, per appoggiare il gomito sul ginocchio e il mento nel cavo della mano, sent che questa era gelata ed inerte come fosse di piombo. Le gambe prive d'ogni elasticit si fissavano aggranchiate nel terriccio, e vi stampavano un'orma profonda.
.
A crescere l'affanno, da cui era oppresso, contribuirono alcune circostanze del tutto fortuite. Il cielo, gi limpido e purissimo, si coperse improvisamente. L'uomo, che non aveva avuto occhi per iscorgere la bellezza di quella vlta stellata, si dest dal suo letargo per riconoscere quel subitaneo offuscamento. Alz lo sguardo e vide che una nube sanguigna, frangiata da un lembo argenteo, aveva coperto la luna al suo tramonto. Quell'istantanea privazione di luce sembrava rendere pi intenso il freddo, che gli cercava ogni fibra, e gli faceva battere i denti. Ci gli parve di cattivo augurio.
.
Quasi al medesimo istante uno strido lontano, raddoppiato dall'eco, part dal fondo della foresta. Stette egli in ascolto. Quel sibilo acuto, lamentevole, andava crescendo, e s'avvicinava. Contemporaneamente, un corpo pennuto ed ondeggiante solc lo spazio ed aleggi cos vicino a lui, che l'aria scossa gli flagell disgustosamente il volto. Era un gufo che volava al suo nido. Ci aggiunse al primo augurio un senso di ribrezzo ancora pi sinistro.
.
Si lev Medicina con un movimento rapido, e senza accorgersi mise mano alla spada, per avere da essa quel coraggio, che l'animo non gli porgeva. Occupavasi nello svolger l'elsa dalle pieghe e dai pendagli, quando ud un rumore, che nella quiete della notte non sarebbe sfuggito a chi fosse anco pi lontano di lui. Lev lo sguardo: una luce pallida rischiar l'interno di una cameretta, di cui s'erano spalancate le imposte: ed una voce sommessa e dolcissima gli port all'orecchio i numeri armonici di una canzone. Rimise allora la spada, e stette ad ascoltare le seguenti strofe:
.
Gentil fiore in strania zolla
Sbucci ai rai d'immite ciel;
Sulla vergine corolla,
Sul pieghevole suo stel
Scaten l'aprile insano
La gragnuola e l'uragano.
.
Ma da canto all'infelice,
Un arbusto meno esil
Fe' coll'ombra protettrice
Grato scudo al fior gentil;
E il difese dagli oltraggi
Del rio gel, degli arsi raggi.
.
Brill alfin sul suol romito
Calmo il sole; e l'egro fior
Schiuse il calice avvizzito,
Fur all'iride i color,
E fe' pregne l'aure erranti
Di profumi inebrianti.
.
Or che crebbe il debil fusto,
Che il caduco fior d'un d
Fatto  un albero robusto,
Quella zolla, che il nutr,
(Pur se i giorni tornan grami)
 protetta da' suoi rami.
.
Anche il cespite vicino,
Che un d largo di piet
Fu al modesto fiorellino,
Nutrimento ed ombre avr:
Poich gli offre il ciel cortese
Doppio il ben ch'agli altri ei rese.
.
Nella gioja e nell'affanno,
Se a virt s'accoppia amor,
Cresce il ben, s'attenua il danno:
Ben pi grato  a nobil cor
L'aver parte d'altrui duolo,
Che fra gioje viver solo.
...
.
...
127.
...
.
...
Queste dolci parole, rese pi soavi da una voce flebile ed armoniosa, attestavano la sventura, sorretta da un animo forte e confidente; erano l'antitesi precisa del corruccio bieco, astioso, codardo, che lacerava l'animo di Medicina.
 inutile dire chi fosse quella donna; il lettore l'avr gi riconosciuta. Forse sembrer strano che, in mezzo a' suoi patimenti e dopo tante vicende, Agnese impiegasse a questo modo le sue veglie. Si  gi detto che le gioje della maternit erano per lei s grandi da farla dimentica d'ogni pena. Ma, passata la prima ebrezza, quell'istesso sentimento precorreva l'avvenire; e, preso in esame la somma dei doveri che incumbono ad una madre, la travagliava col dubio di non saperli compiere. Senza ci, Agnese sarebbe stata ancor troppo felice.
Il piccolo Gabriello cresceva come il fiore della canzone all'ombra di men debole arbusto. Ognid gli occhi innamorati della madre riscontravano sul suo volto un nuovo vezzo. Dopo pochi mesi, egli volgeva gli sguardi intelligenti alla sua nutrice, e rispondeva con un linguaggio, compreso solo da lei, alle vive e continue dimostrazioni di tenerezza che gli venivano prodigate.
.
Ma alcun tempo prima di quest'epoca, la tenera creatura fu ad un punto di essere vittima di una violenta malattia. Nessuna parola pu dipingere l'angoscia della madre: angoscia suprema che per non si stemprava soltanto in lacrime ed in preghiere, ma combatteva colle pi solerti cure la violenza del male. Per pi giorni, la povera madre non ebbe un minuto di requie. Grad le cure di Canziana, e della donna che abitava con lei, ma non divise con alcuno i materni officii: l'altrui piet era un'aggiunta, non un sollievo alle sue sollecitudini. La lotta fu lunga ed incerta. Agnese trem pi volte di una vicina disgrazia: pi volte rinacque alla speranza.
.
Venne finalmente il d, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel debole stelo di un fiore, ricuper le sue forze, i suoi colori, la sua vivacit. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accett la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni. Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti, meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu pi del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia, e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. Aveva aperta la finestra, affinch l'aria esterna, portando via con s il suono di quella nenia, sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della sua veglia.
.
Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprender fin dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda quale sia il primo e pi fervido voto del cuore materno. Pronto sempre al sacrificio di s pel bene de' suoi figli, esso per non rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda et confortato e ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri, anzich esultare tutto solo,  il pi nobile tipo della carit;  il punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della virt.
...
.
...
128.
...
.
...
La voce e l'apparizione d'Agnese richiamarono le forze di Medicina. Quel canto, come sincera espressione di un animo sereno, gli parve un atto di ribellione ai decreti dell'empio destino, di cui egli voleva essere il ministro. La calma nel momento della tempesta esacerbava i suoi sdegni, quasi fosse una sfida. Egli, il pi malvagio degli uomini, invidiava la pace dei buoni; egli odiava la virt, appunto perch tranquilla anche in mezzo alla sventura. Alla scarsa luce che rischiarava la cameretta, cred scorgere Agnese assai pallida ed abbattuta. Se ne rallegr lo scelerato; e, vedendo che ella non si stancava di vezzeggiare il suo bambino, riconferm nel cuor suo un orribile disegno.
L'ora opportuna per effettuarlo era venuta. Il Seregnino, che sedeva presso al suo padrone, attendendone gli ordini, non pot a meno di mostrargli che cominciava ad albeggiare. Da mezz'ora la luna era scomparsa. Agnese aveva cessato dal canto; ma, non istaccandosi mai dal petto il suo Gabriello, passeggiava lungo la camera, e s'arrestava qualche momento alla finestra, levando lo sguardo al cielo, quasi invocasse e salutasse la vicina luce del giorno.
All'erta, Bergonzio! disse con un rantolo soffocato il ciurmatore, levandosi da sedere. Rammenti quanto ti ho detto...?
Metter un debole grido, come fossi al punto di sputar l'anima.... Non  vero...?
.
S.... distenditi a terra, e poni una mano sulla bocca affinch le tue grida sieno soffocate.
Poi?
Quando batter due volte la mano, alzati e seguimi. Dopo aver girato le mie spalle, nasconditi dietro quell'olmo e accennava colla mano la pianta che faceva ombra alla finestra illuminata.
Poi?
Entrare in quella casipola e salire nella camera di madonna deve essere affar tuo.
Ponete che io vi sia: e che devo fare col? Medicina si chin all'orecchio dello sgherro, e gli pronunci alcune parole, alle quali aggiunse: guai a te se cedi alla tentazione di mettere la mano ad altro; scendi tosto, e fa di porre al sicuro il tuo fardello. Hai la scala di corda per ci? Molto mi cale della tua vita, sai? perci voglio salva quella di un altro. Il suo riscatto deve pagare ad usura le mie e, se avrai senno, anche le tue fatiche.
Dio me la mandi buona interruppe il Seregnino con un'aria di malcontento.
Di che hai paura?
Ho paura di voi; se la cosa mal riesce, chi mi scampa dal vostro furore?
Tu pigli un passo inanzi, volpone. Pensa piuttosto che se ti mostri accorto, ed assecondi a dovere il mio comando, per te... e il suono affettato in cui mor questa reticenza doveva equivalere alla pi generosa delle promesse.
Ma il Seregnino ne ricordava altre andate in fumo, anche malgrado i buoni auspicii; per cui risolvette di obedire, solo perch il non farlo sarebbe stato un partito assai pi temerario.
.
Dopo ci, Medicina esci dalla macchia, e Bergonzio si pose a terra intonando una litania di sospiri e di gemiti, com'erasi convenuto.
Agnese in pi d'un'occasione aveva incontrato Medicina; spesse volte poi aveva udito parlare di lui, e s'era fatta una giusta idea dell'esser suo. Ma in quella oscurit e in quell'arnese, nessuno, nemmeno chi lo conoscesse perfettamente, avrebbe saputo riconoscerlo. Egli s'era ravvolto in un ampio mantello, fuor del quale esciva il cappuccio della sottoveste, che gli pioveva sul volto. Una barba posticcia gli copriva il mento; una simulata compunzione gli spianava le solite rughe della fronte; e del ribaldo non restava altra apparenza fuorch l'inestinguibile fuoco de' suoi occhiacci sinistri.
Quando fu vicino alla casetta, si tolse dal sentiero del bosco, e cammin dritto, a passo celere, verso la finestra illuminata. E giunto a tale distanza da potersi far sentire, chiam a s l'attenzione d'Agnese, pronunciando e ripetendo con voce piagnolosa Deo gratias. Il Seregnino intanto, fido agli ordini ricevuti, mandava gemiti, ed implorava la merc di Dio e degli uomini, che era uno stringimento di cuore a sentirlo.
Ah! benedetta proruppe il ciurmatore con voce alterata quando vide Agnese; qui vi sar qualche anima buona che non si rifiuta di prestar soccorso ad un mio compagno...?
Che  accaduto? dimand Agnese affacciandosi alla finestra.
.
Non udite i suoi lagni?... poveretto... egli  l
Chi? dove?
L abbasso... sdraiato a terra... un moribondo Un momento di silenzio permise ad Agnese di ascoltare i gemiti del Seregnino, che, giunti al suo orecchio, avevano tutto il prestigio di un'invocazione pietosa ed urgente.
Egli era poc'anzi sano al par di me e di voi, ripigli il ciurmatore. Un male improviso lo colse, e lo ridusse in fin di vita. Svegliate qualcuno, per carit; questa casa non deve essere abitata da voi sola. Per l'amor di Dio e del prossimo, per l'anima di quel cristiano, che implora di morire in grazia di Dio, accorriamo ad aiutarlo.  lontana da qui la parocchia?
O Vergine santa, che mi dite mai! Attendete che io discenda; risveglier una famiglia da bene, che abita qui vicino.  buona gente che ci ajuter.
.
Il ciel vi rimeriti, o madonna. Ma, per giovare al prossimo, badate a non far danno a voi stessa. Avete in collo un bambino; non lo esponete al freddo; ditemi a qual porta devo bussare; andr io stesso...
Ma Agnese, che non dava pi retta a queste parole, visto che il suo bambolo dormiva, senza porre tempo di mezzo, senza discutere tra s e s l'opportunit di ci che era per fare, colloc la creatura sul letticciuolo, e il lume a terra; poi, ravvicinate le imposte della finestra, si dispose a discendere.
.
Medicina approfitt di quest'istante per chiamare a s il compagno col segnale convenuto. E Bergonzio, seguendo di tutta corsa il sentiero del bosco, pass vicino al ciurmatore, e vi si arrest il tempo necessario a raccogliere l'ultimo suo comando riepilogato in queste parole: il tempo di recitare un credo.... poi.... sarai all'altra parte del bosco; salva la testa, ma salva anche il tuo bottino; destrezza e coraggio. A tali parole, ravvivate da uno di quegli sguardi, che si vedono anche di notte, e che vogliono significare ampie promesse e ancor pi ampie minaccie, corse appi dell'olmo, vi si arrampic, pose un ginocchio, poi l'altro, sul davanzale della finestra, aperse le imposte, scavalc il parapetto, e si lasci sdrucciolare sul pavimento della camera. Ormai sicuro della sua impresa, prima di volgersi alla culla del bambino, gir lo sguardo intorno per trovare qualcosa che lo compensasse tosto della scelerata fatica. Intasc di fatto il pi che pot fra gli oggetti di valore che gli caddero sott'occhio. Coll'ansia inesprimibile del ladro sacrilego, corse indi alla cuna, stese la mano sulla creatura, e la strapp dalle coltri con una stretta s brutale, che la dest e la fece prorumpere in uno strido acutissimo.
.
Agnese, appena escita dalla sua camera, era rimasa un istante sul pianerottolo, incerta se dovesse chiamare Canziana ed affidare a lei la custodia del bambino; ma un sentimento di piet verso la buona donna, che in un mese d'angosce era invecchiata di dieci anni, la consigli a non interrompere il suo riposo. Fid quindi a Dio il suo tesoro; e, coll'animo calmo proprio di chi s'avvia ad una buona azione, discese la scala, aperse la porta, e and incontro a Medicina. Attendevala costui con un aspetto umile e supplichevole; e, coi gesti e colle parole tronche, cercava di condurre la sua vittima il pi lontano che fosse possibile dal luogo del delitto. Fu allora che il vagito, cagionato dall'improvido maneggio di Bergonzio, risvegli Canziana, ed arrest i passi d'Agnese; la quale, spaventata da quel grido, si rivolse indietro, e lev gli occhi alla finestra.
.
Quale orrore! Vide l'ombra di un uomo disegnata a contorni colossali sul fondo lucente della sua stanza. Scorreva dessa tutto il lungo della parete, svolgendosi in una serie di movimenti rapidi e contorti. Talvolta si faceva piccola, per ricomparire un attimo dopo pi gigantesca e terribile. Agnese non poteva comprendere che fosse quello spettro, e che cosa facesse in quel luogo; non pens tampoco alla possibile presenza di Canziana. Ogni altra ipotesi, fuor questa, era orribile. Lo spirito scosso, cos istantaneamente, travide in quella apparizione la realt spaventevole di quelle treggende notturne, che tante volte aveva udito e sprezzato. Ben lontana dal saper definire la vera natura del pericolo che sovrastava al suo bambino, si precipit inconsapevolmente nel vortice delle ubbe per sognare una ridda infernale di larve e di fantasmi. Ella, che si sarebbe lanciata coraggiosamente nelle fiamme o nell'acqua per salvare la sua creatura, non pot reggere al dubio di un pericolo, ingombro di tenebre e di mistero. A tale idea le si offusc la vista; un sudor freddo le invase la fronte; prov una stretta, un affanno, come se i movimenti del cuore le fossero impediti dalla pressione di una mano di ferro. Fuor di s, e in preda ai delirio, raccolse tutte le sue forze per metter fuori un grido di disperazione.
.
Il ciurmatore, che tutto comprese, e che alla debole luce dell'alba aveva scorto i sintomi di una crisi, da cui poteva tornargli grave pericolo, non lasci tempo all'infelice di raccogliere il respiro e di articolare una parola. Colla mano destra visit l'elsa del pugnale; poi con un rapido movimento si tolse dalle spalle il mantello, e, spiegatolo dinanzi a s, lo rovesci sul capo d'Agnese, mirando a soffocarne il pi leggiero anelito. La sventurata, gi moralmente affranta dal terrore, perdette completamente i sensi, e cadde a terra come morta. Una natura pi vigorosa, che opponesse resistenza a tale abuso di forze, avrebbe provocato un'estrema violenza; non a caso Medicina aveva pronto lo stiletto. Ma poich la vittima subiva il suo destino, senza ribellarvisi meglio , disse lo snaturato, che ella viva affinch, tornando alla culla del suo bambino, provi la sorpresa di trovarla vuota.
.
Intanto il grido di Gabriello, che aveva destato l'allarme, costringeva il Seregnino ad affrettare la sua fuga. Costui, inteso il rumore di persona, che si moveva nella stanza attigua, stringendo ancora pi fortemente la sua vittima, corse alla finestra (l'opposta a quella per cui era entrato) la spalanc, e, colla furia del ladro inseguito, s'ingegn d'attaccare la scala di corda allo staggio maestro dell'impannata. Ma l'imbarazzo produtto dagli oggetti derubati, la fretta di giungere a salvamento, l'ansia stessa e la paura d'essere sorpreso, rendevano lenta ed improvida l'azione delle sue mani. Costretto ad abbandonare alcune delle molte cose, ch'egli teneva, cedette involontariamente il capo della scala, prima d'averlo bene assicurato alla finestra. La fune scivol sul davanzale; la via di salvamento era perduta.
Per la croce di Dio! sclam egli, sillabando la bestemmia e accompagnandola con un digrignar dei denti, ed uno sbuffo da disperato; dovr io morir qui sotto la stanga di questi villani?. E si dimenava come un ossesso, gestendo e sbracciandosi fuori della finestra per tentare di riprendere il capo della scala, oppure per trovare un ramo od altro, che gli offrisse uno scampo.
.
Tornato inutile ogni sforzo, deliber di escire dalla parte per cui era entrato; e, bench il suo carico fosse troppo greve per avventurarlo ad una simile discesa, bench gli ordini del padrone lo impegnassero a non ritentare la stessa via, pens che quando non v'ha di meglio, anche il mezzano partito diventa ottimo; e si risolse di tornare sui proprj passi.
Volgevasi ad eseguire la ritirata, quando uno strepito di pedate pi distinte gli annunci l'avvicinarsi d'alcuno. Il passo di Canziana parve al vile l'accorrere rapido e concitato di un drappello nemico. Rimase per un momento immobile nel mezzo della camera; poi, quando sent aprirsi la porta, non obedendo che alla sua paura, corse alla finestra opposta, sal sul davanzale; e, strettasi al petto la sua preda, si precipit alla cieca.
.
Chi pochi giorni prima aveva salvato Gabriello da una malattia mortale, non volle che egli perisse ora tra le braccia di un sicario. La vittima e il suo assassino giunsero incolumi a terra.
L'altezza della finestra dal piano sottoposto era tale da rendere pericolosa la discesa, massime per chi, ignorando la profondit e la natura del suolo, vi si lasciasse cadere, invece di spiccare un salto verso un punto fisso. Infatti la scossa fu gravissima pel Seregnino. Appena cadde sul terreno, credette di dovervi rimanere; aveva la testa intronata, tutte le membra dolenti e le gambe inette a moversi. Ma il tramesto che si faceva sopra di lui, e la paura di essere colto e trattato a seconda de' suoi meriti, lo richiamarono dallo sbalordimento. Con qualche stento, e coll'ajuto delle braccia, si rialz. E bench si sentisse tronche le gambe, si diede a correre, come meglio glielo concedevano, finch penetr nel macchione d'alberi dicontro alla casetta, che era la posta fissata dallo stesso Medicina.
Costui non tard a comparire. Il regolare agitarsi dei rami e delle foglie segnava, entro la folta boscaglia, il passo di due uomini che camminavano verso una sola meta. Le indicazioni dell'esploratore erano state cos precise, che ambedue allo stesso momento convennero nel luogo stabilito.
.
Malannaggia, non sa far altro che pigolare questo pulcino! diceva sottovoce Bergonzio, imitando sconciamente il vezzo di una donna, che tenta d'addormentare sulle braccia un bambino piangente.
Sar necessario, che tu parta subito. Questi belati potrebbero essere intesi; e....
Che debbo fare di questo malcreato, che stride come una gazza?
Gli hai forse fatto male?
Tutt'altro; il male fu solo per me; egli  disceso come a cader sulle piume. E raccont la storia della sua caduta. Forse egli comincia ad ustolare la nutrice... Che gioja, padron mio!
Bisogner che tu vi pensi
Io?... alla prima corona di mortella, che vedr pendere da un uscio, entrer; e se quest'amico si accontenta di dividere con me una fetta di lardo e un fiaschetto....
Manco ciarle: appena  giorno fatto, e quando sarai lontano da qui almeno un pajo di miglia, busserai ad una porta, ed entrerai in qualche cascina. Inventa una storiella da intenerire la prima massaja in cui t'incontri; ella trover di che rimpinzare il tuo bambolo....
Due miglia!... le mie povere gambe, in quel volo, ne hanno fatto pi di venti.
Una buona corsa scioglier le membra. Vattene, e presto. Sai che io non sono uso a ripetere i miei comandi. A mezzod sar a V...*, non cercar di pi. L udirai i miei ordini per dimani. Ricordati, che abbiamo fatto la pi difficile parte della nostra bisogna. Per Dio; guai a te, se la tua poltroneria ci facesse perdere il frutto di tante fatiche.
.
Intanto che s'avviavano fuori del bosco, dal lato opposto alla casa d'Agnese, Bergonzio tornava sull'argomento, e con voce sommessa scusate, diceva, una mia ultima parola; e poi me ne andr dove meglio vi piace. Voi parlaste del frutto delle nostre fatiche: dove  questo frutto? Sta forse in questo cittolo piagnolone?  qui tutta la riconoscenza di aver corso tanti pericoli, e d'essere stato a un filo di rompermi due volte l'osso del collo? Bel bottino da vero! Se fosse il figlio d'un re, pazienza; il riscatto sarebbe degno di lui. Ma costui  ben poca roba; e la madre sua non potrebbe ricomprarlo che a prezzo di lacrime e di svenimenti.... Moneta fuor di corso fra i pari nostri....
Tu cominci a ragionar troppo. Credo d'averti detto in altre occasioni, ed ora te lo ripeto per l'ultima volta, che io voglio da te mani pronte e lingua muta. Fa a mio modo: non cercare il pelo nell'uovo; quando sar il momento di spartire i provecci dei nostri affari, sarai contento. Se no.... e tronc la frase con una sospensione di voce, che lasciava indovinare una minaccia.
.
Il Seregnino tacque, non gi convinto o corretto dalle parole del suo padrone; ma perch pens d'aver saggiamente prevenuto ogni rovescio di fortuna e la stessa ingratitudine del suo padrone, raccogliendo furtivamente quanto aveva trovato di meglio nella camera d'Agnese. E gi bruciava dalla voglia di schierare davanti a s, a miglior luce e con animo riposato, i varj oggetti che componevano il suo bottino. Dietro a questo pensiero, egli si mostr pronto ad obedire al suo padrone. Venuto il d, e lontano dagli occhi di lui, avrebbe poi fatto a modo suo.
Medicina, sodisfatto dell'obedienza dello sgherro, lo conged, accompagnandolo coll'occhio sulla via che conduceva a V..* Poi, dopo di aver ricapitolato le condizioni del vicino ritrovo, ritorn verso la casetta, pensando ch'era bene sorvegliarla; e studiando modo e mezzo di far pervenire ad Agnese la notizia che il ladro del suo bambino erasi diretto verso Milano.
.
Sperava con tal arte di togliere la madre dal suo nascondiglio, e di rimetterla nelle mani de' suoi nemici. D'aggiunta poi, avrebbe cercato di diffundere il sospetto, che il rapimento fosse ideato ed eseguito per ordine del Conte di Virt, in ossequio a quei pregiudizj, che la sua posizione e il suo nuovo stato sembravano in certo modo giustificare. Questo era il secreto pi profondo della sua infame azione.
...
.
...
CAPITOLO DECIMOSETTIMO.
...
.
...
129.
...
.
...
Canziana, colpita fino allo stupore da quanto aveva veduto, a mala pena giungeva a scuotere la mente per farla giudice dei fatti, che si erano compiuti cos vicino a lei. L'incognito, che sotto i suoi occhi saltava da una finestra, era, senz'altro, guidato da scelerate intenzioni. Ma a che mirassero, e per quanta parte potessero gi chiamarsi un fatto, era un mistero. Chi poi avrebbe osato imaginare che colui attentasse alla vita di un bambino? Canziana non vi pens punto; o se, nella rapida discussione di tante congetture pi o meno strane, afferr col pensiero una tale soluzione, non vi si arrest che il tempo necessario per respingerla come cosa assurda ed impossibile. Agnese d'altronde non si staccava mai dalla culla del bambino; chi dunque poteva avvicinarvisi senza sfidare la sua vigilanza? Ma dov' dessa? Dov' il bambino? E perch entrambi sono esciti dalla stanza? perch non si chiese di me? perch tanta solitudine e tanto silenzio nel luogo di un delitto, se la vittima  sveglia e libera di s?
.
Se non che la buona donna, interrogando collo sguardo gli oggetti circostanti, per rispondere alle molte dimande che moveva a s stessa, s'accorse che nella stanza erasi fatto uno strano tramesto. Alcuni oggetti erano tolti dal loro posto ordinario, o sparsi a caso; altri mancavano. Nell'affacciarsi alla finestra, spingendo lo sguardo in mezzo alle tenebre, scoperse un monile d'Agnese, dimenticato sul davanzale. Dietro ci pot almeno rallegrarsi d'aver compreso che lo sconosciuto era un ladro. E la ragione le ripeteva che un ladro sarebbesi appagato del bottino, e che la lontananza d'Agnese in questa ipotesi diveniva un beneficio della providenza. In mezzo a tanto mistero, questa soluzione era la pi logica e la pi confortante. Rincorata alquanto, si pose con sollecitudine a rintracciare la sua padrona. Esc dalla camera, percorse il corridojo, ritorn su' suoi passi; la chiam sommessamente, poi ad alta voce e con maggior insistenza. Discese la scaletta, e cerc la porta d'escita. Spinse leggermente le imposte, e le spalanc. L'uscio era costrutto in modo da poter essere aperto soltanto dalla parte interna della casa. Tale circostanza provava che alcuno non era entrato so prima altri non avesse schiuso l'ingresso. E chi mai se non Agnese poteva aver fatto ci?
.
Canziana voleva chiamarsi pi tranquilla, ma non lo era in fatto: perocch una ragione di poco momento non bastava a giustificare la misteriosa assenza della sua padrona. Appena ebbe schiusa la porta, ella rimase in una completa oscurit: ma un momento dopo, le parve di vedere disegnarsi in mezzo alla nebbia i contorni degli oggetti circostanti, debolmente rischiarati dai primi albori. Discese quindi gli scaglioni della porta; e mise il piede sul piano erboso, che s'apriva davanti alla casetta, cercando il sentiero che guidava alla porta e alla abitazione dei vicini.
.
Madonna, chiese ella con una voce affannosa che accennava l'interna commozione, Madonna, ove siete voi? Poi taceva un momento, aspettando una risposta. Ma tutto era silenzio. Guard alla parte del casolare, ove abitavano i vicini, per rilevare se col vi fosse qualche movimento. Ivi pure regnava la pi perfetta quiete.
.
Vergine santissima! continu ella a dire dando all'interjezione un accento ancora pi desolato. Che sar mai? che mai pu essere? Chi mi spiega questo arcano? Madonna! Agnese! e ripeteva le chiamate con voce pi forte e con raddoppiata insistenza; e intanto proseguiva il suo cammino sui passi dianzi tracciati dall'infelice madre.
Il ripetere delle chiamate scosse alcuno abituato a destarsi all'alba pei lavori di campagna. Apertasi una finestra, si ud una voce rispondere alle inchieste di Canziana, dimandando alla sua volta, che c'? che  avvenuto?
 ci che chiedo io pure, o Bastiano? disse l'altra riconoscendo alla voce il suo interlocutore. Dove  madonna? Avete inteso nulla? I vostri padroni dormono ancora?
.
L'interrogato, sorpreso da tante dimande, e dalle stranissime circostanze che contro ogni abitudine lo risvegliavano s bruscamente, invece di rispondere, rimbeccava le interrogazioni con altre interrogazioni. Il che non era del tutto un circolo vizioso: giacch Canziana per questo mezzo raccoglieva pur troppo quanto era necessario a comporre una sinistra risposta.
Nemmen qui? soggiunse ella infatti con un tuono di voce che accennava un completo scoraggiamento. Nemmen qui! ma dove sar ella? dove dovr cercarla, in nome di Dio?
Che volete, che dimandate? insisteva Bastiano con una sollecitudine che riconfermava la perfetta ignoranza degli avvenimenti.
Mio Dio, mio Dio! oh poveretta me!
Avete perduto qualche cosa?
La semplicit di costui spezzava il cuore della povera donna.
Scendete o Bastiano; affrettatevi per amor del cielo, ripigli essa con un accento di preghiera interrotto dai singulti. Una grande, una irreparabile disgrazia ci ha colpito. Madonna e il suo bambino non sono pi nella loro camera.
Ma come ci? ma dite davvero? ma v'ingannate senz'altro.
Ah, pur troppo non mi sono ingannata!. E qui espose con minor ordine, che non abbiam potuto far noi, ci che aveva visto, e per quante e quali ragioni ella temesse una sciagura. Quale poi fosse la sciagura temuta, non sapeva o non osava confessarlo a s stessa.
.
Bastiano, per carit, concludeva la buona donna, scendete, corriamo a rintracciarla; fate quest'opera buona, e fate presto. Dio ve ne terr conto... L'infelice non seppe dir altro; il pianto le spezz la parola.
L'agitarsi del famiglio e le grida di Canziana avevano scosso il sonno degli altri abitatori del casolare. Pochi minuti dopo, gli ospiti d'Agnese erano tutti in piedi, e scendevano a ricercare la donna, pi atterriti dall'incompleto annuncio di una disgrazia, che preparati a decidere sulla natura e sulla gravezza della medesima.
E infatti Canziana non era in grado di rispondere ad altre inchieste. Dopo l'ingenua negativa di Bastiano, ella era colpita da una desolazione, che le toglieva la parola e le forze. Quindi alle precipitate dimande dei vicini che, con una piet quanto dolce altretanto imperiosa, chiedevano d'essere informati dell'accaduto, ella non sapeva rispondere che parole tronche e quasi vuote di senso.
Era una scena straziante. Gi in taluno nasceva il dubio che Canziana avesse perduto il senno. Il sospetto non era temerario: la minaccia sarebbe divenuta un fatto se si fosse prolungata ancora la dolorosa tensione in cui si andava logorando la mente di lei, avida di conoscere il vero, inetta a cercarlo e ad affrontarlo.
.
Intanto che quella buona gente, per provedere alla prima e pi positiva disgrazia, cercava di ravviare le parole e le forze di Canziana, il famiglio per caso ruppe la crudele perplessit, scoprendo alla debole luce mattutina, un non so che di nuovo e d'insolito, che sembrava il contorno di un corpo feminile. Dal dubio alla certezza non pass che il brevissimo tempo necessario a correre sul posto. E, infatti, appena il buon uomo vi arriv, lo s'ud gridare a quanta voce eccola... eccola...  qui... correte.
Tutti in un momento lo raggiunsero, e riconobbero Agnese. Ma il primo atto di piet verso l'infelice si esaur in una muta contemplazione, come se ognuno, avanti di stendere una mano soccorritrice, volesse conoscere se doveva rallegrarsi o condolersi della fatta scoperta. Agnese pareva morta. L'abbandono completo delle sue membra, lo spasimo dei muscoli della faccia, che mostravano le tracce di una lotta suprema, il pallore mortale che le copriva la fronte, le gote e il seno, da cui il sofferto oltraggio aveva rimosso i lini; tutto infine annunciava una violenza, contro cui la volont e le forze d'Agnese avevano opposta un'inutile difesa. Il nodo sfilacciato d'un nastro rosso, che le sosteneva sul petto un medaglione, parve agli occhi dei circostanti una striscia di sangue. Il timore divenne in quel punto certezza; l'angoscia si cangi in raccapriccio. Nessuno aveva il coraggio di verificare una tremenda realt: tutti subivano in silenzio la scossa di una disgrazia atroce ed irreparabile.
.
Ma Canziana, che al pensiero d'una sventura indefinita era muta e fuor di s, ricuper le forze davanti ad un mal certo ed al cospetto della sua cara padrona. Accorse quindi sollecita e ringiovinita a raccogliere intorno a quel corpo le vesti scomposte, prima ancora di sapere se esse coprivano una creatura viva. Ma curvandosi sul corpo esanime, per compiere il pietoso officio, e ponendole una mano sul petto, vi sorprese un debole anelito di vita, tradutto in un battere lento e quasi impercettibile del cuore.
 viva, sclam la buona donna,  viva! Il cuore batte.... Oh Signor benedetto! In dir ci levossi, ed inghiottendo le inutili aspirazioni, e troncando ogni atto di piet inoperosa, sollecit l'ajuto dei vicini per trasportare la svenuta nella sua camera, e prestarle pronto soccorso.
.
Pochi istanti dopo, Agnese rinvenne, aperse gli occhi, riconobbe Canziana, e, colla ingenua inconsapevolezza di chi si risveglia da un profondo sonno, chiese agli astanti la ragione di quell'insolite cure.
Canziana, dubiosa se dovesse prima rispondere od interrogare, s'affrett a venir in ajuto dell'indebolita memoria d'Agnese, sperando di poter sciogliere pi presto altri premurosi sospetti.
.
Le raccont pertanto come e su quali indizii ella andasse in cerca di lei, come e per mezzo di chi giungesse a scoprirla. Il resto era meglio indovinarlo che chiederlo: prova cotesta, che ella nutriva dei dubj e che non aveva cuore di sollevare nuove questioni per tema di recar danno alla gi troppo grave situazione di Agnese. Ma d'altra parte, poco dopo, temeva ancora pi forte che una prolungata ignoranza dei fatti potesse cagionarne uno sviluppo men fortunato. Mentre oscillava fra gli opposti partiti, ed una o due volte aveva iniziato la fatale inchiesta da cui poteva escire la consolazione sua o la sentenza d'entrambi, Agnese medesima tronc ogni incertezza, volgendosi a Canziana per chiederle conto del suo Gabriello. Nulla d'inaspettato in ci; eppure tale parola fu un colpo terribile per la buona donna. A chi mai poteva ella rivolgere ora le sue interrogazioni, se la madre non sapeva rispondervi? Conveniva ingannare la piet di Agnese, consigliandola a rimettere a miglior momento lo sfogo della sua tenerezza, o non doveva piuttosto farsi sincera narratrice dei fatti, a rischio di ripiantarle nel cuore il coltello di un altra sventura?
.
In tanta incertezza una piet pi oculata e pi tenera, condannando ogni indugio, reclam altamente che si provedesse col maggior zelo, e sbito, alla sorte di una creatura egualmente cara. Gi il suo silenzio aveva manifestato l'imbarazzo; questo metteva la madre sulle tracce del vero. Prevalse quindi il partito di narrarle tutto prima che ella tutto comprendesse da s.
Madonna, rispose Canziana risoluta di dire il vero, ma peritosa nello scegliere le parole il vostro bambino non  qui. No, non vi spaventate: raccogliete bene la vostra memoria: non l'avete forse portato con voi al momento d'escire dalla camera?
L'affetto di madre, messo a cos dura prova, reintegr i sensi d'Agnese, e moltiplic le sue forze, aggiungendovi l'energia rapida e convulsa del terrore. Le guance, poco prima smunte ed infossate, si coprirono di un rossore intenso; l'occhio si spalanc non a cercar luce, ma a sprigionare un lampo quasi feroce. Si lev ella risolutamente a sedere sul letto; e, con un tuono di voce ed un atto della mano che esprimevano comando, disse: voglio vedere mio figlio.
.
Lo vedrete, madonna, lo vedrete: ma, per la salute di lui e per la vostra, tranquillatevi; procurate di ridurvi alla memoria il momento in cui siete escita da questa camera; per far ci vi abbisogna un po' di calma. Suvvia: siate buona.
Qui Canziana, tenendo una strada pi lunga, ed usando le parole le pi attenuanti, cerc di condurre la sua padrona a riconoscere il vero stato delle cose, per aver lume e trovar mezzi a provedere.
.
Finch Agnese credette che la governante, mossa da un sentimento di soverchia piet, la consigliasse soltanto a protrarre ad altro momento la consolazione di rivedere il suo bambino, ella pot seppellire in s i sospetti, accagionandone la mente indebolita e la crisi sofferta. Ma quando, dopo un lungo diverbio, riempiuti i vuoti della memoria e rannodato il filo interrotto delle impressioni, ricord lo spettro orribile che vagava nella sua camera accanto alla cuna del suo bambino, per poco non cadde morta. In quel campo di terrori indeterminati, la ragione, non trovando il fatto suo, andava smarrita. L'infelice non attese altre dichiarazioni, non si arrest a far nuove inchieste. Forse il pensiero che la sua mente si faceva di bel nuovo torbida, divenne a questo punto la tavola di salute alla quale fid l'ultima sua speranza.
.
Si sforz d'accomodar la ragione al partito di negar tutto. Simile a chi sogna cose orribili ed  consapevole di sognare, ella tent di sciogliere l'incanto, che la opprimeva, combattendone coll'incredulit ogni apparenza. La mente non reggeva a tanto; chiam in ajuto le forze del corpo. Levatasi bruscamente, colle due mani spartiva sulla fronte i capelli che gli facevano ombra; si stropicci gli occhi come se volesse invitarli a veder meglio e a scorgere il vero; e fe' cenno ai vicini, che sgombrassero. Poi, sorda alla voce della compagna che colle parole pi affettuose la consigliava a star quieta e a confidare nelle cure altrui, si precipit dal letto, e corse alla culla del bambino, sperando di trovar col la prova certa del suo inganno.
.
 inutile dire che la debole violenza fattale da Canziana non giov punto. Agnese, ingagliardita dal suo stesso delirio, si precipit sopra il letticiuolo, e quando lo vide deserto, colle mani protese e tremanti come quelle di un cieco, palpeggiava le coltri sperando di chiamare menzognera la vista. L'ansia di quel momento era estrema. La madre si abbandonava a quella prova con una fede vivissima; quella doveva essere l'ultima e la pi fatale sua delusione. Gli astanti, sorpresi e soverchiati da tanti affetti, aspettavano muti ed immobili che Dio operasse un miracolo.
.
E, in vero, fu un miracolo se Agnese sopravisse a quel colpo, e se la sua ragione, soprafatta da tanto strazio, non cedette all'incalzante delirio fino a smarrire la coscienza di s. La sventurata rimase per un istante immobile e ritta della persona, colle braccia rigide e le palme svolte ed avvicinate, come se mostrasse ai circostanti quel posto manomesso, profanato, ancor tiepido del calore vitale dell'infelice sua creatura. Portava il capo rivolto al cielo, il collo un po' teso in avanti, e leggermente soverchiato dalle spalle. Rassomigliava alla Niobe impietrita dal dolore, quale ce la ritrasse lo scalpello greco. Le sue carni erano bianche come le vesti; solo a dar vita a quel freddo simulacro, le piovevano sulle spalle e sul petto le treccie brune ravvivate da un serpeggiare molle ed umido, che obediva ad ogni piega del corpo e ad ogni alito d'aria. E come per la sciagurata rivale di Latona il marmo sud lacrime72, cos la fronte di costei rivolta al cielo e ravvivata da due grand'occhi, porgeva a Dio l'unico tributo degli infelici, un copiosissimo pianto. Sarete voi meno pietose, o leggitrici, perch la poveretta, davanti a s crudele spettacolo, non perdette il senno? Perch, raccolta la ragione dentro i confini del vero, pes, discusse, riconobbe tutta l'estensione e la profondit del suo male? Ah no! la demenza sarebbe stata pietosa per l'infelicissima madre. Ella doveva ritornare in s, perch gli errori della fantasia non avrebbero mai saputo creare un'imagine pi tetra di quella, che ora le veniva presentata dai fatti. Quanto aveva ella sognato nel delirio era troppo al di sotto del vero.
...
.
...
130.
...
.
...
Altrove si  parlato di una madre che vide il proprio bambino cadere d'improviso in gravissimo pericolo della vita. La natura in quell'istante non chiuse il cuore di lei nella sterile meditazione de' suoi mali, ma lo scosse, e lo riaccese di quell'istinto, che centuplica le forze, e rende le braccia di una povera donna atte a far prodigii. Se Agnese avesse dovuto disputare ad una fiera, o ad un sicario, il possesso della sua creatura, non avrebbe pianto, ma operato. Se la parola non bastava a piegar l'animo dell'assassino, ella avrebbe fatto arma delle sue mani e scudo del suo petto.
.
Contro ogni oltraggio, di cui fosse testimonio, le rimaneva sempre la voce per chiamar soccorso, l'occhio per spiare i passi dell'assassino. Alla peggio, poteva correre la medesima sorte della vittima, dividere con essa i pericoli, gli oltraggi, la morte. Oh allora le parve che il morire vicino al suo diletto, e il morire per lui, fosse una dolcezza privilegiata! Che pi? avrebbe quasi preferito stringersi al seno il suo bambino esanime, che non saperlo vivo tra le braccia di uno sconosciuto. Il poveretto, lontano da sua madre e in bala di un malevolo, sarebbe morto egualmente.
.
Almanco nel primo caso le restava il conforto di essere con lui fino all'ultimo istante, di prodigargli quelle cure, che lasciano nella memoria dei superstiti una soavit mesta e consolatrice. Rammentava, a prova di ci, le angosce sofferte nella recente sua malattia. Quella lunga serie di notti insonni, di affannose sollecitudini, di passaggiere illusioni, assumevano l'aspetto di un dolore soave, di un male divenuto quasi invidiabile. Varcava col pensiero l'ultimo passo, che minacciava di separarla per sempre da lui; e ancora vi trovava qualche conforto. Poteva accarezzare, stringere, baciare la fredda salma del suo diletto; poteva piangere su di essa e vicino ad essa. La carit non aveva esaurito tutti i suoi tesori; essa serbava ancora altri affetti, altre cure per coronare i miracoli dell'amore materno. Vegliava la spoglia inanimata, l'ornava della candida vesta, la seguiva al luogo dell'eterna quiete. La terra, ove dormono le sue ceneri, consacrata da quel caro deposito, sarebbe divenuta la meta giornaliera de' suoi passi; quella terra, fecondata dalle sue lacrime, doveva convertirsi in una bella ajuola di fiori.
.
Nelle rose cresciute su quella tomba ella avrebbe ravvisato le sembianze del suo angelo; avrebbe gustato le gioje delle sue carezze, aspirando avidamente i profumi esalati da quella sacra zolla. Le tombe non sono mute, che per le menti assordate dai clamori mondani. La fede, che per le creature elette  necessit, non legge o proposito, susurra nel cuore della derelitta parole s dolci, che labro umano non pronunci mai. E perch piangi, o madre mia? le dice una voce d'angelo forse che, deponendo s presto il carico della vita, fui meno fortunato di te: di te che ancora langui nell'esilio? O mia buona madre, sarei io beato in paradiso, se non avessi la certezza che un giorno t'avr meco?
Sogliono le anime addolorate sforzarsi di pervenire all'esatta conoscenza della propria situazione, col mezzo dei confronti. Il male altrui, ed anche il male nostro, provato in altri tempi e in altre circostanze, serve di misura ai dolori attuali.
Ma dove si pareggiano interessi ed affetti, il giudizio umano assai spesso va errato; l'urgenza dei mali presenti ne conduce di leggieri a crederci destinati a provare la fatale supremazia della sventura. Cos l'infelice, anche quando non lo  compiutamente, pensa, opera e soffre, come se il tristissimo privilegio di un dolore supremo spettasse a lui solo.
.
Tal era d'Agnese. Ella tornava colla memoria ai mali test esperimentati per convincersi, che la sua disgrazia presente era senza confronto la pi grave di tutte. Rammentava la dolcezza delle cure, che ella poteva prestare poco prima al suo bambino moribondo, per concludere che la sua sorte era ineffabilmente peggiore. Il cuore, industrioso nel torturarsi, non sapeva darsi pace, pensando che il suo bambino (pur sano e salvo), strappato al seno materno, era costretto a chiedere vita ed alimento ad una carit fittizia o mercenaria. Provava in ci il raccapriccio, che un'anima pia sente al vedere un oggetto sacro, manomesso dal ladro sacrilego.
.
Al terrore di una violenza subitanea, succedeva in lei il ribrezzo delle cure menzognere, che una mano venduta avrebbe prestato all'innocente per l'unico scopo di avvantaggiare il bottino. Le pareva di sentire i lagni della sua creatura ritrosa ad accogliere le sollecitudini di persona sconosciuta. Quei pianti le straziavano l'anima; e dietro essi le pareva d'indovinare la mal contenuta iracondia altrui. Forse ai vagiti dell'innocente rispondeva la bestemmia; alle tenui sue proteste si contraponevano atti violenti e brutali!
.
Da questi pensieri si lanciava di colpo in un campo d'altri ancora pi oscuri, pi indeterminati, e non meno dolorosi sospetti. Chi mai pu avere interesse a commettere tale delitto, chiedeva ella a s stessa? Ho io dei nemici? e chi sono essi? e con quale scopo entrarono nella mia casa per impossessarsi di un bambino? Come mai dal male fatto ad una povera donna si attendeva quel tanto di bene che basta a spingere un animo feroce a commettere un delitto?
.
Qui, ci  forza il dirlo, la mente d'Agnese era travolta in un bujo, in mezzo al quale la ragione si sarebbe di buon grado rassegnata a non riconoscere giammai il vero. Ma ci che ella non voleva vedere o scoprire, le si presentava da s, talora franco e sonoro come ravviso di un amico, tal altra incerto e sommesso come la mezza parola del calunniatore. Ah! la fiera battaglia, che si accese allora nell'animo suo! Tanto fiera, che ai tristi avvisi della ragione ed alla inesorabile evidenza dei fatti, prefer contraporre un'incredulit priva di senso, ma inespugnabile ed assoluta. Erano s orribili i sospetti che, per tagliar corto, accus s stessa di demenza.
...
.
...
131.
...
.
...
Questi rivolgimenti dell'animo, non accompagnati da alcuna parola, erano scritti a chiare note sul suo volto; il quale, dopo aver palesato con rapido mutar di colore e di espressione la vicenda interna, fin per contrarre quella immobilit, che  l'ultimo e pi terribile sintomo di un'anima soggiogata dal dolore.
.
Meno commossa Canziana, e quindi pi padrona di s, studiava invece di scoprire la via migliore per precorrere i fatti, e dirigerli a men fatale risultamento. Chiunque fosse il ribaldo, e qualunque lo scopo del suo delitto, saggia cosa era il tentare di raggiungerlo. L'assassino non poteva essere lontano. Quanto ai mezzi per ispogliarlo della sua preda, ella non ne vedeva che due: la forza o l'oro; questo preferiva a quella. Pass in rassegna le persone a cui avrebbe potuto affidare una missione tanto delicata. Il campo della scelta era ristretto; le persone abili a ci erano due soltanto; ma le strade a tentarsi parecchie. A questo punto ella rimaneva interdetta.
Se non che, lo stato di Agnese la costringeva a scuotere l'inerzia comune, onde l'animo della addolorata non soccumbesse sotto il peso della disperazione. Le frasi consuete, con cui un'anima pietosa tenta racconsolare gli addolorati, non avevano maggiore effetto che la rugiada sur un incendio. D'altronde, a quali speranze poteva ella richiamare il cuore d'Agnese? doveva inaugurare le sue consolazioni coll'invitarla a piegarsi rassegnata alla mala fortuna, come se fosse perduta ogni fiducia nella potenza di Dio?
.
Torn la vita, e con essa il moto e la parola, dove poco prima era silenzio ed inerzia, non appena Canziana propose di spedire il vicino e Bastiano sulle traccie dello scelerato. Incerta cosa era il poterlo raggiungere, pi incerta ancora la probabilit d'indurlo ad abbandonare od a cedere la preda. Ma un disegno qualunque, bench vago, bast a rannodare l'ultimo filo di speranza. A tale proposito la madre, rotto il desolato silenzio, trov parole per animare la piet altrui, accaparrandola colle proteste di una gratitudine senza confine.
L'amore materno, svolto in una serie di atti e di parole solenni e commoventi, cangi la preghiera in comando, l'audacia in prudenza, il tentativo in necessit. Lo stesso Bastiano trov gli spiriti necessarii a secondare l'impresa del compagno. Il quale, intascato quant'oro si pot raccogliere, e quant'armi si celavano sotto le gabbanelle, s'avvi per escire, chiedendo prima a s stesso, poi ai circostanti, dove era bene rivolgersi.
.
Nuovi dubii avrebbero rallentato le buone disposizioni di quei valentuomini, se in quel punto non fosse capitato un contadinello, il quale, tutto ansante dalla corsa e sbigottito nel trovarsi in mezzo a tanta gente, trasse di tasca una medaglia attaccata ad un nastro rosso, e raccont come l'avesse allora allora trovata e raccolta sul sentiero del bosco, sulla direzione di V...
.
La medaglia pass dalle mani del contadino a quelle di Canziana, la quale, senza dir parola, la rimise ad Agnese che tosto la riconobbe. Non fu bisogno di discutere pi a lungo sulla via da scegliersi: quella scoperta l'additava chiaramente. La povera madre si struggeva di tenerezza contemplando e baciando la cara reliquia, e gi i due campioni camminavano o, per dir meglio, volavano all'ardita impresa.
.
Assai poco era a sperarsi da tanta sollecitudine. Dal momento dell'invasione a quello in cui ora ci troviamo, era passato il tempo necessario a disperdere ogni traccia del delitto. Eppure, non vi fu mai rimedio che con maggior prontezza restituisse la vita ad un moribondo. Per esso l'animo d'Agnese si riscosse quanto era necessario ad aver forza di sopportare i nuovi mali, e di attendere un men fatale scioglimento della catastrofe.
.
Infelicissima madre! Quando vide che alcuno si dava moto per lei, ringrazi Dio, che le infundeva vita e speranza. I suoi occhi si riaccesero, il suo labro articol qualche parola, il cuor suo torn a palpitare. La statua del dolore discese dal suo piedestallo per divenire l'imagine viva della carit, che si strugge in preghiere, in affetti. Ottima Agnese! non appena il pot fare inosservata, gett le braccia al collo della fida compagna, e su quel seno, asilo consueto della sua fronte agitata, ed esperto a tante e ben diverse lacrime, trov un momento di requie. Allora Canziana non medit una parola di conforto; n Agnese dimand all'amica pi che il ricambio di quella stretta, che le faceva credere d'abbracciare sua madre. In quel silenzio e in quella stretta, ambedue si erano comprese perfettamente. Nei mali dell'anima, come in quelli del corpo, una diagnosi felice  il certo indirizzo alla scoperta del rimedio. Quell'amplesso facilit ad Agnese il pianto; questo le restitu l'uso della parola; e lo spontaneo sfogo degli affetti era gi un dolce conforto.
Pensa a quanto io ho sofferto, o amica, disse Agnese con voce commossa; pensa che dal giorno in cui ho perduto mio padre, la mia vita  un tessuto di disgrazie sempre crescenti.
.
Non lo dite a me, madonna, non lo dite a me, che ho tutto veduto e compreso...
Ma forse non avrai ancora compreso che i miei dolori si accumulano oggi in un solo; e che questo nodo di mali  tremendo, e diviene insopportabile.
Canziana tacque; ma non perch ignorasse il senso di queste parole.
Ascoltami, ripigli Agnese; ora ti voglio dir tutto. Quanto io aveva nel cuore non pot trovar sempre sfogo sul labro. I miei sorrisi erano veritiere prove di gioja; come i sospiri furono sempre l'espressione del mio dolore. Ma i lunghi silenzii, e le veglie inavvertite, velano una storia a te ignota. Ascoltami dunque, te ne prego. Io era giunta fino ad oggi, pensando che Dio m'accompagnasse nel portare la mia croce. Tu sai che l'incontro di un uomo amato da mio padre ridon qualche valore alla mia esistenza. Io mi sono abbandonata a lui, pensando che nel ravvicinamento delle nostre esistenze vi fosse qualcosa di sovrumano. In seguito, quando una vicenda misteriosa, in onta a tanti giuramenti, allontan da me quell'uomo, cominciai a dubitare di me; ma non potei ancora convincermi, che la colpa altrui divenisse colpa mia, o se pur qualche volta provai rimorso, la vista del bambino, di cui Dio mi aveva fatto dono, mi rinfranc. Non credetti possibile che un angelo potesse vivere e crescere nel seno di una donna maledetta. Credetti d'aver scoperto in questi fatti il secreto della mia espiazione. La mia vita non era pi mia, ma della creatura che il cielo m'aveva dato. Io non poteva piangere se egli sorrideva; io non doveva maledire alla mia esistenza, se la sua diveniva ogni giorno pi florida e pi bella.
.
Fin qui Agnese aveva parlato con un calore insolito; e, trascinata dall'entusiasmo degli affetti, obliava per un istante la realt. Ma il gioco non poteva durare a lungo. Canziana, meravigliata nel vedere tanto cangiamento, era incerta se dovesse rallegrarsi o dolersi di quelle parole. Nulla di nuovo in quanto le veniva detto; ma tutto ci non era che l'esordio di una impreveduta rivelazione. Aveva la buona donna l'occhio nell'occhio d'Agnese; accompagnava leggermente col capo il ritmo sonoro delle parole, che escivano come inspirate dal labro di lei. A quando a quando, senza interromperla, v'intrometteva sommessamente un motto d'affermazione. Ma poich la narratrice, con un calore sempre crescente, era giunta alle ultime parole, comprese che le sue forze erano ormai esauste; quindi, aprendo le braccia quasi accorresse in suo ajuto, raccolse di nuovo e strinse al suo seno il capo della infelice; le baci affettuosamente i capelli; le prodig mille carezze. In quella ripetuta testimonianza d'affetto ritrov Agnese la forza necessaria a ripigliare il discorso: e quando si rilev dalla sua positura, gli occhi e il volto avevano deposto la fittizia sicurezza, e rivelavano un completo scoramento.
.
Con altro tuono di voce, e con ben diversa espressione, la poveretta ripigli la parola:
Ora, tutto  mutato per me. L'ultima delle mie disgrazie non  soltanto la pi grande,  il compendio e l'inasprimento delle altre. La doppia sventura della perdita di mio padre e dell'abbandono di colui riceve ora il suggello dal rapimento della mia creatura. Dapprima piansero la figlia, e l'amante; ora sono le lacrime di una madre, che si debbono versare; e queste non avranno consolazione. Se ascoltassi una voce, ahi! troppo crudele, della mia coscienza, dovrei dire, che oggi mi vien negato il diritto della maternit, e che la mia speranza nel perdono di Dio si  illanguidita, poich mi fu tolto l'angelo intercessore. Dimmi, amica, che ci non  possibile; che questo  un delirio; che io sono disennata. E le parole d'Agnese finivano ancora nel pianto.
.
Canziana, troppo commossa per saper trovare le parole acconcie a consolarla, intercalava il discorso con monosillabi tronchi, che non avevano altro valore fuor quello d'essere pronunciati con un tuono affannoso, sintomo infallibile della piet la pi sincera.
No, mia diletta, non dite cos. Per l'amor di Dio, acquetatevi.... Non fate ingiuria alla misericordia del Signore.... Egli non abbandona nessuno; nemmanco i pi tristi peccatori. Suvvia, siate buona.... preghiamo e speriamo....
Se Dio permise che una povera creatura venisse strappata dal seno materno, soggiunse Agnese, dovr io supporre che la Providenza abbia scordato l'innocente? ma non  pi saggia cosa il credere, che la giustizia divina ha voluto punire la colpevole?
No, no: per l'amor di Dio, per l'anima vostra, non indagate i consigli del Signore. Esso opera per noi, anche quando apparentemente sta contro di noi.  un peccato cotesto vostro dubio. Cercate di dileguarlo. Uniamoci per pregare Dio, e le anime care che abbiamo lass.
Oh s, pregher i miei genitori, disse Agnese, sempre, ma diversamente commossa.
.
Il Signore, loro merc, guider i passi dei nostri amici. Egli toccher il cuore di chi ne vuol male: a Lui nulla  impossibile.
Il tratto pi caratteristico di queste parole era l'associarsi di Canziana ai dolori della sua padrona, e il volerne la sua parte. Non isfuggiva ad Agnese la squisitezza di questa forma di linguaggio; e si compiaceva di aver compagna nel dolore e nella speranza un'anima buona, la cui vita illibata doveva rendere grate a Dio le comuni preghiere.
.
Canziana, prega anche tu.
S, io pregher con voi. Iddio legge nel mio cuore, e vede che io gli offro la mia vita perch voi siate consolata.
Le due donne, abbracciate insieme, volgevano lo sguardo al cielo; ed inalzavano a Dio la mente ed il cuore. Il volto di Agnese, irradiato dalla luce celeste della fede, si era fatto ancora pi bello. I suoi occhi grandi e splendenti pi dell'usato, riflettevano i puri raggi del mattino, cui erano rivolti con una languidezza piena d'affetto. Due lacrime pendevano dalle sue ciglia, trasparenti come stille d'acqua che posano su un fiore, e vi attestano gli oltraggi della procella. La bocca lievemente socchiusa, quasi fosse pronta a parlare, non labreggiava parola: la preghiera era tutta mentale. Le chiome disciolte, aggiungevano una splendida cornice alla belt addolorata, piovendole con leggiadria sul collo e sulle spalle. Le braccia aveva strette al seno, per raccogliervi i lini malassettati, e teneva le mani giunte in atto d'orazione. La creduta colpevole era il ritratto vivo di una di quelle sante, che l'Angelico soltanto seppe dipingere, poich le vide cogli occhi della fede.
.
Un'eguale piet rendeva ancora pi veneranda la precoce canizie di Canziana. Sparirono le rughe dal suo volto; l'anima ringiovinita dalla preghiera e dalla speranza, s'effundeva sul suo aspetto, e s'imprimeva in ogni suo moto.
La preghiera fu breve, appunto perch fervidissima. Pu il cuore umano toccare il cielo; ma non sa librarsi lungamente nelle regioni infinite dell'eterna luce. L'uomo vede Iddio; come il suo occhio, trascorrendo l'orizzonte, fissa per un brevissimo istante il sole.
...
.
...
132.
...
.
...
Erano trascorse due ore dalla partenza dei messi, e non si era ricevuta alcuna notizia di loro. Canziana, nullameno, era piena di speranza; Agnese, in seguito al colloquio che abbiamo riferito, aveva cessato dal disperare. Dopo la preghiera, il suo cuore era in grado di raccogliere e valutare quelle poche probabilit di buon successo, che le rimanevano ancora. Teneva conto dello zelo e dell'accortezza del suo vicino; faceva assegnamento sull'importanza degli oggetti che si offrivano in riscatto del prigioniero. Non le pareva possibile che vi fosse ne' suoi nemici altro interesse fuor quello di un turpe lucro. Se Dio guida i nostri amici sui loro passi, diceva ella, se permette che gli sciagurati siano raggiunti, la vittoria  nostra. E ci sar; perch Dio  infinitamente buono!
.
Ricordava, che nel fervore della preghiera ella aveva offerto al Signore la vita del suo bambino; e dalla calma soave, che dopo quella orazione le era discesa nel cuore, osava concludere che Dio avrebbe gradita l'offerta, ma non accettato il dono. Le tornava alla mente come Abramo, pronto ad immolare sull'altar del Signore l'unico suo figlio, si rendesse caro a Lui. Avrebbe voluto possedere la docilit e la rassegnazione del santo vecchio, per farsi degna dello stesso beneficio. E pure il suo cuore, sebbene conoscesse di non potere vantare tanta virt, non si stimava del tutto immeritevole della grazia divina. La confidenza rinata pigliava il carattere di buon presentimento.
.
Pass un'altra ora a questo modo. Il sole, surto libero e splendente da un letto di nebbia frutto della stagione, vibrava i raggi tiepidi pi dell'usato; sembrava che, prima di cedere i suoi diritti all'incalzante inverno, volesse riguardare un'altra volta amorosamente gli ultimi frutti dei campi, e dar l'addio al creato. Il placido aspetto della natura, che s'apparecchiava al riposo, induceva nell'animo delle nostre afflitte un non so che di confortevole. Agnese aveva trascorse tutte quante le eventualit fortunate, discutendole ad una ad una colla compagna. Questa, agitandosi nell'immensit del possibile, riesciva a rannodare i fili delle soluzioni pi felici onde giustificare tante lentezze, e tener viva la speranza della sua padrona.
.
Nell'ozio di quella dolorosa aspettativa, quando le parole cominciavano a venir meno, lo spirito di Agnese con spontanea e perdonabile superstizione chiedeva agli oggetti materiali, che le stavano intorno, un responso a' suoi dubii; e come in quel d ogni cosa era calma e lieta, cos tutto pareva ripeterle: abbi fiducia. Ma pure non ne aveva quanta bastasse a renderla rassegnata al lento correre delle ore; mentre, per altra parte, desiderava che elleno non scorressero mai, poich ogni minuto spegneva una piccola probabilit. Per porre freno a questi contrasti, ricorreva ad un artificio quanto puerile altretanto spontaneo. Imponevasi la legge di sospendere le ansiet, di aspettare lo scioglimento dei suoi dubii, da questo e da quel caso del tutto fortuito. Ancora per poco, ella diceva tra s e s, finch il sole giunger qui co' suoi raggi, finch quel ragno avr steso il suo filo sul pergolo. E con tale artificio cercava di ingannare s stessa, e fino ad un certo punto vi riesciva.
.
Se non che, quel medesimo istinto, che doveva risvegliare nel bambino il desiderio ed il bisogno della madre, faceva in questa rivivere l'assopita necessit di stringere al petto la sua creatura. Le sembrava di udire i vagiti del bambino che dimandava alimento. Al pianto sommesso e lamentevole, succedevano strida strazianti; vedeva il volto di lui, gi roseo, sorridente, farsi torbido, rubicondo, quasi soffocato dall'inutile pianto. Le sue gote si coprivano di lacrime; i vermigli labrucci boccheggiavano convulsamente, ingojando le lacrime e i singhiozzi.
.
A un quadro cos straziante, invano la ragione artificiosamente rassegnata tentava opporre indugi e pazienza. Quelle strida echeggiavano involontariamente nell'anima d'Agnese, dappoich la natura cangiava in ispasimo quella pienezza di sangue e quel rigoglio di vita, che doveano essere sangue e vita d'un altra creatura. Martirio di questo genere potr essere compreso soltanto da chi fu madre.
Non convinti d'avere compiuta la dipintura della scena che ci sta davanti, noi ci affrettiamo alla fine. Chi ha posto un po' d'affetto nella nostra eroina, deve averci compreso; chi ci ha compreso, non avr bisogno d'altro eccitamento per far omaggio della meritata piet alla infelicissima donna. Coloro, che avendo irrigidite le fibre del cuore, negano ogni culto alla sventura, coloro che non videro o non si curarono mai di vedere cose tristi, coloro infine, a cui la piet fa paura, non gradiranno questi piagnistei. Piacer ad essi il poter dire che questi fatti sono fole da romanzo, perch allora  lecito il non sentirne piet. Cos fa l'avaro; ei non dice di voler negare soccorso all'indigente, ma non discende mai a cercarlo, e se l'incontra, finge di non vederlo, e se lo vede, lo disconosce.
.
Alla sollecita e fervida piet delle donne, alla tenerezza delle madri e delle spose, non sar raccomandata invano la nostra eroina. Elleno sapranno misurare la profondit della sua ferita, e indovinarne tutti i dolori, che nessuna penna saprebbe ritrarre fedelmente. E se qualche ciglio si  fatto severo nel leggere sulle pagine precedenti la storia dell'amante felice, esso ora diverr pi indulgente leggendo quella della sventuratissima madre.
...
.
...
133.
...
.
...
Era oltre mezzod: il sole aveva intiepidita l'aria e smunto gli ultimi profumi dalle erbe e dai fiori del tardo autunno. L'allodola morosa attraversava l'aria stridendo allegramente, e scendeva di quando in quando nei solchi, a cercarvi i semi di panicastrella e di gittone. I contadini, interrotto per breve momento il lavoro, sedevano a riposo sul ciglio delle siepi, ai raggi solari, e, vuotata in un istante la povera scodella, ringraziavano Chi la dava loro, cantando a tutta gola. Il severo reggitore intanto apparecchiava il cmpito del pomeriggio.
.
Oh quanto dovevano le nostre donne invidiare una povert cos felice! Elleno, che solevano consacrare al lavoro ed alla parsimonia del povero una piet cos larga e generosa! Perch il pane dato al famelico non tornava al suo oblatore, sotto la foggia di una parola consolante? Col si rideva: qui una disperazione rassegnata ed inerte agghiacciava ogni sorgente della vita.
.
Ad un tratto, uno strepito lontano scosse la meno assorta governante. La terra molle non rispondeva alle pedate; n si poteva discernere se giungessero uomini o cavalli; ma le foglie aride, che ricoprivano il sentiero, segnalavano, con un insolito fruscio, l'avvicinarsi di pi individui. Alla prima, Canziana credette che fossero i contadini di ritorno dal campo; ma l'ora non era la consueta; lo strepito annunciava tutt'altro. Bast intanto s poca cosa a rompere la funesta monotonia, che opprimeva l'anima di lei. Oh! la speranza non  s presto morta: e quando pare morta, bene spesso, come l'arbusto inaridito dalle brume, porta il seme che la resuscita al primo apparire del sole.
Quel rumore non era, come tant'altri, un'illusione; ma si avvicinava, e si faceva pi distinto. Se Agnese lo udisse, e gli desse retta, nol sapremmo: Canziana levossi risolutamente, e corse alla finestra.
.
Era infatti gente che arrivava; chi, ed a quale scopo, non era possibile indovinarlo. La comitiva girava dietro la casa; e l'angolo di essa toglieva la visuale all'osservatrice. A stento per, traguardando fuor dei rami del pergolo, pot scorgere delle pezze d'ombra projettate sul terreno; dai contorni mobili dello spettro riconobbe che un gruppo di gente, in mezzo al quale era un cavaliero, s'avvicinava al casolare.
Canziana non sapeva spiegare a s stessa la ragione di una comparsa tanto nuova. Temeva, in vero, che qualche castellano, smarritosi nella caccia, venisse a cercare guida o ricovero: temeva, dicemmo, perch in quel momento, in mezzo a tanto cruccio, non avrebbe saputo torsi d'impaccio convenevolmente. Intanto una prepotente vaghezza, ben diversa dalla vana curiosit delle femine, le imponeva di venire in chiaro del mistero; e perci non rifiniva essa di guardare verso quell'ombra, e di studiarne il contorno ed i movimenti.
.
Or, mentre stava coll'animo sospeso, uno strido flebile, ma distinto e prolungato, giunse fino a lei. Tese l'orecchio, e stette in ascolto con un'ansia non mai provata. Era, o sembrava, una voce nota: un lagno, un vagito. Combatt il dubio troppo lusinghiero coll'artificiosa incredulit di chi rinasce alla speranza. E il dubio si dileguava e la speranza cresceva; poich quella voce era senz'altro il vagito troppo ben conosciuto del piccolo Gabriello.
.
Non fu mai da anima pietosa pi apertamente franteso il linguaggio di chi soffre; non grido pi sincero di gioja rispose mai al pianto di un innocente. Tanto  l'egoismo dei nostri affetti!
.
Canziana si lanci come forsennata nel mezzo della camera, e rivoltasi alla padrona Madonna, Madonna, gridava, egli  qui,  qui;... il nostro angelo... il cuor nostro... Oh Signore Iddio... che tu sii lodato... che tu sii benedetto!.
Agnese non di tempo a finire la parola. Surse con un movimento s rapido, che tutta ne scosse la camera, e, piantando in viso alla governante due occhi incerti, dimand... Chi giunge?...
Il figliuol vostro! corriamogli incontro... Su via, non mi credete forse?... l'ho udito io stesso, piange, piange il poverino; egli ha bisogno di voi, egli dimanda la mamma.
Ma Agnese non avrebbe saputo moversi dal posto; il suo sguardo era come invetrato; sul suo volto non si cancellavano, n tampoco si attenuavano le traccie della sua muta disperazione.
Canziana rimase per un momento annichilata, poi disse fra se: Un'altra disgrazia! Dio mio, versate su me l'ira vostra; ma risparmiate questa donna; risparmiatela, perch essa  madre.
Fu provida cosa che una momentanea debolezza velasse agli occhi d'Agnese il quadro di un mutamento s rapido ed inatteso. La soverchia gioja l'avrebbe uccisa. Era bene che, fra un dolore disperato ed una gioja senza misura, surgesse una fase neutra di sensazioni vaghe e sbiadite, che contemperassero il presente colle memorie del passato. L'improviso risvegliarsi della febre diede una scossa al sangue gelido ed inerte dell'infelice. Nel male era la crisi.
.
Ma per tener conto di queste ragioni, volevasi pi scienza e minor cuore, che non possedesse Canziana. Il perch la buona donna, appena riavuta da uno sgomento, ripiomb in un altro forse non meno fatale. Non le sembr possibile, che un legger malanno si annunciasse con sintomi cos gravi. Il suo affetto per Agnese era troppo imperioso per calmarsi alle ovvie consolazioni di chi ha il cuor spassionato. Dubit che l'infelice avesse perduta la ragione; e preg Dio, che le inspirasse cosa era a farsi pel meglio.
.
Il violento surgere d'Agnese, cagionato da una forza fittizia ed anormale, si esaur all'istante. Infatti non appena in piedi, brancol cercando un appoggio. E, se la pietosa compagna non fosse prontamente accorsa ad ajutarla, sarebbe caduta. Raccolta da questa, e ricomposta sulla sedia, chiuse gli occhi, e chin il capo sul petto, come persona che dorme. Canziana non tent altra volta di scuotere la sua inerzia; e come avrebbe osato farlo, se l'infelice non si commoveva alla notizia che il suo bambino era salvo?
.
Canziana, della cui mente abbiamo fatta una pittura modesta, era dotata di un cuore s amoroso e compassionevole, che poteva dirsi un modello di carit. Ella non era di quelle creature, che, lanciate in mezzo a subite difficolt, languono sfiduciate, e pagano al male altrui un sincero ma sterile tributo di lacrime e di strida. La buona donna, anche in mezzo alle pi gravi peripezie, soleva essere presente a s, teneva l'occhio sur ogni circostanza, sapeva prevedere ed operare come chi reca negli imbarazzi altrui una intelligenza risvegliata e pienamente estranea. Per la qual cosa, mentre il suo cuore andava a brani pel dolore, la mente provedeva, e le braccia agivano, come meglio potevano, pel minor male dell'infelice. Molte altre pietose al par di lei avrebbero perdute le forze; ella ne raccolse quante ne aveva bisogno per levarla di peso, e collocarla sul letto.
.
Lo stato di Agnese le dava gravissima pena: perocch quella quiete non era riposo ma letargo. Dopo tanto trambusto, il sonno e l'inerzia erano ben altro che sintomi di buon augurio. Nondimeno, vedendo che Agnese era, o sembrava, tranquilla, pens essere tempo di non dimenticare un'altra persona. Laonde, proponendosi di ritornar sbito presso l'inferma, vol ad incontrare il nuovo arrivato.
Il poter stringere tra le sue braccia la cara creatura, che le era costata tante angosce, non fu l'unica sorpresa di quel momento. N Canziana fu la sola persona, che avesse ragione di meravigliarsi dell'incontro inaspettato.
A chiarire questo mistero, c' d'uopo tornar sui nostri passi, e spendere alcune parole per rendere conto delle vicende di Gabriello.
...
.
...
CAPITOLO DECIMOTTAVO.
...
.
...
134.
...
.
...
Quando Medicina ebbe messo il compagno sulla strada che conduce a V..* gli rinov le raccomandazioni, lo guard partire, poi spar per una viottola di traverso. Non era quella probabilmente la sola impresa, ch'egli avesse sottomano in quel momento.
Il Seregnino, dopo di aver trottato per qualche miglio senz'altro pensiero che quello di obedire a chi lo pagava, cominci a provare la noja del cammino; e tra il grande bisogno di correre, e quello ancora pi grande di non far cattivi incontri, provava una perplessit, un'inquietudine, che lo mettevano di mal animo. Fino ad un certo punto, egli poteva chiamarsi padrone delle cose sue; comandava, per esempio, alle gambe di non rallentare il passo, e queste obedivano: ma se voleva sospingere la mente al di l di certe brutte fantasticherie che gli si affacciavano, l'imaginazione, pi caparbia di un cavallo restio, si compiaceva a passare in rassegna una lunga serie di presentimenti tutt'altro che lieti.
.
Messere mi comanda d'essere prudente, e di non lasciare trasparire a nessuno dove si va, e chi siamo, io e questo sciagurato negozio, ed accennava il bimbo. Per me non parlo... fa bisogno di insegnarmi ad aver prudenza...? Ma come si tura la bocca a questa gracchia sgolata che non sa far altro che zittire?.
.
E intanto, togliendo ad imprestito dalla necessit un'amorevolezza tutta nuova, colla mano carezzevole ma coi denti stretti, cercava di calmare gli strilli della creatura; la quale, com' naturale, non si accontentava delle moine di un simile balio. Al crescere dei fastidj, scemava l'ossequiosa sua riverenza verso il padrone, ond'egli soleva piegare il capo ad ogni voler suo, senza mai chiedere il perch di nulla. Allora gli parvero meno vantaggiosi i patti della sua servit; allora accolse di buon grado e vagheggi i primi sintomi di una opposizione, che proponevasi di spiegare arditamente, appena si fosse trovato in faccia a lui.
Ma la coscienza, invece di tranquillarlo col pensiero d'essere materiale strumento della volont di un altro, gli faceva questa volta assaporare il diletto di non avere in tutto e per tutto accettato come legge l'altrui comando.
.
Alla peggio, diceva tra s e s, devo aver fatto una buona giornata. Se messere non vuole questa volta riconoscere il mio cttimo, ho con me pi del bisognevole per compensarmi della mala vita. Ho di che far baldoria per uno, per due, per dieci giorni. E, in dir ci, scuoteva sul fondo della saccoccia un pugno di oggetti, che gli rispondevano con un suono argentino. Allora gli tornavano le forze, ripigliava la corsa, e trovava men duro il mestiere.
.
Giunto a mezzo della strada, volle permettersi una fermata. Aveva bisogno di riposo, e sentiva pungersi dalla curiosit di riconoscere meglio il valore del suo bottino. Esc quindi dal sentiero; ripose da un canto sull'erba la creatura che finalmente aveva cessato del piangere; e, seduto ai piedi di un grosso albero, dopo di aver disteso davanti a s il gabbano, cacci le mani in scarsella, vi pesc il tesoretto, e lo pose in ordine, come farebbe un merciajuolo colla sua bottega ambulante. Parve assai sodisfatto: poich esamin gli oggetti ad uno ad uno, di sopra, disotto; li strofin, li fece saltare sul palmo della mano per giudicarne il peso, e mostr una giovialit convalidata dalle laute promesse, che quel peso e quel bagliore gli prodigavano.
.
Che ne fo io di tutto questo ciarparme? avessi la ganza potrei ornamela nei giorni di festa, ma per me... Una parte la darei volentieri per far dir del bene ai miei morti; perch, dopo essermi fatto un signoretto, vorr diventare un galantuomo.... Ma c' ben tempo a ci; la signoria  ancor troppo lontana. Meglio  farne un mucchio, e venderla al primo merciadro, che m'abbia faccia di uomo onesto. Tutta questa roba, dell'oro e dell'argento, per un gruzzoletto di terzuolini... Che affarone per lui e per me.... ma (e qui fece pausa) mi sembra di udire del rumore...  il vento che agita le foglie secche. Che cosa vuol dire esser ricco... sbito s'entra in sospetto. Voglio disfarmi di questa grosseria.... appena a Milano.... anche prima se mi capita l'occasione.
E qui s'arrest di nuovo, perch lo strepito si faceva pi forte, e perch le foglie secche non erano agitate dal vento, ma da parecchie pedate che rimontavano il sentiero.
.
Un primo istinto consigliava il ribaldo d'evitare un incontro e di cercare una scappatoja; un altro, o meglio lo stesso pi raffinato, gli rammentava che anche la fuga aveva le sue difficolt, i suoi pericoli. Intanto che discuteva, l'occasione d'andarsene si fece meno propizia, quella di restare pi accettabile. Quei sopravegnenti d'altronde parlavano alto e libero, ed egli cominciava a comprendere qualche parola, poi tutte le parole e infine il senso ed il tenore del dialogo. Il vecchio istinto di spiare i fatti altrui lo inchiod, malgrado la paura, sul terreno. Il tronco, a cui era appoggiato, e gli arbusti che lo circondavano, gli servivano da nascondiglio. Rinvers ad ogni buon conto un lembo del gabbano sulla sua roba, poi facendosi piccino per capir meglio nell'ombra protettrice, attese che la comitiva passasse, registrandone e commentandone in secreto le frasi.
.
Per sant'Aquanio, al quale ho fatto voto di non bestemmiare il venerd, la  una cosa da dar l'anima al diavolo! diceva l'uno.
Pensa o Bruto, che dimani  sabato, interruppe un altro, ridendo sguajatamente.
Tu scherzi: ma che far io, se mi si toglie quest'unico pane?
Ha ragione Bruto, entr a dire un terzo; con una donna come la sua che gli regala un bambolo ad ogni maturar delle mele...
Parla bene Rustico. Il padrone mi fa sapere, ripigli Bruto, che la selvaggina diviene ognid pi scarsa, e che  malcontento di me. Che vi posso io... per tutti i diavoli! Io sono sempre qui, passo la mia vita in questo bosco, io; corro in su e in gi a ogni ora e straora; distruggo tramagli e lacciuoli. Che devo fare di pi... malanaggia!
Tante volte il male sta nella testa di chi comanda, e non nella volont di chi obedisce.
Ben detto, o Rustico. Quando si vuol veder fiorire la selvaggina, bisogna appiccare chi la disturba; e non imitar Sua Grazia che, non curandosi di caccie, fa mettere in libert tutti i cacciatori furtivi.
Bisogna imitare messer Barnab, dissero ad una voce i compagni. Allora s...
Intanto, figliuoli, c' pericolo di vederci tutti licenziati.
Va a servire quel di Milano aggiunse Rustico.
Bisogner far cos, conchiuse Bruto sospirando, a rischio di far vedova la donna ed orfani i figli al primo peccato veniale.
Quando sei a cos tristo patto, disse colui che alla prima aveva deriso Bruto, vuoi tu stare con me e fare il mio mestiere? Un morso di pane l'ho per te e per qualche altro.
Qui l'interlocutore si arrest, e costrinse i compagni ad imitarlo. Raccoltili in un gruppo, cominci a parlare con una voce pi sommessa, ma con un accentar d'ogni sillaba, che annunciava una rivelazione importante.
Il Seregnino era ad un passo da loro, ascoltava e non batteva palpebre, e mandava bestemmie dal fondo del cuore ad ogni foglia che gli crocchiasse da presso.
.
Ecco qua, ripigli colui, stendendo inanzi il braccio sinistro ed aprendo il palmo della mano, come se le ragioni, che stava per dire, vi stessero sopra. Lasciamo che si rubi qualche fagiano o qualche lepretto, che gi per la tavola dei signori ve n' sempre pi del bisogno; e teniam l'occhio ad altro contrabbando. V'ha una schiuma di birbanti che vive alla strada, e regna impunemente in questa selva. Il fisco promette premii, e aggrava di taglie le teste dei ribaldi: ma i ribaldi si ridono di noi, press'a poco come Bruto delle sue lepri. Ora  tolta la valigia ed anche la vita a un viandante, or si vuota una casa, o si mette mano al marsupio del mercante che ritorna dalla fiera. Proviamo, se ci  possibile di fare il ladro ai ladri; noi non vorremo la roba d'altri, ci basta la taglia.
Eh, eh, l'affare  bello a parole, interruppe Rustico, ma la taglia del fisco non si guadagna a ufo.
.
Chi dice altrimenti? Ci va della pelle, lo so ancor io; e la pelle  un vestito che si rattoppa a stento, e che non si muta a piacere. Gli  perci che non andrei solo a far guerra alle masnade, e che vi propongo di unirvi a me e di far comunella.
Io ci sto, disse Bruto; fui uomo d'armi, e conservo il gusto di menar le mani.
Anch'io, aggiunse l'altro, purch Bruto s'intenda col suo santo per mutar voto. Bestemmii pur anche al venerd; ma non si ubriachi pi, nemmanco alla domenica.
Baje!
Ecco i patti... Il rischio in comune, e la taglia divisa in tre parti.
Avete armi?
Ne ho.
Ne posso avere.
Apparecchiatele; e state pronti. Ci sar da far presto.
Il Seregnino ascolt ogni parola. Quanta paura ne provasse lo sa il lettore, che lo conosce a fondo. Temeva d'essere veduto; una volta scoperto, temeva d'avere la sua triste professione stampata sulla fronte. Avrebbe quindi dato il guadagno della giornata per essere almeno cento passi lontano da quell'imbroglio. Non potendo sperar tanto, se ne stava cheto ed immobile; cercava di contenere il respiro, di sospendere l'insolito martellare del cuore e delle tempie.
Alla fine, dopo altre parole sul modo e sul tempo di effettuare il progetto, i tre galantuomini si rimisero in cammino. Il suono delle pedate gi cominciava a farsi meno distinto; il senso e le parole degli interlocutori si confondevano nel sibilo della foresta agitata. Il Seregnino salut con un largo respiro la sua salvezza.
...
.
...
135.
...
.
...
Il malvagio quasi sempre quando vuol essere prudente divien vile, quando affetta coraggio si fa temerario. Il Seregnino tocc questi due estremi. Fece come certi ragazzacci malnati, che in faccia a un grosso cane tremano dalla paura, e dietro la coda lo pigliano a sassi. Appena i tre compagni gli avevano volte le spalle, si sent rinascere nel cuore l'antica tracotanza. Quasi avrebbe voluto correr dietro loro, per chieder conto dello spavento che gli avevano cagionato. Ma il caso s'incaric d'aggiustar le partite.
.
Era ancora nel raggio d'udito dei nostri viandanti, quando volle far atto di bravura, affrontando un ultimo pericolo. Si lev, distese le braccia per scioglierle dal granchio della postura, poi s'abbass fin verso terra per spiegare il gabbano, e dare un'occhiata al suo tesoretto; infine s'incammin verso il giaciglio del bambino, coll'intenzione di sollevare il suo carico, e di rimettersi alla via.
Ma il bambino (non sapremmo dire se a caso o per colpa di chi lo sollev) mise in quel punto uno strillo acuto, e ravvi i vagiti. Davanti a questa difficolt impreveduta, il furfante torn l'uomo di prima, colla differenza, che l'antica vilt, rilevata dallo spavento, gli fece balenare in capo un mezzo termine assoluto e decisivo. Avrebbe volontieri chiusa la bocca di quell'innocente, anche a costo di non vederla riaprirsi mai pi; gli bolliva nel cuore una volutt di sangue non mai provata, e colla bava alla bocca masticava bestemmie.
.
Quale fosse il disegno di costui, e fin a qual punto egli ne avviasse l'esecuzione,  bene tacerlo. Baster il dire, che non consum il delitto; e che se la coscienza era sorda e l'animo insensibile, per buona sorte la mente di lui ancor vigile, e conscia dei propii interessi, lo sconsigli da un'inutile atrocit. Infatti, mentre stendeva la mano assassina, il crescendo eguale e rapido delle tre pedate lo avvert che i passanti ritornavano indietro. Abbandon quindi la vittima, non ravveduto ma spaventato dalle conseguenze del suo delitto; corse a ravvolgere nel gabbano i gioielli che aveva dimenticati sul terreno; e vi si sdraj allato, cercando coll'affettato riposo di eludere, se era possibile, i sospetti dei sopravegnenti.
.
Questi, infatti, non tardarono a comparire; davanti a tale improvisata, ognuno s'arrest, girando l'occhio e cercando sul viso del compagno l'aria di sorpresa che sentiva in s stesso.
Ecco il lepre, che garrisce, disse quel tale che intavol il progetto del nuovo mestiere, nell'atto di mostrare agli altri il bambino; fai bene, o Bruto, a cambiar professione... se pigli un bambolo per un leprotto, chi sa quante volte, parlando colla tua massaja avrai udito gagnolar la volpe.
Ah ah! aggiunse l'altro; povero Bruto, egli sogna le glorie della vecchia professione.
Ohe galantuomo! interruppe Bruto, rivolgendosi al Seregnino, che fingeva di dormire, perch lasciate basire quella creatura?...
Il Seregnino finse di scuotersi a quelle parole; e, coll'aria ebete e trasognata, articol delle parole tronche e senza significato.
Chi  quel putto?
Come  qui?
Chi siete voi? Ohe siamo sordi, per Dio! Con questa musica negli orecchi ci vuol un bel cuore a sonnecchiare.
.
Il Seregnino pigliava tempo a rispondere. Da quell'abile maestro di menzogne ch'egli era, approfitt di quei momenti per mettere insieme qualche favola, e dar conto dell'esser suo. Ma l'ansiet, con cui aveva seguita tutta questa vicenda, la stessa rapida alternativa, con cui era passato dal terrore al coraggio, e da questo ad un nuovo e pi forte spavento, gli avevano sollevato nell'animo una tal febre di parole, per cui, appena sciolta la lingua, perdette la facolt di frenarla. Disse adunque quanto, e pi di quanto, aveva pensato. Si giustific non accusato; e quindi diede appiglio all'accusa. Narr fatti strani e contradittorj: parl del bambino come di un derelitto, di cui si era preso cura per compassione; e l'orfanello, ravvolto in lini finissimi, smentiva l'origine, come la vantata piet era smentita dal tranquillo dormire in mezzo agli strilli. Nominava il villaggio da cui veniva, e diceva d'essere in volta per Pavia; ma dava dell'uno e dell'altro luogo erronee indicazioni. I tre compagni, bench non fossero inquisitori, pigliarono in sospetto queste parole, e pi assai il ceffo da triste che stava loro dinanzi.
.
Noi torniamo in citt, e, giacch dobbiamo battere lo stesso sentiero, vi faremo compagnia disse l'uno, ammiccando il vicino in modo che voleva significare: non lo perdiamo d'occhio, costui.
Ma il Seregnino, tra il cortese e il risoluto, si rifiutava a seguirli; dicendo, essere egli assai stanco, e voler riposare ancora qualche momento.
Non abbiam trovato la selvaggina, susurr il primo all'orecchio di Bruto; ma forse qualcosa di pi raro: o volpe o lupo...
Ors, meno ciarle, entr a dire Bruto, con tuono imperativo, finiamola una volta. Il bambino lo portiam noi, e porteremo anche qualch'altro, se avr la malacreanza di rifiutare la nostra compagnia.
Era necessario obedire. Il Seregnino, non senza risentirsi per la violenza che veniva fatta ad un galantuomo che andava pei fatti suoi, si lev con malgarbo, e si dispose a pigliare il fardello. Per far presto, l'uno gli sollevava da terra il bambino, l'altro il gabbano. Ma in quest'atto, il rozzo vestito sprigion dalle pieghe il bottino mal riposto; davanti al quale si spalancarono dalla meraviglia tre bocche ed altretante paja d'occhi.  facile imaginarsi come rimanesse il Seregnino. Bruto di nel gomito al vicino, dicendogli piano: Animo, figliuoli, che forse costui  la fortuna del nuovo mestiere.
 l'uccello allettajuolo, aggiunse l'altro.
Lo far cantare la corda mormor il terzo.
Presto, pigliatevi la roba vostra, e andiamo che ne  tempo. Volete restar qui, nel bosco, a rischio di farvi spogliare dai ladri?
E in dir ci, la brigata s'incammin verso Pavia, da cui era poco lontana, spingendo davanti a s il birbone. Il quale non si stancava di protestare su tutti i tuoni, dal pi umile al pi arrogante, colla preghiera e colla minaccia, che quegli oggetti erano suoi, che gli aveva comprati qui e qua, con denari sonanti, che egli era un uomo onesto, che se volevano portargli via la roba, pazienza: il facessero; ma che non poteva tolerare d'essere pigliato in sospetto, come un ladro; ed altre cose simili, che fatalmente costituiscono il frasario comune del galantuomo e del furfante.
...
.
...
136.
...
.
...
Tradutto al castello di Pavia, il Seregnino credette dover far tesoro della esperienza fatta ivi poco tempo prima. La franchezza, che  l'arma degli innocenti, non lo aveva salvato dai tratti di corda. Egli lo rammentava per istabilire, essere pi saggia cosa il metter gi le arie, e meritarsi la compassione de' suoi giudici. Cess quindi d'essere arrogante, e si fece depresso e piccino come un peccatore ravveduto. - L'austera fronte dell'inquisitore e la logica inesorabile delle sue inchieste, gli strozzarono in gola la bugia, che pur cercava modo di venire in suo ajuto; la vista del cavalletto e della corda gliela riapr alla confessione piana e sincera delle sue ribalderie.
.
Ma quella schiettezza, che dinanzi al corpo del delitto diveniva necessit, era da lui condita di parole umili e contrite, poich sperava di movere a compassione il giudice e di aver salva la testa, e si confortava nella fiducia di trarre allo stesso paretaio Medicina, la cagione de' suoi mali. Compiacevasi di far causa comune con lui; o salvo o condannato ch'ei fosse, non voleva esser solo.
.
Appena gli furono schierati sotto gli occhi i giojelli, confess d'averli rubati; accenn quando, dove e come li aveva sottratti.
Se non che, l'un d'essi, ornato delle cifre e dello stemma dei Visconti, ferm l'attenzione del giudice, il quale, con una faccia pi minacciosa ed una voce ancora pi cupa e solenne, ne domand ragione al prevenuto. E qui appunto, il processo esc dalla strada piana, e il reo si giov del bujo per cercare una scappatoia. Senza cangiar stile ed aspetto, cogli occhi sempre imbambolati e la voce svenevole, come se fosse un confidente discreto e non il reo, dichiar che la storia di quell'oggetto riguardava la vita privata del Conte di Virt, che quindi non poteva essere svelata ad altri che a lui. Dichiar d'esser pronto a morire, ma di voler rispettare i secreti del principe; e perci chiese di essere ascoltato da lui solo, asserendo di essere poscia rassegnato a tutto. Ei parlava di morire, quando appunto cominciava a credere d'aver sicura la vita.
.
Le moderne procedure, segnando la via entro cui un giudizio deve passare affine di essere elaborato, provedono alla pi facile scoperta della verit, e proteggono gli interessi sociali senza dimenticar quelli dell'accusato. Allora il capriccio del principe e l'arbitraria interpretazione delle leggi per parte del giudice assai spesso legalizzavano le vendette e le prepotenze; ma qualche rara volta ponevano il colpevole in istato d'aprirsi da s la via alla salvezza. Perci appunto in questo caso la dimanda del reo non fu trovata vana e ridicola, come la sarebbe oggid. Lo stesso principe vi assent di buon grado; anzi, dopo aver veduto quel gioiello, per quei motivi che il lettore indovina, sarebbe disceso nel carcere del ladro per interrogarlo, se il ladro stesso non fosse stato condotto dinanzi a lui per rendergliene conto. Dopo l'interrogatorio del giudice, il Seregnino fu rimandato in carcere; ma non ebbe tempo di far l'inventario della scarsa masserizia ivi trovata, che comparve il bargello, il quale, aggiustandogli una catena al polso ed alla caviglia della gamba destra, gli ordin di seguirlo. Attraversarono i due individui un labirinto d'androni, di camerotti, poi per una corte ed un vestibolo, giunsero in una sala terrena, dove stava ad attenderli il principe. Ad un suo cenno, il giudice, il bargello e le guardie si ritirarono nella stanza vicina, dove attesero, origliando alla porta, la chiamata del padrone.
.
Il reo, invitato a fare le sue dichiarazioni, forse avrebbe incominciato da capo la storia della sua vita, se il conte non gli avesse tronca la parola, imponendogli di tenersi soltanto a quella parte di essa che riguardava l'attuale sua carcerazione.
Da questo racconto, egli venne a sapere quanto, dopo mille ricerche, e malgrado lo zelo de' suoi esploratori, non era neppure arrivato a sospettare. Per opera di un ribaldo e grazie ad un delitto, trov Agnese; e la trov sana, salva, e ancor pi degna del suo amore; indovin i crucci e i patimenti dell'infelice donna, rintracci la via di poterli, se non rimovere del tutto, almanco alleviare non poco. Fu per la fortuita apparizione di quest'uomo, ch'egli scoperse la verit; e la scoperse in tempo di poterne trarre buon frutto. Per lui conobbe che Medicina non era fedele nemmeno all'oro, che gli veniva prodigato. Ma ci che pi d'altro lo commosse fu il sentire che esisteva un frutto de' suoi amori; e che questo aveva corso un gran pericolo, ed era salvo per un prodigio ancora pi grande.
.
Dopo un tal gioco del caso, poteva il conte pronunciare la meritata sentenza contro quell'uomo, di cui il cielo si era giovato ad un fine cos santo? Il merito di questa inattesa soluzione tribut per intero alla mano divina; all'uomo, cieco strumento di essa, non volse l'occhio troppo benigno. Ma gli fe' grazia della vita. In pena del delitto commesso, lo condann ad una reclusione senza limite di tempo; in premio del bene che contro voglia aveva fatto, ordin che la pena non fosse altro per lui che un'occasione al suo ravvedimento. Sper per tal modo di ritorre dalla via del delitto una creatura che il cielo aveva fatta meritevole di essere a parte della sua providenza. Il pensiero era nobile, e degno d'altro secolo. Ma la cronaca non ne dice se abbia ottenuto buon risultamento.
.
Il fatto gir le bocche di tutti gli abitanti del castello. Dall'un canto la mitezza con cui era stato trattato il colpevole, dall'altro la somma vistosa distribuita ai boscajuoli, che l'avevano scoperto e consegnato alla giustizia, erano incidenti contradittorii che davano luogo alle pi discordi interpretazioni. Si riconciliavano i commentatori, asserendo in comune che c'era sotto un grande mistero.
Ma ci che crebbe la sorpresa di tutti fu la notizia che il Conte di Virt, dopo aver parlato a lungo col delinquente, chiedeva di vedere la piccola vittima, mostrando per essa una sollecitudine, che non si suol prodigare a chi non si conosce.
.
Il bambino (non si creda che l'abbiamo dimenticato) era stato rimesso alla castellana, la quale, mossa a compassione in vederlo s bello e s sparuto, pens di nutrire per quel d col pasto della famiglia un suo colosso di dieci mesi, per cedere il latte materno al novello ospite. Questi infatti lo grad, e ne diede la prova, cessando subito dal piangere ed addormentandosi in collo alla pietosa nutrice.
.
La buona donna, informata che il conte chiedeva di lei, con una cura ed una compiacenza tutta materna, assett i lini e le fasce del bambolo; poi, racconciandosi in fretta e in furia i panni e le treccie, si rec dal principe, e gli present il bambino, il quale vag cogli occhi intorno e li piant sorridendo sul conte. La buona donna non si stancava di fare ammirare al principe quegli occhioni azzurri e quelle labra di corallo, ponendovi l'ingenua ambizione di chi crede di avervi qualche parte di merito. E non a torto; quel ravvivamento era tutt'opera sua.
.
Il conte non ebbe bisogno ch'altri gli insegnasse a farsi tenero dinanzi a quella creaturina. Dovette anzi frenare la piena degli affetti, affinch il vigile occhio dei circostanti non penetrasse il vero, e ne facesse suggetto delle solite ciarle. Ma la memoria di questo giorno e di questo momento non s'impallid mai nel suo cuore; egli che, prima e poi, ebbe grave e fortunosa esistenza, non trov nell'istoria della sua vita un fatto che lo commovesse pi di questo. Benedisse la mano di Dio, che gli porgeva i mezzi di fare un atto solenne di giustizia; ed accett rassegnato le gravi contrariet, che gli rimanevano, perch il bene che ne sperava era ancora di gran lunga superiore al male che pur gli era d'uopo subire.
.
Tutti questi avvenimenti si erano compiuti nello spazio di poche ore. Ma quelle ore, pens il conte, dovevano sembrar ben lunghe alla povera Agnese! Per la qual cosa, ordin che si allestisse tosto l'occorrente affine di ricondurre il bambino presso sua madre; e fiss quali tra i pi fidi fossero degni dell'incarico d'accompagnarlo. Mentre si stava apprestando la lettiga e la scorta, il conte tolse dallo stipo una pergamena, scrisse alcune righe, vi pose la firma ed il sigillo della Signora, poi l'arrotol, fasciandolo di un nastro coi capi rinchiusi nella salimbacca. Chiamato a s il pi vecchio ed il pi fedele de' suoi servi, gli affid la pergamena ed una somma di denaro, prescrivendogli qual uso dovesse farne. Infine volle veder di nuovo la castellana: il dovere di premiarla della sua piet gli forn l'occasione di abbracciare un'altra volta il bambino.
...
.
...
137.
...
.
...
Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientr nell'ordine solito. Anche il conte torn mesto come prima; solo che i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze, ne viet per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col marito.
Da quanto si  detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti, il lettore ha gi appreso che quel legame, consigliato da interessi puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta ancor pi bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella catena diveniva cos pesante, da sembrargli insopportabile.
.
La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una, che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al sospetto, ma credula cos al male come al bene, non seppe mutare le reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina, non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplor l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio, rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono. Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre principesse, belle al par di lei e pi di lei lusinghiere, subivano la stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo padre.
.
Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito esorbitanti, venivano applicate senza piet. Era, a cagion d'esempio, dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome della Vergine e dei Santi74; s'infliggeva una multa di venti soldi di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli75; ma si oltraggiava impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando la moralit della famiglia. I giudici laici non avevano coraggio di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di qualche pia offerta.
.
Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote, la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto  ci vero, che la condotta di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare, era a' suoi d, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una piet che peccava del soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una felice eccezione dei potenti del suo secolo.
.
Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni della condotta del conte, egli riordin le memorie del passato; e, posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracci tale piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze, concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilit di aver grazia. A ci invero non riesci per una strada liscia e scevra d'ostacoli. Deciso a voler bandire le incertezze, sospett di non saperlo fare; approv, respinse, richiam lo stesso progetto, quando scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava la pi degna di piet. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella donna.
.
La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una necessit imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di suo figlio. Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo approv quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.
Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata, mont in sella, e part di galoppo, volendo essere in tempo di raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese. Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie traverse, sfugg agli sguardi di tutti, e s'un alla brigata quando essa toccava alla sua meta. Egli volle pigliare nella conseguente scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.
La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro, nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino, era suo padre.
...
.
...
138.
...
.
...
Ah santa Vergine! sclam Canziana fuor di s della meraviglia al vedere il conte che poneva il piede sulla soglia del casolare voi qui!  il Signore che vi manda. Se sapeste.... quante disgrazie, quante tribolazioni!... come ha sofferta la mia povera padrona! Ed avrebbe volontieri aggiunto per cagion vostra ma in quel momento le parve che il conte fosse l'inviato della Providenza, e quindi lo tenne come inviolabile.
.
Dalle braccia della castellana raccolse il bambino, e, vedendolo sano e vivace, non poneva misura alle carezze, ed invocava mille benedizioni dal cielo sul capo di chi lo aveva salvato. Le sue parole e i suoi atti, la piet e la gioja si compendiavano in una sola espressione di tenerezza verso il caro bambino. Ma non era tempo questo di consulte, di lacrime, e meno ancora di interrogazioni. Scambi poche parole col conte sullo stato d'Agnese, e sulla convenienza di averle ogni riguardo; poi sal da lei, colloc al suo fianco il bambino, e permise (poich gli veniva richiesto supplichevolmente) che il conte entrasse nella camera della malata, ed ivi pigliasse consiglio dagli avvenimenti.
Appi del letto, ritto della persona, colle braccia incrociate, col volto mesto e commosso, stava il conte riguardando quelle due creature; la profonda piet, ch'egli provava davanti a quella scena, era scritta sulla sua fronte e ne' suoi occhi.
.
Io fui il vostro tiranno, pensava egli; io t'involai, o Agnese, il secreto della tua felicit, seminai di spine la culla di questo innocente. Spietato! Quasi ho terrore di me stesso! Ho fatto s gran male a coloro, ch'io amai ed amo tanto; fui sollecito ed ingegnoso nell'ingannar tutti, nel tradire me stesso. Iddio mi inspiri ci che debbo fare per voi, miei diletti, poich il ben vostro  ben mio. Povera Agnese, quanto sei sparuta! quanto male io ti ho fatto! Eppure il tuo labro  pronto ad aprirsi al perdono, non al rimprovero. Deh, mia diletta, abbi piet di me...! Poi fattosi torbido e severo, rimestava nella mente la cagione de' suoi mali, la colpa della sua colpa; allora lo sdegno e la vendetta gli ribollivano nel cuore. Se in quel punto gli fosse apparso davanti lo scelerato calunniatore, avrebbe avuto cuore d'ucciderlo di sua mano; se colui avesse osato metter piede entro il confine delle sue terre, lo avrebbe fatto porre ai tormenti; la tortura ed il capestro gli sembravano lieve pena a tanto delitto.
.
Invano ci proveremmo a tradurre fedelmente colla parola la scena pietosa che ci sta dinanzi. L'amore era il protagonista del quadro; ma esso si manifestava assai diversamente sulle mobili fisonomie dei nostri attori. Sotto il velo di un languore passaggero, la placida e smorta fisonomia di Agnese, attestava la costanza di un amore sempre sviscerato ed ardente. Il suo labro socchiuso pareva che volesse dire: io non ho mai mancato alla mia promessa; amo, come amai! L'altrui parola avrebbe potuto santificare quell'affetto che io nutro; quanto a me, e prima e dopo quella parola, non potrei amare diversamente. Sul volto di Canziana brillava una tenerezza paziente, un affetto veramente materno. Era l'imagine viva della carit cristiana, che vorrebbe scemare il male dei fratelli, pigliando sopra di s la croce loro. Una terza espressione pi gagliarda, e meno tolerante, traduceva l'amore del conte in una passione indisciplinata, prepotente, quasi egoistica, che non vede altro che s, ma che racchiude nel suo s stesso la vita e la felicit della persona amata. L'affetto d'Agnese, la carit di Canziana, la passione del conte, s'incontravano infine e si rannodavano sulle care sembianze di Gabriello, che in mezzo a quella tempesta dormiva il sonno degli angeli.
.
Finalmente Agnese si riscosse. Un lieve scrollo delle membra, annunciando il fine del parosismo, ravviv la penosa aspettativa di Canziana, e crebbe l'ansia irrequieta del Conte. Gli sguardi d'entrambi cercavano gli occhi d'Agnese, i quali si schiudevano a tratto a tratto, errando qua e l sugli oggetti circostanti, senza fissarne alcuno. Corse la governante a rabbattere le impennate della finestra; e le pupille dell'inferma, dilatandosi a poco a poco, poterono finalmente scorgere il bambino, e riposare un momento sulle sue sembianze.
Vedete disse Canziana all'orecchio della sua padrona vedete: il Signore, quando abbiamo fede in lui, e lo invochiamo proprio di cuore, non  sordo alle nostre preghiere. Egli ne rende il bambino, per cui abbiamo tanto pianto e pregato; e ne lo rende sano e salvo... Dio ha fatto un miracolo per noi... Suvvia, Madonna, fatevi coraggio. Questa caparra della bont celeste v'inspiri fiducia a sperar meglio. Ringraziate intanto il Signore d'avervi visitato; non vi dolete della tribolazione che vi ha inviato. Egli vi ha messo alla prova, e perci volle farvi degna della sua misericordia.
.
Agnese ascoltava risvegliata e commossa, ma non del tutto convinta. La sua testa, indebolita dai patimenti, s'affaticava a raccogliere i pochi fatti, che le si affacciavano; ma non giungeva ad arrestarli perch fuggevoli, n a comprenderli perch perduti nella nebbia delle sue visioni febrili. Schierava per ordine di tempo, e per grado di probabilit, quelli che le apparivano pi distinti; ma, come un uomo che fu lunga pezza in viaggio, durava fatica a ravvisare dopo il suo ritorno le vecchie conoscenze. Sapeva per certo d'aver delirato, ma non osava dire a s medesima qual era il sogno, se il terrore di prima o la calma d'adesso. A poco a poco, rimessa sulla strada del vero dalle affettuose parole di Canziana, e confortata dalla testimonianza dei sensi che vedevano e toccavano il suo diletto, fin per concludere, che i terrori di poco prima, fossero poi sogno o realt, erano svaniti. Posto ci, riesciva finalmente a raccogliere le sparse ricordanze, e a tessere con fila deboli ed interrotte la storia dell'ultima sua disgrazia. Faceva come chi sta interpretando lo scritto di un diploma corroso: costui crede comprenderne il senso, e lo comprende realmente, anche prima d'averne lette tutte le parole, quando ne ha dicifrate una parte.
.
Un fatto, del tutto fortuito, giov finalmente a riempire queste lacune. Gabriello collocato accanto alla madre si risvegli, mandando un gemito sommesso; intanto che, colle braccia e colle manine ribelli alle fascie, cercava il seno della nutrice; e l'istinto ve lo guidava a dovere. Agnese, che aveva patito assai per la protratta interruzione del suo pietoso officio, si trasse vicino la creatura, e la fece cheta all'istante. Ma nel far ci, mentre il ravviare il corso del tributo materno, stagnante per lunghe ore d'inerzia, le faceva provare uno spasimo inesprimibile, ella si rallegr, perch il soffrire la faceva certa d'essere viva e desta.
.
L'oscurit ed il mistero, in mezzo a cui si consum questo episodio di piet, non permisero ad Agnese di ravvisare un uomo, che, ritrattosi per rispetto nel fondo della camera e ravvolto nella penombra delle imposte, attendeva la sua sentenza. I suoi affetti, quando pure fossero stati assopiti, si erano gi scossi e risvegliati alle vicende di quella giornata; ma se per caso fosse rimasto in lui un avanzo di egoismo, od altro estraneo interesse, quel quadro s commovente l'avrebbe dissipato.
.
Il potente signore, l'ombroso amante erano scomparsi; al suo posto risurgeva l'uomo d'un anno prima. In lui v'era di pi il rimorso del male inconsapevolmente operato: egli non era l'ultimo a sopportarne le conseguenze. Ma gradiva il dolore come l'unica e certa testimonianza di vivissimo affetto ch'egli potesse offrire all'infelice sua donna.
Canziana, poich vide la padrona preparata ad altre emozioni, ripigli la parola.
Madonna, disse ella; sapete voi come il vostro bambino si trova qui?
So che Dio me lo ha restituito. Ho troppe grazie a rendere a lui; ma non sar ingrata a chi fu strumento della sua misericordia.
Che fareste per quest'uomo?
Se egli  povero, divider con lui la mia fortuna; se egli avr perduto un figlio, far quanto sta nelle mie povere forze perch egli si consoli e lo riveda.
E se non avesse bisogno di denaro, n dell'opera vostra; se egli non vi cercasse la riconoscenza che opera, ma la generosit che dimentica; vorreste voi negargli quel bene che  in vostro potere l'accordargli?
Io non giungo a comprenderti; la mia testa  ancora confusa Tu mi parli di generosit; di dimenticanza....
Per condurvi, mia buona figliuola, a parlar di perdono interruppe Canziana con una tenerezza ed un autorit del pari marcate.
Di perdono? soggiunse Agnese meravigliata. La grazia, che oggi il cielo mi ha fatto, pu rendermi forse superba a segno di scordare che io, pi d'ogni altro, ho bisogno d'essere perdonata? Dio sarebbe buono con me, se io pensassi di essere spietata cogli infelici?
Questi pensieri sono degni di voi; coltivate il buon proposito, n'avrete merito per l'anima vostra e conforto pel cuore.  s bello il perdonare!
.
Il sacrificio de' miei risentimenti non  opera d'oggi, mia cara. Perdonai quando io era meno felice che non la sono adesso. In questo momento, se io volessi ridestare le mie ire, scuotere le passioni illanguidite, credi, quelle e queste non risponderebbero all'invito. Io mi sento troppo felice per pensare ad altro fuorch a rendermi degna d'esserla.
Siete dunque disposta a perdonare anche a chi ha fatto male a vostro figlio; non  vero?
Sui bambini vegliano gli angeli, ripigli Agnese; chi fa del male agli innocenti sfida il cielo, e provoca le sue vendette. Il colpevole dunque non cerchi perdono umano, invochi quello di Dio. Ma io povera creatura non mi scorder di lui; pregher il Signore perch ei si ravveda: Dio toccate il cuore a quello sciagurato, soggiunse con accento d'ineffabile piet; fate, ch'ei riconosca il suo delitto, e che torni meritevole della vostra grazia.
Questa non era soltanto piet materna; in tali parole era stillato il balsamo della eroica carit, che vendica l'offesa col beneficio. La madre, nel parlare del colpevole, alludeva allo sconosciuto che, ingannando la sua vigilanza, l'aveva strappata dal santuario dei suoi affetti per profanarlo. Ma il conte pigliava le parole d'Agnese per s; egli aveva oltraggiato la natura; e il suo crudele abbandono prepar i pericoli, che avevano minacciato la vita di due innocenti. I detti d'Agnese, severi come ogni atto di una madre che difende il suo sangue, racchiudevano per tale e tanta generosit, che rendevano grato il rimprovero.
.
E infatti, a tali parole credette il conte che fosse venuto il momento di farsi conoscere. Stanco degli indugi, e trascinato da un invincibile affetto, usc dall'ombra che lo proteggeva; con passo fermo s'avvicin al letto dell'inferma, e con voce commossa la chiam per nome.
.
All'impreveduta comparsa, Agnese torn quasi a dubitare di s. Agitata e sbigottita, ella tremava; voleva parlare e non sapeva trovare una parola. Si stringeva al petto con maggior forza il bambino, come se le fosse scudo a un pericolo indeterminato. Fiss con occhio incerto e pieno di lacrime quella apparizione, ma non pot reggere agli sguardi commossi che ella incontrava. Canziana era tornata alle parole tronche ed insignificanti; la buona donna, vinta dalla piet, spendeva ogni sua forza a soffocare il pianto.
O Agnese, ripet il conte ponendosi una mano al petto, ecco la cagione prima di tutti i vostri mali. Io non dissimulo la mia colpa, io non cerco scuse. Solo vi assicuro, che l'offensore  assai pi sventurato dell'offeso; questo  l'unico titolo, che io vanto, per credermi meritevole della vostra piet.
.
In dire queste parole, il conte s'avanz fino al letto d'Agnese, e vi si inginocchi allato.
Agnese rest come interdetta. Il suo cuore, straziato da una passione che soverchiava ogni altro sentimento, non gli suggeriva una parola; e, quando pure l'avesse trovata, il labro non sapeva pronunciarla. Fu ancora il conte che ruppe il silenzio.
Voi tacete, o Agnese? che devo pensare? Esitate forse nel pronunciare una parola severa? Ditela, io vi sono preparato; quella parola non pu essere d'odio e di sprezzo. Voi non conoscete ancora la storia de' miei mali, non sapete che l'ingannatore fu prima di voi vittima d'un inganno. Per dovere di carit, prima di condannarmi (giacch per certo non desiderate di trovarmi colpevole) voi vorrete ascoltare le mie parole.
Lasciate che dica anch'io la mia; interruppe Canziana. Figliuola diletta, checch possa essere avvenuto in addietro, fatto  che chi vi rende oggi il vostro Gabriello  il Conte di Virt.
 suo padre, disse il conte con voce appena intelligibile.
.
Agnese a quelle parole si coperse il volto, e pianse; ma le sue lacrime non erano certamente di sdegno o di dolore.
Dopo un breve silenzio, dileguatosi il rossore che ella aveva tentato di nascondere, rilev la testa, e veduto l'atteggiamento in cui si teneva il conte:
Che fate, gli disse; levatevi, o signore; che v'ha d'attraente nella miseria perch v'inchiniate a quel modo davanti ad essa?
Promettetemi il vostro perdono, replic il conte in atto supplichevole.
Ho perdonato a chi mi rap il figlio. A chi me lo rende devo la mia eterna gratitudine.
.
Voi siete generosa, ed io oso chiedervi di pi. La nostra mente e i nostri cuori s'incontreranno d'ora inanzi sur un oggetto comune. Voi amate Gabriello, voi pensate ad esso e al suo avvenire; io penso a lui, ed amo lui al pari di sua madre. L'esistenza di questo bambino sar il ritrovo delle nostre anime. Le leggi umane e i riguardi sociali invano potrebbero impedire questo fortunato incontro. O Agnese, io vi chiedo soltanto ci che la natura vuole imperiosamente. Vi chiedo per grazia di poter amare quel bambino; perch, se anche m'imponeste d'obliarlo, io non potrei obedirvi.
.
Agnese avrebbe chiuso l'orecchio alle parole del conte se egli avesse parlato in altro modo. Non era studio od arte in lei l'esitanza dignitosa con cui mostrava di aggradire tali dichiarazioni. Costretta a dir pure la sua parola, rispose:
Una madre protegge il proprio figlio dalle ire e dalle minaccie degli uomini; fra lui e i perversi pone le sue cure, l'educazione, l'esempio, la vita. Ma all'amore altrui essa lascia libero varco. Sarebbe crudele il voler impedire il culto a queste creature innocenti che sono imagini degli angeli.
Voi non mi comprendete.
Vi ho compreso perfettamente, o signore. Intenerito dalla sorte di questo povero orfanello, voi pensate compensarlo dell'abbandono altrui.  commendevole,  santa la vostra piet.
.
Qui  bene il confessare, che tali parole, riferite seccamente, come noi facciamo, sembrano improntate di qualche amarezza. Ma il tuono di voce, con cui erano dette, smentivano ogni apparenza d'irona. Certo , che un'anima appassionata non poteva tornare su quelle memorie senza sentirne dolore. Il ricordo del passato e la vista dell'avvenire, sembravano due nemici in lotta fra loro. La ragione ed il cuore parteggiavano oppostamente sullo stesso campo.
Pel conte, che guardava Agnese, e ne seguiva la mobilit del volto, queste parole bench decise, non erano che la parte meno eloquente del suo linguaggio: erano, se ci si permette il paragone, come un velo diafano sovraposto ad un oggetto prezioso, che lo fa scorgere a mezzo, ma ne lascia indovinare tutto il valore.
.
Il conte ripigli il discorso per esporre le vicende di quella giornata. Raccont quanto sapeva di Gabriello, e quanto aveva fatto per lui; ma non si cur di dar rilievo all'opera sua; anzi, studiandosi d'essere parco della parola, attribu tutto il merito della riuscita alla Providenza, chiamandosene semplice e casuale strumento. Con ci, egli assecondava un nobile assunto; gli interessi del cuore gli facevano presentire che l'alta origine dell'impresa avrebbe rialzato anche il fortuito suo esecutore.
.
Il lettore, che conosce i fatti, ci dispensa dal riferire le parole di lui. Diremo soltanto com'egli chiudesse la sua narrazione.
Or bene, continu egli, prima d'incontrarmi in quella creatura, io dovetti cedere ad una forza superiore che mi trascinava vicino a lei. Mi fu detto che quel bambino era un orfano, e sentii la necessit di dargli un padre; ch'egli era povero, e promisi a me stesso di sollevarlo dalla miseria; chiesi il suo nome, nessuno me lo disse, ed io m'affrettai a dargli il mio.
.
Non mi fate merito di soverchia piet. La natura, mio malgrado, mi dimandava in secreto l'adempimento de' suoi voti. Ed ora, ora dovr io dimenticare colui, che ho amato prima di conoscere? Dovr dimenticarlo perch egli  vostro figlio... perch  mio.... perch  sangue del generoso Maffiolo Mantegazza? Non mi chiedete o Agnese, se io debba far ci. Voi l'avete detto,  crudele il voler impedire un libero culto all'innocenza.
Agnese, bench non levasse gli occhi dal suo bambino, mostrava di porgere tutta l'attenzione a tali parole.
.
In quest'atto, prosegu il conte dopo una breve pausa, porgendo alla madre il rotolo di pergamena di cui abbiam parlato, in quest'atto io chiamo mio figlio adottivo il derelitto, che ora consegnai a sua madre, e che, come ella dice,  un orfano. Per questo scritto Gabriello porter il nome, e godr i privilegi dei Visconti. Il documento, che io sto per rimettere nelle vostre mani,  legge in tutta la signoria del Conte di Virt. Ma il principe vi dichiara, che la sua volont  oggi subordinata alla vostra. Egli attende di sentire dal vostro labro se accettate la proposta.
.
Agnese ricevette dalle mani del conte il diploma, lo spieg, finse di leggerlo, o lo lesse realmente per pigliar tempo a decidere. La prima risposta che le corse alla mente fu una franca e dignitosa negativa. Ella voleva essere dimenticata e dimenticare. Il suo amore materno bastava a fare serena, se non felice, la sua esistenza; quest'amore doveva essere la difesa e la ricchezza di suo figlio. La storia della sua famiglia le ricordava una serie di nobili atti, un costante sdegno d'ogni servilit, una circospezione non mai smentita in accettar favori da chicchessia. Ma, appena ebbe proposto il rifiuto, sboll quel subito orgoglio, e il pensiero vol a suo figlio, all'avvenire di lui, alla forse per lui troppo grave oscurit del nome.
.
Ripet nella mente alcune frasi dell'ultimo scritto di suo padre: quelle che pi si attagliavano alla circostanza; e dovette confessare che il suo genitore faceva del Conte di Virt una lusinghiera eccezione fra i signori dell'epoca. Pens che, se l'amore materno  il compendio dell'esistenza di una donna, la piet figliale  per la prole un brano soltanto della sua vita. Pens ai casi recenti, ai quotidiani pericoli, ai fatti della stessa giornata. Dubit che l'amor suo fosse temerario in promettere; temette che le forze fossero di gran lunga meno efficaci, che non i propositi.
.
Pensando prima a s, poi a suo figlio, la ripulsa le sembrava nobile ed onesto partito; ma se volgeva il pensiero prima a lui, e tornava poi a s stessa, sentiva che essa era un atto di freddo egoismo; un ribellarsi quasi ai disegni della Providenza. Lev a caso gli occhi su Canziana, e vide che il volto di lei era radiante di gioja; di una gioja per ansiosa e irrequieta. Le parve di leggere in quell'aria di contentezza l'approvazione alla proposta del conte; anzi, travide o credette di travedere, che la buona donna si sentisse scemare il cuore al solo dubio di non vederla accolta.
L'ansiet  contagiosa. Agnese contrasse l'inquietudine della governante, e sent, come essa, il bisogno d'escire da quell'imbarazzo. L'impazienza rendeva pi difficile il raffronto delle ragioni che dovevano guidarla ad una scelta; ma la necessit di scegliere diveniva sempre pi incalzante. Forzata a rispondere, prima che la sua mente avesse sciolta la questione, determin di abbracciar quel partito, che imponeva alla madre il maggior sacrificio. Le parve con ci di mettere al sicuro la sua coscienza. Ponendo s stessa al di sotto degli interessi di suo figlio, ella poteva esser sicura di dar prova di materna carit. Dove pi grande era l'atto d'abnegazione, ivi pi nobile e pi efficace era la testimonianza d'amore.
.
La parola che traducesse questi sentimenti era scritta nel cuore, ma non trovava la via ad escire pel labro. Avrebbe voluto dire al conte: io vi rendo l'amore di vostro figlio, e null'altro che questo; ma temeva con ci di separare il suo avvenire dall'avvenire di Gabriello; temeva di stringere un'alleanza a condizioni troppo onerose. E quando ci fosse una promessa, avrebbe ella la forza ed il proposito di mantenerla? Se le veniva chiesto una pi chiara definizione del nuovo patto, avrebbe il coraggio di esporne le condizioni, s intime, s delicate, s difficili a tradursi colle parole? Ella dunque non voleva essere ascoltata, ma compresa; esigeva l'assenso altrui, senza averlo richiesto apertamente. Infatti, la parola timida ed incerta poteva destare sospetto di una accettazione incondizionata; la franca e decisa aveva l'aria di un rimprovero ingeneroso.
.
Collocata a sedere sul letto, aveva il bambino a sinistra, e se lo teneva vicino con un amplesso. Dallo stesso lato era Canziana pietosa sempre e confidente, ma discreta e taciturna. All'opposta parte stava il conte; il quale, levatosi in piedi, aspettava la sua sentenza.
Allora Agnese, seguendo un'ispirazione del cuore, e ripudiato l'infido magistero della parola, sollev dolcemente dalla sua giacitura il bambino; e, trasportandolo all'altro lato, lo colloc fra s ed il conte, sporgendolo verso lui con tale atto di vivo e sobrio affetto, che il labro non avrebbe saputo esprimere.
.
Fu questa la sua risposta, e come tale l'accolse il conte. Quest'atto fu l'espressione fedele della volont della madre, fu il suggello o la confessione di un fatto, non una promessa, e molto meno un arrendersi per l'avvenire. Gabriello era in mezzo a' suoi genitori; vicino cos all'uno come all'altro. Alla consacrazione di un legame, che ravvicinava le sorti di due infelici senza confonderle, vegliava un angelo. La sua innocenza era scudo all'onore di una donna, e poteva divenire una minaccia per chi si fosse scordato di rispettare la santit del nuovo patto.
.
Due cuori intanto convenivano nello stesso accordo: rivolti ambedue ad un solo scopo, dovevano correre di pari passo sur una strada vicina, attigua, ma non comune; dovevano provedere allo sviluppo ed all'incolumit di un tesoro indiviso, egualmente prezioso ad entrambi.
L'amore che il conte serbava per Agnese, rigettato poco prima nel novero delle pallide rimembranze, riceveva un nuovo battesimo; si ritemprava nella vita e nell'affetto del figlio. Dietro lui e per lui, poteva egli riamare liberamente la donna, che glielo aveva dato due volte. Del pari Agnese, nell'aspetto del figlio e nel nobile orgoglio di chiamarsi madre, necessariamente risaliva col cuore a colui, che non si vergognava d'avere amato.
.
Le destre del conte e d'Agnese, mosse da un medesimo istinto, s'incontrarono carezzevoli e vogliose di pace sulle gote di Gabriello. Ivi l'una cerc l'altra, ed entrambe si confusero in una stretta, pegno di perdono e d'alleanza. Poscia due teste, l'una dopo l'altra, si chinarono sulla fronte del bambino, e vi deposero un bacio. Agnese non respir che gli effluvj dell'innocenza; il suo bacio fu soltanto un atto d'ossequio alla natura e una caparra di pace. Ma il conte, bench agguerrito da nobili propositi, nel baciare il figlio assapor l'ebrezza lasciatavi dalle labra che lo avevano preceduto.
La vertigine fu cos grave come passeggera; n allora, n in sguito, Agnese corse altro pericolo.
...
.
...
139.
...
.
...
Fare concessioni ad un'anima appassionata, e pretendere ch'ella ne usi sobriamente,  come voler trarre poca acqua da una fiumana gonfia, spillandola dall'argine che la sostiene. Si corre grave rischio, che lo spirito della corrente roda l'escita, ed irrumpa. Il bene che l'uomo sa fare per istinto, o per consiglio della virt, pu pur troppo andar sfruttato per una momentanea incuria, o per l'incontro casuale di avverse circostanze. La carit c'insegna dunque a non aggravare le azioni altrui di troppo severi giudizii; e la ragione ci induce a non credere sempre, che quando la virt esce incolume da un grave pericolo sia tutto e solo merito nostro. Nello scusare, fino ad un certo punto, il male perch l'uomo pu esservi trascinato quasi inconsapevolmente, non dobbiamo imbaldanzir troppo del bene, perocch pi di una volta vi siamo condotti da una mano invisibile.
.
Quella cagione superiore, che, lasciandoci liberi di operare, dispone per le cose intorno a noi in modo da renderci pi facile e pi distinta la scelta, chiamatela pure destino se essa ci volge al male; io la chiamo providenza quando ci guida al bene. Posto ci, non deve far meraviglia se alcuna volta la fiumana, travagliata all'argine, corre gi per la china senza traboccare; se la favilla si spegne in mezzo alle stoppie; o se due cuori appassionati obediscono alla ragione, e, nutrendo e professando amore, praticano soda e temperata amicizia.
.
A questo punto ci pare che alcuno ne dica: questa vostra virt che annunciate di volerci mostrare d'ora inanzi sempre in mezzo ai pericoli, e sempre salva, dopo quei precedenti di fragilit che ci avete svelati,  meravigliosa,  edificante, ma  poco credibile. Il mondo progredisce, o indietreggia; ma la natura non si cangia: ci che non sembra possibile per gli appassionati del giorno d'oggi, non pu essere probabile per quelli di quattro o cinque secoli addietro. Date ( sempre l'amico lettore che ci consiglia) date al vostro racconto un altro scioglimento; cercatene uno pi spiccio e pi clamoroso. Se non  il vero, sembrer almanco il pi verosimile.
.
La colpa di queste apparenze non  di chi scrive, ma di chi gli ha fornito il materiale per tesserne un racconto. Forse fu un torto l'essergli stato troppo ligio, e il non aver osato deviare dalle sue orme.  gi una colpa molto diversa e molto pi perdonabile.
La tentazione di abbandonarlo l'ho provata, a dir vero, anch'io. Mi sorrise pi d'una volta l'idea di chiudere il racconto con una di quelle catastrofi, che scuotono cos bruscamente l'animo del lettore da non lasciargli tempo e capo per giudicare se siano vere od assurde. Fra una rottura completa ed una completa riconciliazione de' nostri eroi, che potevano essere due buone escite, quello scioglimento che, per ossequio alla cronaca, si  prescelto, un'alleanza cio incerta e condizionata, mi parve il pi meschino e il meno efficace. Allora ho schierato dinanzi a me, non senza provarne qualche seduzione, veleni, pugnali e simili spedienti da scena. Occhieggiai una cella solitaria, in cui Agnese avrebbe potuto co' suoi languori espiare il suo fallo: e mi parve che tale avvenimento, oltre essere l'unica soluzione del garbuglio, poteva offrire gli estremi ad un episodio vivo e patetico.
.
Eppure, ragioni pi sode hanno dissipata la tentazione. Dopo aver fatta tanta strada col nostro cronista, ed esserci scambiati molti tratti di cortesia e di benevolenza, non mi parve bello l'abbandonarlo, cos su due piedi, per l'unica ragione ch'egli pareva avere la fantasia un po' stanca. Oltracci, al punto in cui siamo, le pagine del cronista non appartengono pi a lui, ma sono per cos dire la porta secreta che guida al santuario inviolabile della storia, per la quale ora devesi introdurre il nostro lettore.
.
Quando mi balen dunque alla mente il pensiero di separarmi dal compagno, non era pi il tempo di farlo. Era bens lecito di mettere a soqquadro quanto precede e prepara il nodo del racconto, ma lo scioglierlo con un atto violento, in un modo diverso da quello che la storia addimanda, era un tradire la verit ed armare le censure dei passati e dei presenti. Ed anche qui (poich sono in vena di schiettezza) dovr confessare, che gli sdegni del cronista non mi facevano paura, perch il poveretto  morto senza successori; ma il manomettere il tesoro degli storici, che vivono nei loro libri, e che hanno legato i loro tesori ai dotti, mi parve un atto troppo temerario e pericoloso. Continuiamo dunque colla cronaca; poich da questo punto la cronaca cammina di fianco alla storia.
...
.
...
140.
...
.
...
Agnese, dopo quell'atto spontaneo di affetto che era ad un tempo una risposta ed una proposta, sent svanire da s l'esitanza, che poco prima la costringeva al silenzio. Non temette di aver concesso troppo, ma prov la necessit di rischiarare la posizione d'entrambi, accennandone i patti. L'importanza del soggetto, le inspir quella parola n timida, n severa, che conveniva ad una donna e ad una madre. Canziana rimase presente al colloquio: se avesse tentato di allontanarsi, Agnese l'avrebbe trattenuta.
Eccovi, disse Agnese, quella creatura a cui volete dare il vostro glorioso nome. Sia come il cielo ha destinato. Amate dunque il vostro figlio d'adozione; ma rammentate ch'egli ha una madre, che essa fu tanto sventurata; e che, se ora si chiama meno infelice, gli  perch il cielo le ha fatto dono di questo tesoro.
.
O Agnese, interruppe il conte, io voglio amare Gabriello con voi, non contro di voi. Voglio che egli gusti la prima e la pi soave delle dolcezze umane, l'affetto di sua madre. Io non porr tra voi e vostro figlio l'autorit del padre adottivo; non lo chiamer presso di me, se voi non l'avrete congedato dalle vostre braccia. Quando, confuso fra i giovinetti amanti la gloria delle armi, mi chieder una spada, io gliela cinger, e gli insegner ad usarla.
Ma fino a quel giorno....
.
Fino a quel giorno sar tutto vostro. Egli ebbe da voi il primo nutrimento del corpo; ricever da voi stessa il primo pane dello spirito. Tocca alla madre l'insegnare a'suoi figli le prime virt.
Voi siete generoso soggiunse Agnese visibilmente commossa.
Non mi chiamate troppo presto con tal nome. L'egoismo dell'amore rassomiglia qualche volta alla liberalit di chi semina a piene mani, perch spera raccogliere nell'egual misura Quando avrete udito le mie condizioni....
Le condizioni, e quali?
Quelle che sono richieste dall'osservanza de' miei doveri. L'affetto mio per Gabriello non deve essere un vacuo e leggiero sentimento, che si esaurisce in aspirazioni ed amplessi.  la paterna tutela che mio figlio esige da me;  la incolumit de' suoi giorni, che io gli debbo anzitutto assicurare.
.
Dubitate forse della mia sorveglianza, delle mie cure?
Mi guardi il cielo. Gabriello pu dormire tranquillo sul seno di sua madre; ma la madre (ditelo in buona coscienza) pu ella chiudere gli occhi un momento, e sognare sicurezza in mezzo ad un mondo che l'ha fatta pi volte bersaglio della sua malevolenza? Chi protegge questa donna derelitta; chi difende in lei i diritti della natura?
Agnese impallid; gli occhi le si riempirono di lacrime.
Voi pure, continu il conte, vi chiamate convinta del mio amore per Gabriello, ma per ci sareste voi pronta a staccarvi da lui, ed a confidarlo senza riserva alle mie cure? V'ha forse una ragione, o Agnese, perch io ami meno, o diversamente, quel figlio? L'ansia, che provate alla sola idea di saperlo lontano,  comune anche a me. Io non dubito della madre, ma degli uomini: io non voglio dividere Agnese da Gabriele; ma mi colloco fra questi cari oggetti dell'amor mio e il mondo che li minaccia?
Che dite mai, o signore? Voi mi fate paura.
.
Pensate a ci che  avvenuto jeri, pensate ai fatti d'oggi, e dite se possiamo vivere tranquilli pel d venturo.
Pur troppo! aggiunse fra s, ma ad alta voce Canziana, pur troppo. Senza una grazia del cielo il povero Gabriello era perduto. Non bisogna fidar troppo e sempre nei prodigi;  pi saggio prevenire il pericolo che volerlo incontrare per vincere.
Anch'io penso cos.  perci che mi sono rinchiusa in questa dimora solitaria, affinch il mondo si dimenticasse di me.
Ma le fiere hanno fiutato da lungi le peste della vittima. Voi potete fuggire di qui, credervi sicura in un luogo ancora pi remoto di questo; i ribaldi vi seguiranno, vi raggiungeranno.... Questa guerra codarda va loro a sangue....
Ma Dio mio! perch tanta persecuzione?
Non mi odiate per questo, o Agnese; io voglio essere sincero: la causa di ci sono io. I tristi assalgono il Conte di Virt nelle sue interne affezioni; perch non osano attaccare le sue schiere, e far legittima guerra. Gli vogliono rapire il figlio, come gli hanno rapito il cuore dell'amante.
.
Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.
Ma qual  il rimedio a tanto pericolo? chiese poco dopo la madre.
La piet per vostro figlio vi chiede un nuovo e pi grande sacrificio. La proposta che io sto per farvi  penosa, ma necessaria. Oh perch Dio non ve la inspira!.
Dite, o Signore; io son pronta a tutto.
Voi lascerete al pi presto possibile questa dimora, e cercherete un asilo nel castello di Pavia.
Ci  impossibile, rispose recisamente Agnese.
Era impossibile alla donzella d'un anno fa; ma alla madre, che vuol porre al sicuro suo figlio, ci  necessario.
Dovunque io mi trovi, gli scelerati non oseranno toccare il mio Gabriello: io lo difender colla preghiera, colle strida, colle armi se fia d'uopo. Non l'abbandoner mai; chi vorr stendere la mano su lui dovr prima uccidere sua madre.
O Agnese, tutto ci  nobile,  santo; ma la natura non  sodisfatta da questi eroici propositi. Vi  chi vuole, e chi deve dividere i vostri pericoli. Quel desso son io.
.
Ma nel proteggere Gabriello non vi  lecito mettere un'altra volta in pericolo l'onore di sua madre.... soggiunse con eguale risolutezza Agnese.
Dubitate voi di me? Oh, allora, fra due mali, fra due incertezze, spetta a voi sola la scelta.
Io ho fede nella vostra generosit; ma questa fede, fosse anche la pi viva e provata, non mi autorizza a scordare i riguardi che debbo a me stessa. Ci che  avvenuto, non mi ha tolto ogni speranza di riabilitarmi dinanzi alla mia coscienza ed agli uomini: io debbo volgere ogni mia azione a questo scopo.
Temete il mondo, poveretta; e vi chinate dinanzi all'effimera autorit de' suoi giudizii?
Agnese tacque.
Vorrete dunque sacrificare la vita e la salvezza di vostro figlio al timore della loquacit de' miei cortigiani? Sappiate che l'arma della calunnia  inoffensiva in corte, perch troppo abusata. Ci che oggi lo sfacendato servidorame guarda sott'occhi e beffeggia, dimani trova degno di plausi e d'onori. Io ho l'arte di soffocare l'insultante sorriso, che vi fa paura; sapr (ve lo giuro) rispettare il vostro nome, e fare ch'esso sia rispettato da tutti.
.
Meravigliata della franchezza di queste parole, Agnese non insisteva nella sua ripulsa; ma, con un'aria di aspettativa angosciosa, invitava il conte a spiegare pi chiaramente le sue intenzioni. Tali parole riescivano ancora pi misteriose a Canziana; ella voleva ardentissimamente il meglio della sua padrona, ma non sapeva dove cercarlo, a che e a chi fidarsi.
Uditemi attentamente, prosegu il conte. Voi conoscete quali rapporti esistano fra me e il signore di Milano: non ignorate, che fino a questo giorno io ingannai la vigilanza de' miei nemici, che seppellii nel fondo dell'animo i miei sdegni, perch si accumulassero, che posi in essi la mia ricchezza, la mia forza. Oggi mi sento forte e ricco; il modico risparmio di molti giorni  divenuto un tesoro. Il principe timido e docile, che studiava la capricciosa volont di un parente, per piegarvisi, da questo istante vuol gettare la maschera.
.
V'ha fra i prncipi un linguaggio che vince ogni ardita parola, che pareggia la stessa minaccia. Se oggi Barnab Visconti mi spedisse un suo legato, io non avrei che a rifiutargli un sorriso, perch si rompesse la guerra fra me e il signore di Milano. Ma non  ancor tempo di ci. Il mio mutar di condotta vuol essere deciso, non imprudente. La vostra apparizione al castello di Pavia sar il primo passo verso un'esistenza pi libera. Voi sarete il genio benefico che rompe un fatale incanto.
E i legami di parentela che avete stretto da poco tempo colla corte di Milano? e l'amore di Caterina Visconti?
Lasciamo al lettore il definire se in queste parole si celasse un avviso od un rimprovero, se fossero dettate da sentimento di piet, o da un sintomo inavvertito di gelosia.  probabile che vi entrasse un po' di tutto.
.
Voi mi parlate di Caterina? Infelice creatura! Non fu mai fatto strazio pi crudele della volont di una donna. Fanciulla, fu ceduta al migliore offerente; al Conte di Virt piuttosto che ad altri, perch il conte la chiedeva a pi larghi patti. Sposa, si vuol fare di lei un secreto strumento del signor di Milano. La timida donna non  atta a tanto. Una lettera di suo fratello Rodolfo la impegnava due giorni fa, in nome del padre, a spiare le mie intenzioni e a riferirle. Ella respinse la proposta; si chiama o si sente inetta a cos odioso incarico. Io ebbi nelle mie mani lo scritto dell'uno e la risposta dell'altra. Caterina  incapace a far male.
.
Perci appunto io rispetter la calma, di cui ella gode. La mia presenza potrebbe turbarla.
Se avete fede in me, se credete alle mie promesse, non dovete temere per lei. La fermezza, con cui vi do parola di volere rispettare i diritti di quella donna, deve essere una guarentigia sacra e solenne anche pei vostri. Ors Agnese; non create ostacoli alle mie risoluzioni.  tempo che il timido vassallo di Barnab scuota il giogo, e ripigli la sua autorit. Prima di amar voi, prima di sposar Caterina, io era secretamente legato alle sorti di vostro padre e de' suoi amici. Ho temporeggiato anche troppo.
Io non comprendo, come ci che mi chiedete possa entrare in tali disegni.
Dal momento che la figlia di Maffiolo Mantegazza avr posto il piede nel castello di Pavia, dir che ho gettato il guanto al Visconti di Milano.
Ma con qual titolo la figliuola del proscritto varcher la soglia della reggia dei Visconti?
Potr entrarvi come un'infelice profuga e perseguitata che chiede ed ottiene protezione, ospitalit. Potr rimanervi come dama d'onore di Caterina nel novero delle matrone e delle donzelle, tolte alle famiglie pi affezionate al Conte di Virt. Vi  grave, lo so, questo nome; ma, per la memoria di vostro padre, non lo rifiutate. Il sacrificio lo rende nobile; se questa proposta vi fosse sembrata bella e fortunata, allora vi direi: diffidate, o Agnese. In far ci che vi  grave, avrete salva almeno la vostra coscienza.
.
Fra le tante ragioni, colle quali il conte tent smovere l'animo d'Agnese, questa fu la pi valida. Cedendo in altro tempo alle parole di lui, aveva provato un'ebrezza lusinghiera; quell'ebrezza era stata un inganno. Ora ad una preghiera, fattale dalla stessa persona e con non meno vivo affetto, ella provava una commozione grave, solenne, quasi dolorosa. Ma l'idea di un sacrificio ripigli su lei quell'impero, che altra volta fu usurpato da una vana lusinga di felicit. Tacque Agnese, ma il silenzio ebbe il significato di un'affermativa rassegnata. Il suo aspetto calmo e sereno crebbe il valore della tacita risposta. Il conte e Canziana l'interpretarono come un si; e l'accolsero con immensa gioja.
...
.
...
141.
...
.
...
Il meno sodisfatto di un simile scioglimento, diciamolo un'altra volta,  chi scrive. Egli avrebbe voluto far d'Agnese un'eroina, e forse poteva sperare di riescirvi anche dopo quello che si  narrato. Ma ora, al punto cui sono avviate le cose, chi potr persuadersi che altra ragione, fuorch un amor recidivo, fosse il secreto consigliero della sua docilit? Le promesse del conte sono sospette; l'assenso di Canziana non ha sufficiente peso. Nondimeno, questi momenti d'incertezza, questi inciampi involontarii della virt, ci attestano veritieri. Nulla  pi atto ad autenticare l'originalit di un ritratto e la sua felice rassomiglianza, quanto il non avervi omesse le rughe e le chiazze.
.
I nostri personaggi, ciascuno secondo le proprie viste, chiamarono fortunata la fatta risoluzione. Agnese fece tacere i suoi dubii per rallegrarsi al vedere rivivere i disegni di suo padre. Il conte v'aggiunse il conforto di potere finalmente venire in grado di rendere ad Agnese un po' di quel bene che la sua improvida condotta le aveva rapito. Pensava di circondarla d'ogni sua cura, di darle le migliori e le pi sode prove d'affetto; ma queste cure e queste prove d'affetto dovevano essere tali che non la facessero pentita mai della sua fiducia. Egli si trovava forte a ci; si rallegrava con se stesso; e, affrettiamoci a dirlo, non si rallegrava a torto. Canziana era fatta lieta dalla convinzione di veder adottato un partito, che poneva al sicuro i suoi diletti padroni. Non era cieca per; vedeva anzi da lontano pi pericoli che in realt non esistessero. Ma altri pi gravi e pi urgenti pericoli la sospingevano ad accogliere la proposta del conte come un favore, che la Providenza non volgerebbe a male.
.
Dopo una settimana, che pass n lieta n mesta, Agnese, perfettamente risanata, abbandon, in un con Gabriello e Canziana, il suo ritiro. In quel punto, gravi pensieri si levarono nella mente loro e resero pi doloroso il congedo. Nella mesta calma di chi partiva non v'era soltanto il rammarico delle abitudini troncate. La buona gente, che aveva esercitata l'ospitalit con nobile disinteresse, pigli per s quella manifestazione. Con segni di affetto riverente accompagn chi partiva fino sulla strada maestra. Ivi la separazione fu affettuosa. La memoria del ricevuto beneficio e la sodisfazione d'aver fatto del bene, durarono ben oltre quel giorno. Agnese ricord per tutta la vita la carit de' suoi vicini, e pot a suo tempo attestar loro, coi fatti, che chi fa del bene impresta a Dio.
.
L'ingresso di Agnese nel castello di Pavia fu, come era a prevedersi, segnalato dal solito cicalio dei crocchii cortigianeschi. L'arrivo di una dama era per quegli sfacendati un fatto significante; la bellezza di Agnese, ancorch modesta e riservata, divenne in breve il punto di mira degli sguardi i pi appassionati. Il suo nome e le sue disgrazie prestavano argomento a varie e strane dicerie. Taluno os sulle prime tessere sul suo conto novelle poco onorevoli; qualche altro, coll'aria languida e i frequenti sospiri, tent farsele vicino, e render vere le ingiuriose supposizioni dei calunniatori. Ma la costumatezza di Agnese, i modi onesti e parcamente socievoli, coi quali ella trattava indistintamente tutti i cortigiani, disarmarono in breve le male lingue, e tolsero ogni speranza ai malcreati paladini.
.
Anche la condotta del Conte contribu a tale intento, perocch egli seppe proteggerla pi col riserbo, che non coi fatti. In capo a poche settimane, la turba linguacciuta non trov pi il solito diletto nel malmenare la riputazione d'Agnese. Non convinta della sua innocenza ma distolta dal triste officio di scovarne i misteri, fin per rispettare in lei una protetta del padrone, la creduta rbitra della sua volont. In corte non mancavano argomenti nuovi e bizzarri per sbramare la cupida oziosaggine degli infingardi. Agnese pertanto fu salva dalla stessa malevola leggerezza de' suoi nemici.
.
Ma era essa felice? Se le fosse bastato il sentirsi sicura dalle minaccie, che l'avevano funestata nel suo ritiro, o il vedere dissipati i pericoli che accompagnavano il suo ingresso in corte, dobbiamo dire di s. Se a far felice una madre basta il veder crescere bello e gagliardo il proprio figlio, dobbiamo ripetere di s. Ma la vita di Agnese non si rinchiudeva tutta entro questi limiti. Il conte non le aveva promesso soltanto di difenderla dalle insidie de' suoi detrattori: egli parl e promise in nome di suo padre. Da quel giorno la memoria paterna non fu soltanto una storia di affetti; fu l'idea fissa di un sacro dovere, di un voto che dimandava pronto e coraggioso adempimento.
...
.
...
142.
...
.
...
In quel mezzo, un'altr'anima si scosse, tocca dai sintomi di una passione nuova e prepotente. La languida e svogliata Caterina, al primo vedere Agnese, sent per essa un'antipata foriera di malevolenza e d'odio. La prima volta che la vide fra le dame d'onore, la privilegi coi tratti della pi marcata incuria: appena lev su lei lo sguardo, lorch il maestro delle cerimonie, presentandola come un nuovo fiore della sua corte, ne pronunci il nome, e l'accenn colla mano. La sua avvenenza l'irritava; e, siccome non era possibile metterla in dubio, Caterina os chiamarla una bellezza ipocrita ed usuraja. Le traccie de' suoi patimenti, invece di meritare piet, furono giudicate sforzi ingannevoli dell'arte muliebre, di cui ella temeva ed invidiava gli incanti. Credette che quella donna fosse comparsa in corte per gettarle una sfida, e farla vittima de' suoi trionfi. Della sua vita non conobbe che quella parte che riguardava la persecuzione patita per volere di suo padre: ma bastava un tal fatto (e questo era il lato meno debole de' suoi ragionamenti) per credersela nemica, congiurata a suo danno.
.
Il conte trattava la nuova dama colla riverenza garbata e dignitosa, ch'egli usava con ogni altra della corte. Ma Caterina, delirante di gelosia, credette sorprendere sguardi d'intesa, parole misteriose, perfino mal repressi sospiri. Arrovellava se un fortuito incontro li avvicinasse; e se il caso li teneva disgiunti pi dell'ordinario, ella interpretava questa tranquillante apparenza come un riserbo studiato, onde eludere la sua vigilanza, e preparare pi tranquilli convegni. Da quel momento, la principessa fin d'essere la donna schifiltosa, noiata di tutto, indifferente a tutto. Raccolse quel po' di vita, che ella consacrava alla scelta dei giojelli e delle vesti, o alle lunghe arti dell'apparecchiatojo, per nutrire la nuova passione, che le faceva battere il cuore, fin allora inerte.
.
Corse voce nei crocchii dei cortigiani, che la principessa erasi fatta pi avvenente. L'ira aveva per verit riacceso quel volto, che, nella sua irreprensibile regolarit, portava dianzi l'impronta di un'anima sonnolenta ed agghiacciata. Le sue gote si colorirono di un leggiero incarnato; gli occhi, di solito socchiusi e paurosi della luce, s'aprirono pi liberamente, stanchi dell'oscurit, avidi di vedere, di scoprire, di fulminare i colpevoli.
.
Ma i propositi, sanciti nelle irrequiete sue veglie, rompevano contro difficolt insuperabili. Fissava ella cento volte l'ora il momento di dichiarar guerra alla sua rivale; giurava a s stessa di non voler pi oltre soffrire le supposte tresche; ma il d e l'istante giurato non arrivavano mai. Ella era sola; nessuno aveva penetrato i suoi misteri; a nessuno, nemmanco alla pi fida delle sue ancelle, aveva aperto il suo cuore e chiesto soccorso.
.
Taluno, indovinando in quale tempesta si logorasse l'infelice donna, mosso da una piet non innocente, os andarle incontro ed offrirle quella servit, che essa non sapeva chiedere. Uno scudiero, che aveva sogguardato tante volte con indifferenza la sua padrona finch ella era assopita nella consueta sua noja, la trov bellissima e seducente, dopo che la nuova passione aveva rianimata la dea di marmo.
Colpito dall'improviso mutamento, non osando dimandare n a lei n ad altri la cagione di quei sospiri, cerc di sorprenderli e di appajarli co' suoi. Ai colleghi nojati dal servizio dell'anticamera si offr, quante volte pot, come supplente; e studi ogni mezzo, ogni pretesto, per aprirsi la via al gabinetto della principessa, e sorprenderne il solitario corruccio. I costumi cortigianeschi di quei tempi imponevano a scudieri e paggi di piegare il ginocchio dinanzi alla loro padrona, ogni qual volta dovessero presentarle alcuna cosa.
.
L'audace scudiero trasse profitto dalla positura supplichevole, a cui lo costringeva il mestiere, per volgere a Caterina tale parola, che frantesa o male accolta avrebbe potuto costargli la vita. Ma Caterina, stanca d'essere sola, non la sgrad. Ella non pens ad altro in quel momento che a procurarsi un fido servitore, che spiasse per suo conto dove a lei non era permesso il penetrare. E per certo non imagin che la devozione di quell'uomo potesse meritare altra mercede, fuorch l'onore della privilegiata servit e il compenso di qualche sguardo meno altero.
L'abile intrigante non aveva bisogno di veder ristabilita la calma in quel cuore; poich allora Caterina sarebbe tornata la donna di prima, ed egli verrebbe confinato di nuovo nell'abbietta anticamera. Bisognava dunque non lasciar riposo a quell'acqua torbida, anzi sommoverla e intorbidarla sempre pi; egli poi saprebbe trovare il momento opportuno per pescarvi dentro a suo modo.
.
Fu allora, e per mezzo di quello scudiero, che Caterina seppe il restante della storia di Agnese. Se nelle sue accuse, fondate sulle apparenze, ella era stata ingiusta, i fatti pur troppo gravi e certi, che ella arriv a conoscere, rendevano perdonabile il sospetto.
A tale notizia crebbe in lei, se pur era possibile, l'odio per Agnese. L'animo suo, come il volto, fiammeggi di una passione nuova, impetuosa, indomabile. Ma prima di esaminare i fatti e di riconoscere i colpevoli, prima di richiamare il marito a' suoi doveri, o di rompere coll'autorit del suo nome la supposta tresca, ella sentenzi e giur vendetta. Anzi, giova il dirlo, affinch l'infelice condizione di questa donna non si usurpi una piet, non meritata, ella avrebbe respinta la sua calma primiera, quando dovesse riaverla a condizione di rinunciare all'ineffabile ebrezza di vendicarsi.
...
.
...
143.
...
.
...
Caterina stanc la mente nel cercare ed elaborare progetti. Alle pronte e violente determinazioni non inclinava l'animo suo, perch la passione non aveva fatto che mutare in lei la timidezza in vilt. Prefer quelli che, associandola ai livori ed alle ambizioni altrui, le assicuravano il buon esito dell'impresa senza esporla a pericoli, od impegnarla nell'azione, facendola complice dell'opera d'altri.
Le venne in mente la lettera di Rodolfo suo fratello, che, come si disse, non aveva produtto su lei alcun effetto. La proposta, che in addietro le parve stravagante e criminosa, le si affacci di nuovo al pensiero rivestita di seducenti colori. Torn figlia rispettosa di Barnab, sorella amorevole di Rodolfo, per coltivare con essi disegni di violenza e di usurpazione a danno del signore di Pavia.
.
Non dur fatica a scordare d'essergli sposa; o ramment questo titolo soltanto per far pi grande l'offesa ricevuta, e per credersi meglio autorizzata a punirla. Scrisse in proposito una lunga lettera a Rodolfo; nella quale, dopo di avere esposte le pene e le umiliazioni patite, invocava in suo soccorso la mente e il braccio del fratello; promettendogli di volere alla sua volta prestar mano a lui ed alla corte di Milano, qualora gli antichi disegni del padre fossero ivi ancora vagheggiati.
.
Questa volta il foglio traditore arriv inviolato al suo indirizzo; perocch il fido scudiero s'incaric di portarlo egli stesso a Milano, e di rimetterlo nelle mani di Rodolfo. Costui aveva in quei d abbandonato temporariamente la sua residenza di Bergamo, ove era signore e tiranno; perch ivi spirava mal aria per lui, fra i suoi pari il pi feroce ed abborrito. Ricevette con grande gioja le nuove della sorella, si propose di parlarne a tempo debito a suo padre, e per lo stesso mezzo le rese una risposta piena di rallegramenti e di speranze. In quello scritto le raccomandava di stare all'erta, di continuare con zelo nel suo spionaggio, di riferire con assiduit e con prudenza ogni andamento del conte, e chiudeva con un mondo di tenerezze fraterne.
.
Altri scritti tennero dietro a questo; il sugo della lunga corrispondenza era il seguente. Il signore di Milano avrebbe colto il momento per sorprendere colle armi il Conte di Virt e privarlo della signoria. Contro lui, oltre la ragione della forza, si sarebbero scagliate accuse di fellonia, di cui si andavano raccogliendo le prove. Una di queste era la sua toleranza od amicizia per la famiglia Mantegazza. Quanto ad Agnese, non avevasi che a richiamare il decreto di Barnab contro i complici di Maffiolo, e i figli o i parenti dei ribelli. A Caterina Visconti finalmente venivano conservati, vita sua durante, la contea di Virt e i dominii della citt e territorio di Pavia. I patti erano generosi: Caterina vi si adattava di buon animo, e proponevasi di fare tutto il possibile per vederli realizzati.
.
Ma la volont di Barnab, concorde nello scopo con quella de' suoi figli, non lo era nei mezzi. Fermo nella sua antica convinzione che il Conte di Virt fosse un dappoco, credeva onorarlo pi che egli non meritasse, impiegando armi e congiure per abbattere un trono vacillante. Pensava invece che, al primo giorno di sciopero, ei non avesse che a fare una passeggiata verso Pavia, per cacciarne il nipote e fissarvisi come assoluto padrone. Il perch, Rodolfo e Caterina dovettero aspettare, che il padre si togliesse dalle altre sue gravi occupazioni, prima di metter mano a quest'inezia.
.
Tali lungaggini non irritavano Caterina, la quale nelle sue secrete macchinazioni prelibava gi tutte le delizie della vendetta consumata. La certezza della riescita abbelliva dei pi lusinghieri colori i suoi disegni; la fantasia agitata da un delirio nuovo celebrava gi il suo trionfo. Ma nel prudente uso dei mezzi, ella era sempre la donna gelida e dissimulatrice. Simile all'avaro, a cui pro si accumula l'usura del mutuo, non sollecitava il compimento de' suoi desiderii, nella certezza di vederli a suo tempo trionfare in un modo pi splendido. Studi, quindi, d'essere o di parer calma, onde non destare sospetti; dal canto suo, non tent d'interrompere troppo presto le fatali apparenze, che giustificavano il suo livore; volle sorprendere imprevedutamente i colpevoli, onde sacrificarli con pi completo trionfo alla sua truce passione.
...
.
...
CAPITOLO DECIMONONO.
...
.
...
144.
...
.
...
Di Barnab Visconti e del suo governo si  detto nelle pagine antecedenti quanto basta a darne un'idea. Non sar mestieri aggiunger molto per persuadere il lettore che egli fu uno dei peggiori nostri prncipi. La fantastica crudelt, il genio feroce di lui hanno tal fama, che sono passati in proverbio.
.
Altra volta, parlando dei Visconti e degli Sforza, mi provai a difenderli dai giudizj troppo severi degli annalisti posteriori. Gli storici, o vinti o ingannati dall'influenza del dominio straniero, credettero tenere in credito i tempi loro, dipingendo con colori esagerati i precedenti. Soltanto chi guarda le due epoche ad una certa distanza, instituendo un accurato raffronto fra il bene ed il male delle due epoche storiche, potr dare un equo giudizio di ciascuna. Se il bene  scarsissimo nell'una e nell'altra, il male, bench molto in ambedue, permette una distinzione assai importante. Nei nostri tiranni  a deplorarsi il delirio dell'uomo; nei dominii stranieri, che raccolsero l'eredit loro,  a combattersi un principio sovversivo d'ogni ragione civile. I primi versarono il sangue dei fratelli che non avevano abdicato ai diritti loro, e perci si commovevano al vederli concultati; gli altri adoprarono la frusta, perch il di pi era troppo per una greggia di schiavi.
.
In quelli, la successione  varia, alterna; i prncipi miti e generosi ristorano bene spesso le stanche popolazioni dai sofferti oltraggi, e resuscitano l'amore della libert, non morto, ma intorpidito nel cuore dei soggetti. In questi, il succedersi dei prncipi  un fatto insignificante: sopravive ad essi, e regna con essi, il principio della conquista, che fa pessimi i cattivi, e non permette ai buoni di mostrarsi quali vorrebbero essere. Contro i nostri tiranni vediamo a quando a quando sollevarsi il popolo, per chiedere ed ottenere vendetta. Il suo sdegno, talvolta inopportuno, spesso, intemperante,  pur sempre generoso. Contro lo straniero una turba stanca ed avvilita non oppone che la infeconda virt dei popoli oppressi, la rassegnazione.
.
Ad ogni modo, in un tempo in cui la nuda verit era tolta in sospetto, nulla di pi provido che il mostrarla sotto un velo che l'adombrasse senza tradirla. La rivendicazione della fama dei nostri prncipi non era soltanto un atto di ossequio alla storica imparzialit; ma diveniva un mezzo, l'unico mezzo possibile, per dire ai nostri oppressori: nulla di pi esiziale di voi; la tirannide dei nostri vecchi ci  pi cara che l'ipocrita piet dei vostri filosofi. Meno male la vista del sangue, che l'atona, a cui voi ci condannate.
.
Tra i nostri duchi alcuni furono ottimi; altri al livello dei tempi crudeli; pochi soltanto si mostrarono come un'odiosa eccezione della natura umana76; e Barnab fu appunto uno di queste. La sua politica non ebbe mai uno scopo fisso; err in bala di una volont, che non aveva direzione o guida. Quando l'arbitrio suo era abbracciato per forza da tutti, e poteva essere lume o scorta alla condotta de' suoi soggetti, egli si ribellava contro i suoi stessi voleri. Fu crudele, dispotico, sanguinario, pel solo diletto di provare al mondo ch'egli era potente. Nemmanco a caso gli sfugg un atto generoso; non premi alcuno fra quei pochi che gli erano o gli si mostravano affezionati.
.
Eppure la stessa ferocia e la gelosa tenacit del comando svilupparono in lui una delle pi pregevoli doti di un principe. Egli non fu servo ad alcuno; non si pieg a preghiera, e molto meno a comando o ad autorit altrui. Il suo volere fu legge per tutti entro i confini del suo piccolo stato; e non sub mai influenza dal di fuori. Ebbe pi volte la fortuna avversa; e l'affront con coraggio. Conscio del pericolo, ma confidente nella propria stella, ne esc sempre col minor male.
.
Agli sdegni della corte d'Avignone oppose l'indifferenza e lo sprezzo. La lotta tra lui e la Chiesa dur quanto il suo governo; n mai si ritrasse da' suoi propositi per minaccia di nemici o per lusinga di alleati. La sua coscienza, corazzata di un cinismo invulnerabile, lo rese impavido e sereno sotto il peso delle scomuniche che a quei d facevano tremare i suoi pari. Non rinunci alle sue pretensioni su Bologna, anche dopo la scomunica di Innocenzo Sesto. Grimoaldo, abate di S. Benedetto, colui che per ordine di Barnab aveva dovuto inghiottire la bolla pontificia sul ponte di Marignano, divenuto papa col nome di Urbano Quinto, volle vendicare l'oltraggio fatto ad un legato della corte romana scagliando l'interdetto contro l'empio violatore del diritto delle genti. Barnab permise che l'arcivescovo di Milano si presentasse a lui, e gli porgesse il breve pontificio; volle anzi sentirsi dichiarare eretico e scomunicato: poscia, con quel piglio che non ammetteva remissione, lo fece inginocchiare davanti a s, e gli disse in barbaro latino non sai tu, o poltrone, che io sono papa ed imperatore nelle mie terre? e, come se ci fosse poco, scomunic alla sua volta il papa, e costrinse un prete a leggere in publico la bolla dell'interdetto.
.
Gregorio 11esimo lo percosse una terza volta colle armi spirituali per le inaudite crudelt commesse contro i guelfi. Quest'ultima prova non ebbe miglior successo delle altre. Le ripetute irrisioni suscitarono due crociate contro di lui. Armeggiarono in suo danno l'imperatore, Giovanna di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Carraresi, i Gonzaga. L'esercito della lega s'ingross d'Ungari, e d'Inglesi. Barnab, principe debolissimo a fronte di un nemico tanto formidabile, malsicuro della fedelt de' suoi sudditi, prosciolti dai giuramenti in virt dell'interdetto, capitano impetuoso ma ignaro dell'arte militare, eluse i disegni della crociata; ed, ora schermendosi coll'inganno, ora stancheggiando il nemico colle tregue, costrinse la lega a firmare una pace meno indecorosa per lui che pe' suoi potenti avversarii. Dopo di che, il principe, dianzi spodestato e messo al bando, divenne pi imperioso, pi temuto; dai nemici, e meglio obedito dai soggetti.
Quando l'imperatore Carlo IV lo priv della dignit di vicario imperiale, egli mostr di aggradire questa prova di sdegno, dicendo: non essere egli vicario di alcuno, ma signore assoluto dei proprii stati.
.
Un'altra lega, non meno potente della prima, si strinse allora a suo danno. Questa volle far precedere le negoziazioni alle ostilit. Trattavasi di convincerlo essere per lui cosa equa ed utile il deporre le sue pretensioni sulle terre spettanti alla s. Sede. Barnab, poich ebbe ascoltato i ministri della lega, li chiam pazzi, e come tali li costrinse a vestire abiti bianchi ed a montare su ridicoli ronzini; poi a furia di popolo li mand in volta per le vie di Milano; e, prima di congedarli, li fece sostare due ore alla porta della citt, perch raccogliessero le fischiate e le villanie della plebe.
.
Ma tali eccessi, che attestano una libidine di potere ed una temerit del pari stolte ed estreme, potevano in qualche modo tornare utili e graditi a' suoi soggetti? Le continue guerre esaurivano il tesoro; i balzelli e le concussioni, poich i mezzi ordinarii erano insufficienti, dovevano ristorarlo. In mancanza dello spontaneo concorso de' suoi cittadini, stanchi di sostenere col denaro e col sangue le sue stolte imprese, dovette pi volte, con orribili minaccie e con castighi ancor pi orribili, richiamarli all'obedienza. A Modena raccolse una parte del suo esercito disperso, punendo i morosi con supplicii inauditi. La fortuna non gli era sempre propizia; parziali sconfitte gli fecero perdere Bologna, Modena e le terre finitime. Reduce dalle sue temerarie spedizioni, egli ebbe solo a rallegrarsi d'aver prodigiosamente poste in salvo la persona e la sovranit, e di conservare intatto il suo coraggio per una vicina riscossa.
.
Delle leggi interne non si occup gran fatto. Le buone, prezioso avanzo del governo popolare, raccolte e sancite dai suoi predecessori, non abrog; ma, lasciandole neglette nel corpo degli statuti od affidandone l'osservanza ed il profitto ai magistrati, ne permise, e quasi ne protesse la violazione. Egli intanto attese ad infarcire un codice fin troppo saggio pei tempi, con una prodigiosa congerie di decreti, consigliati dal capriccio, o suggeriti da un improvido zelo, ma pi spesso dettati dalla sua natura feroce e capricciosa. Alle pene pecuniarie sostitu le corporali; e fu abile maestro non solo in applicarle ai minori reati, ma in crear nuovi e stranissimi supplicii; ed alla mostruosa violazione delle leggi di natura egli aggiungeva sempre la derisione, provocata dal suo carattere brutale e motteggiatore. Eccone un esempio.
.
Le vie di Milano, specialmente la notte, erano malsicure. Saggie e severe leggi erano state emanate in proposito avanti il governo di Barnab; la pi ovvia fu quella, che ingiunse ai passaggeri di munirsi di face o di lampione, sotto pena di multa o di prigionia. - Barnab volle che nessuno, per qualsivoglia motivo, osasse metter piede fuori di casa dopo un'ora di notte; e a chi fosse trovato per istrada faceva amputare un piede, dicendo che il colpevole doveva punirsi in quella parte del corpo, che aveva violato la legge. Colla scorta di un tale criterio punitivo, volendo tenere in freno le fazioni, dann a morte chi parteggiasse per l'una o per l'altra; e fece tagliar la lingua a chi pronunciava soltanto i nomi di guelfi e di ghibellini.
.
Devesi all'incuria del suo governo la diffusione della pestilenza, che desol la citt di Milano nell'anno 1361. Ottime leggi sanitarie, sotto il governo di Luchino, l'avevano preservata. Ma Barnab, o per sprezzo di quanto non emanava da lui, o peggio per l'inumana vista che la minaccia fosse ottimo mezzo di freno e d'intimidazione, non oppose alcuna resistenza al progresso del morbo, il quale nella sola Milano miet oltre settantamila abitanti.
.
Intanto egli, per sfuggire al pericolo del contagio, si chiuse nel castello di Marignano. Ivi ingann la noja della solitudine fra cortigiani e giullari; e, per ischerno alla publica sciagura, raddoppi le imbandigioni e le orgie. Cessata la peste, l'altra calamit, sua indivisibile compagna, afflisse il popolo milanese. La carestia, cagionata dall'inclemenza delle stagioni e dalla negletta agricultura, accrebbe, se era possibile, la miseria publica. Barnab non si diede alcun pensiero per temperare i mali del suo paese.
.
Il signore di Marignano, salvo dalla peste, pot schernire pi sfacciatamente la caresta. Non furono mai tanto rumorose ed allegre le caccie del principe, come in quest'epoca; con quante prepotenze verso i suoi vassalli, con quanto danno dei campi, crediamo d'averlo gi detto. Si  pure di gi accennato come egli alleviasse le sue spese private, obligando i vassalli a nutrire parecchie migliaja de' suoi cani, e a renderne conto, (e qual conto) ad epoche determinate. Condann ad atroce pena corporale un giovinetto, che raccont aver sognato di cacciare un cinghiale, e prescrisse che i notaj criminali cominciassero a fruire del publico stipendio solo quel giorno in cui provassero d'aver consegnato al carnefice un ladro di selvaggina.
.
Siamo ben lontani dall'aver compiuto il sommario delle crudelt di questo principe. Ma il lettore ne  sazio, e poich egli non ha bisogno d'altre prove, tiriamo di buon grado un velo su questi vituperi che degradano la dignit dell'uomo.
.
Quanto doveva essere trista la condizione del popolo milanese costretto ad obedire ad un principe di tal natura! Il governo di Barnab era reso ancora pi duro ed intolerabile dal confronto con quello di Azzone e di Luchino, l'uno mite, l'altro severo, ma giusti ambedue e sapienti. Lo spirito di ribellione cresceva a misura che andavano aumentando i delirii di questa fiera. Ma ogni conato era inutile. Gli elementi di una cospirazione vasta, e certamente vittoriosa, esistevano nel cuore di mille e mille cittadini; ma lo stringere le sparse forze degli individui nel fascio, che rende invitta la scure del popolo, diveniva un'impresa, pi che ardua, insensata.
.
D'altra parte, le congiure a quei tempi non avevano che una sola mira: quella di liberare il paese dal tiranno, vendicando il sangue col sangue. Il privarlo delle sue forze, o il sollevare contro lui forze maggiori onde l'uomo debole e degradato sopravivesse a s medesimo ed alla propria potenza, era un'arte ignorata, frutto di tempi pi civili e di consumata esperienza della sventura. Fatto  che Barnab ebbe lungo regno; e che contro lui non si lev mai una mano vendicatrice.
...
.
...
145.
...
.
...
Il secreto interprete delle ire impotenti dei milanesi era il Conte di Virt, il quale teneva d'occhio la corte e la citt di Milano, e ne spiava i procedimenti ed i voti, meglio che non facesse Barnab, in uno co' suoi figli e con Medicina.
Giangaleazzo sapeva che presso di s, e nello stesso suo castello, si tenevano pratiche col signore di Milano. Egli non disperse per le sue forze nella ricerca degli infidi: ma si giov dell'opera loro per spargere sul proprio conto notizie ingannevoli, e per crescere e rassodare la cieca confidenza dello zio.
.
Vero  che il pensiero di affrettare la vendetta, nato dal suo nuovo incontro con Agnese, lo aveva quasi indutto ad abbandonare il consueto riserbo, onde colpire Medicina, ancora pi odioso e scelerato che lo stesso Barnab. Gli sorrideva la speranza di potere raggiungere e percuotere colla sua spada l'infame ciurmatore. Ma abbandon anche questo pensiero; perch uno sdegno subitaneo e generoso gli parve meno sicuro che una lenta e ben preparata punizione. Bench egli godesse nel suo stato di quella sicurezza, che  la forza di un principe mite e generoso; bench il suo governo fosse una favorevole eccezione pei tempi che correvano, e diventasse un modello di moderazione, a confronto dei governi vicini e delle recenti tirannidi di suo padre; pure egli non os mettere a prova la fedelt e il valore del suo popolo, levandolo in armi e spingendolo inconsideratamente nelle incertezze della guerra. Un'altra via, pi lunga ma certa, lo doveva condurre alla fortunata meta.
.
Lunghi mesi di aspettativa pose egli tra il concetto ed il fatto. Stanc l'impaziente rabbia de' suoi nemici con una mansuetudine che ne disarmava la mano. Lo scudiero di Caterina corse pi e pi volte da Pavia a Milano, recando null'altro che le ripetute istanze della sua padrona, e riportando promesse vaghe, rimandate ad un'epoca pi o meno vicina, che non arrivava mai. Le relazioni, che venivano fatte a Barnab sul conto di suo nipote, lo lasciavano troppo tranquillo.
.
Il signor di Pavia nella mente dello zio spendeva la giornata in opere di piet, interrompeva le consulte per ricordare a' suoi ministri esservi un Dio giudice e punitore dei potenti; non compariva in publico che accompagnato da numerosa scorta di cavalieri; ed infine sollecitava dall'imperatore Venceslao la dignit di vicario imperiale, sdegnosamente rifiutata da Barnab. E le parole sue, come i suoi atti, erano sempre, od apparivano, il frutto di un animo timido, irresoluto, ossequioso.
Agnese, penetrato il secreto di questa condotta, l'avvalorava de' suoi consigli; ed aveva fede nell'avvenire. Non cos Caterina; le speranze continuamente deluse accendevano vieppi i suoi sdegni e sviluppavano in una natura fiacca ed impotente una volont intolerante d'ogni indugio e pi che mai cupida di vendetta.
.
Pass tristamente l'inverno del 1385 per la corte di Pavia. Il conte ed Agnese fiutavano quell'aria pregna di miasmi, che precede lo scoppio della bufera. Un sorriso artificioso ed ironico da qualche tempo posava sulle pallide labra di Caterina. Le veniva riferito dal fratello, che Barnab, trovando esausto l'erario, a motivo delle splendide doti assegnate alle molte sue figlie, aveva finalmente risoluto di ristorarlo colla conquista di Pavia. Non s'aspettava che la buona stagione per mettere in atto il disegno. La conclusione di quella notizia era la seguente: egli, cio Rodolfo, avrebbe pensato di vendicarla delle offese ricevute da suo marito; lasciavasi poi a lei sola l'incarico di punire, come meglio credesse, la sua rivale.
.
Tutto ci venne a notizia del Conte di Virt. Gli fu riferito ancora che Barnab pensava ad un futuro riparto dello stato fra i suoi figliuoli; per la qual cosa, se egli fosse venuto a morte improvisamente, la signoria di Milano verrebbe suddivisa in tante parti quanti erano gli eredi di lui. L'impresa sarebbe allora divenuta pi difficile: era necessario affrettarla.
.
Sulla fine d'aprile, Giangaleazzo indirizz a suo zio una lettera piena, al solito, di frasi umili e devote. In essa gli ricordava i vecchi legami di sangue, che lo facevano superbo di chiamarsi suo nipote. Gli rammentava inoltre che quei vincoli erano stati ribenedetti dalle nozze di lui con sua cugina, ond'egli aveva acquistato il diritto di chiamarsi suo figlio. Della freddezza, che regnava fra le due corti, incolp le preoccupazioni del governo; le quali, se assorbivano gran parte della sua meschina esistenza, non gli chiudevano per il cuore alle voci della natura. Pesava sul suo animo il rimorso di non avere fino allora mostrata al mondo tutta la riverenza ch'egli nutriva per un s nobile principe e per un parente tanto affettuoso. Gli annunciava che, come ammenda de' suoi peccati e pel bene dell'anima sua, gli era stato imposto di recarsi in sacro pellegrinaggio al Monte sopra Varese, per ivi sciogliere un voto alla Vergine.
.
A tale scopo egli doveva passare da Milano ai primi di maggio, ed arrestarsi un giorno nel castello di Porta Giovia. Chiedeva allo zio di poter avere in tale occasione l'onore di baciargli la mano. Che se poi, come caparra d'affetto o di perdono, il nobile parente avesse assentito di unirsi a lui nella pia impresa, egli lo seguirebbe a manca del suo cavallo, e gli porgerebbe la staffa in salire, come suo scudiero. Concludeva dicendo che a Dio ed alla Vergine riescirebbe pi gradito il voto, quando fosse consacrato da quest'atto di spontanea ed amorevole conciliazione.
.
Questa lettera produsse l'effetto che il conte s'era aspettato. Barnab trovavasi in mezzo a' suoi figli, quando la ricevette. L'aperse, e riconobbe, senza guardare la firma, i caratteri del nipote. Il suo volto, che prima era torvo, si fece piano e sereno su quei caratteri. Avviata la lettura, mano mano ch'egli scorreva le righe ed affoltavasi nel leggerle e nel pronunciarle, la sua fisonomia ripigliava la consueta aria burlevole, che era sintomo di buon augurio pe' suoi famigliari. Quando l'ebbe scorsa tutta, la ripieg sghignazzando.
.
A quell'improviso accesso d'ilarit, tutti guardarono in viso al padre; ma nessuno os interrogarlo. Lo stesso Barnab non volle defraudare i suoi figli di ci che lo metteva di buon umore; fe' cenno a Rodolfo, che gli si avvicinasse, e gli diede a leggere il foglio. Lesse questi, e sorrise per fare la corte alla paterna ilarit, poi consegn lo scritto ad altro de' suoi fratelli:
Che ne dite del nostro caro parente?, chiese Barnab a suo figlio.
.
Dico, soggiunse Rodolfo, che quando la preda cade da s nella tagliuola, non c' merito pel cacciatore. Ma pure, o volpe o lupo, ch'ella sia, non conviene lasciarla scappare.
A lupo o volpe di questo pelo io fo sciogliere il laccio.
Oh, oh, davvero?
E poi, se la paura rende l'animale poltrone a segno da non lasciarlo fuggire, io lo scuoto colla punta dei miei calzari e lo fo trottare lontano, perch i miei valletti l'atterrino a colpi di pietra o di bastone. Prede di questa razza non meritano d'essere toccate dalle mie armi. Tali parole erano dette con un tuono di scherno, che vuol essere indovinato.
Rodolfo, incoraggito dalla confidenza che suo padre gli mostrava in un affare di tanto rilievo, abbandon il traslato, e prese a spiegare con calma e chiarezza i suoi progetti. Secondo lui, salvo il dovuto rispetto a Sua Grazia, Barnab avrebbe fatto bene a gradire l'invito del nipote; quando poi il Conte di Virt si trovava nel castello di Porta Giovia, bisognava cingerlo d'armati, e forzare il presidio alla resa.
.
Rodolfo assicurava di aver pronte a ci alcune migliaja di fanti e di cavalieri; insisteva nel decantare la superiorit delle forze di suo padre; ed augurava a s stesso l'onore di una s bella e sicura impresa. Ma Barnab trovava magro mercato lo spendere tanta forza per accalappiare un coniglio. Disse, che ad assediare il castello di Porta Giovia, difeso da suo nipote, avrebbe giovato una confraternita di mendicanti o il capitolo di una chiesa, meglio che non le migliaja di alabarde e di cavalli apprestate da suo figlio.
.
Non aggiunse altro, n dichiar quale fosse il suo progetto, ma stabil dentro di s di accettare l'invito del conte e di unirsi a lui nel progettato pellegrinaggio. Gli sorrideva alla mente il pensiero di averlo per alcun tempo ospite nelle sue terre; voleva approfittare di questa bella occasione per assaggiarne le idee, le intenzioni, le speranze. Quello che suo figlio progettava pel momento dell'arrivo, potrebbe ancora farsi al ritorno. Intanto egli non lascerebbe di far parere bella al nipote la vita solitaria dei monaci di sopra Varese. Chi sa,... diceva egli tra s, colui  s impacciato in mezzo al mondo!.... un sajo bruno gli deve stare a meraviglia! e se me ne posso liberare a questo modo, tutti diranno che abbiamo fatto bene e l'uno e l'altro. C'ingrasserei a vedere quel bonaccio incappucciato; mi d tanto fastidio il sentirlo gemere sotto l'elmo e la cotta!
.
Questa era una prova. Se essa falliva, se il nipote non s'innamorava dell'aria pura del monte e della beatitudine di un chiostro, qualche altro ripiego pi diretto e pi efficace doveva tornar buono; in ultimo, quello proposto da suo figlio Rodolfo. Perocch anche nella mente di Barnab era ferma l'idea, che il Conte di Virt non doveva tornar pi signore di Pavia.
Con tali intendimenti rispose al nipote: avere egli benignamente accolte le sue parole; in prova di che accettava la sua compagnia per la divisata spedizione. Si stabil che i due prncipi s'incontrerebbero in Milano il giorno 6 del prossimo maggio, all'ora meridiana.
Questa risposta era affatto ignorata a Pavia. La stessa Caterina ne ebbe notizia dal fratello, il quale, nell'accennare la probabile riescita del comune progetto, non dissimulava qualche impazienza e qualche timore.
.
Il conte disponeva ogni cosa per il buon successo de' suoi disegni; ma sapeva sempre coprire le arti sue colle apparenze le pi ingannevoli. Non cos a Milano: nella numerosa e ciarliera corte di Barnab, i figli e i famigliari non facevano altro che discorrere di questo strano incontro; e ciascuno vedeva la cosa a suo modo; ognuno aveva la sua proposta a fare.
Chi pi d'altro prov meraviglia e dolore all'annuncio di una riconciliazione, tanto impreveduta e inopportuna, fu Medicina. Il quale, senza provare le velleit guerriere di Rodolfo, n la noncuranza e lo sprezzo del padre, conoscendo meglio che ogni altro il Conte di Virt, negava fede alla vantata sua moderazione.
.
Guai per lui, se fosse stato vero che lo zio ed il nipote s'erano riconciliati: egli perdeva la speranza di far rifiorire il suo commercio fondato, come ognuno sa, sul disaccordo e sulla diffidenza delle due corti. Poi v'era un'impresa lasciata a mezzo, che gi gli aveva cagionato un rodimento, uno sconforto indescrivibile. Vogliamo parlare dei casi d'Agnese, che invece di allontanarla dal conte, com'era sua speranza, l'avevano s imprevedutamente ravvicinata a lui. Le sue scelerate intenzioni erano dunque scoperte da quest'ultimi fatti, dalle parole d'Agnese, e dalle probabili rivelazioni del Seregnino; che dopo quel d non si era pi veduto, e che, a quanto dicevasi, si era fatto un uomo da bene alla vista della forca.
.
Medicina avrebbe dato un occhio perch l'incontro non avesse luogo; e, quando l'impedirlo fosse cosa assolutamente impossibile, avrebbe almanco voluto che messer Barnab se ne valesse per pigliare il sopravento sul nipote, od anche solo per interromperne i sospettati disegni. - Intanto, per volere di Rodolfo e per conto proprio, si diede con ogni sollecitudine a cercare mezzi, arti, ripieghi, inganni onde la divisata spedizione fosse sospesa o rivocata. Si giov della confidenza che in lui riponeva Barnab, per accendere nel suo animo il sospetto: e, quando vide che ogni artificio umano riesciva inefficace, ricorse alle divinazioni ed alle stelle, e coll'ajuto della scienza e col mezzo di Canidia, formul un responso minaccioso, che avrebbe dovuto far cangiare pensiero a Barnab, se egli avesse conservato quel rispetto alla scienza che aveva dimostrato in altra occasione.
.
Ma Barnab, che questa volta voleva interrogare l'uomo e non il cielo, accett con animo indulgente i consigli di Medicina; perch glieli aveva dimandati, ma s'irrit contro le stelle, che rispondevano senz'essere richieste. Le arti malefiche potevano inspirargli un pensiero, quando la sua mente fosse vuota; potevano convalidare un suo disegno, qualora egli fosse dubioso; ma non mutare, ci che egli aveva fermamente deciso.
...
.
...
146.
...
.
...
Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non aveva fatto accettare a Barnab nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze perch la citt in quel d fosse guardata da un corpo di milizie assai pi numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnab brulicavano di gente armata. La citt era, o pareva, in festa.
.
Il Conte di Virt, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello, e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi pi fidi e valorosi cavalieri, mont in sella, e si diresse di buon passo verso Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.
.
In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di Virt, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entr nel castello di Pavia; e, venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, pieg un ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto alla principessa.
Caterina, in quel momento pi impensierita del solito, raccolse il foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano tremante, lo spieg, e lesse sotto voce le seguenti parole.
.
Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data del giorno 5 maggio) Pavia obedir a te sola. Tre mila alabarde ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il prodigio. La residenza di Porta Giovia diverr un carcere; chi v'entra oggi da padrone vi rimarr dimani qual prigioniero. Nostro padre ci applaude. Penso a te, mia diletta; penso alle tue, alle nostre vendette. Vivi felice.
.
Rodolfo.
Signore di Bergamo e di Soncino.
.
Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta soluzione; questa era la pi lusinghiera. La buona novella dissip le nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e richiam sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.
.
Costui aveva inoltre l'incarico da Rodolfo di spiegare alla sorella, perch non conveniva farlo per iscritto, i motivi che lo determinavano a rompere gli indugi, e le circostanze che gli garantivano un buon successo. E in questa missione il manieroso scudiero trov una lena insolita. Egli, che si sarebbe fatto in pezzi per rattenere quel fuggevole sorriso che lo aveva reso beato poco prima, raccoglieva ogni minuta circostanza, e l'esponeva coll'eloquenza della passione, onde convincere la signora essere ormai certo e prossimo il suo trionfo.
.
Caterina aveva bisogno di ci. Poche ore prima, al momento di veder partire il corteggio, aveva trovato suo marito altr'uomo da quello che era stato fino a quel giorno. Egli montava in sella, e passava in rassegna le quattrocento lance con un ardore s nuovo, con un'aria s balda e sicura, che sconveniva ad uomo come lui, e molto pi al devoto che si dispone ad un pio pellegrinaggio.
.
La lettera di Rodolfo e le parole dello scudiero tolsero ogni incertezza, e sospinsero la sua mente cedevole oltre i limiti di quell'aspettativa peritosa che vagheggia la vicina fortuna, ma non si abbandona del tutto alle sue lusinghe.
Ormai certa della vittoria, essa volle iniziare il suo solenne trionfo. Verso il mezzod, precisamente a quell'ora in cui Barnab e il Conte di Virt s'incontravano in Milano, Caterina raccolse intorno a s la corte: e come investita dell'autorit sovrana in assenza dello sposo, diede ordini, ricevette omaggi, dispens grazie col sussiego di una regina.
.
Meravigliarono i cortigiani nel vederla s apparecchiata al comando. Dov' andata la novizia, l'acquacheta, la timidetta dei giorni passati?, susurravano tra loro i cicisbei della corte, che credevano aver occhi di lince per penetrare checch frullasse nella mente dei loro padroni. Ma non era il diletto del comando il solo fumo che salisse al capo della misera donna. Ella era ebra di gioia al pensiero di vendicarsi d'Agnese, e la sua vendetta doveva cominciare da quel giorno, da quel momento. Se una voce amica le avesse detto piano nel cuore: rimetti a dimani i tuoi progetti, ed attendi d'aver la conferma delle notizie di Rodolfo, ella avrebbe risposto: ho tardato fin troppo; ora non  pi possibile. Se il devoto scudiero aveva qualche potere sull'animo di lei, egli ne avrebbe fatto uso per spingerla ai fatti estremi; poich appunto dalla compiacenza della vendetta consumata, il ribaldo cortigiano sperava il premio della sua complicit.
.
In mezzo alle dame, che facevano corona in quel d alla principessa, brillava Agnese Mantegazza, non tanto perch fosse la pi bella, quanto perch in essa si aggiungeva alla regolarit delle forme, ed alla maest del portamento, l'espressione di una mente elevata, e di un cuore buono e generoso. Pi volte Caterina aveva tentato d'abbattere co' suoi sguardi iracondi l'innocente supremazia della rivale; ma altretante volte gli occhi d'Agnese, prevedendo il maligno incontro, lo sfuggivano e mandavano a vuoto l'insulto della superba, punendola colla pi gelida noncuranza. Tanto pi s'accese d'ira Caterina, che credeva d'avere cominciata la sua vendetta, e si trovava di fronte un nemico invulnerabile.
.
Chiam scherno l'imperturbabilit di chi non teme l'ingiuria; la dignit confuse coll'orgoglio. Certa che gli sguardi loro si erano incontrati, giudic che l'accortezza d'Agnese nell'evitare la sfida, pi che un atto di prudenza, fosse un'insolente provocazione.
Riesc non pertanto a moderarsi e a far rifiorire sul suo volto un sorriso. Torn alla solita fantasticaggine dei discorsi: armeggi colle ironie e coi frizzi. L'insolita sua vivacit raddoppiava la lena dei cortigiani. Lo adulazioni e le parole melate, le facezie e le insulsaggini si avvicendavano rapidamente, ora trionfanti dell'ilarit degli ascoltatori, ora sepolte modestamente dai motti incalzanti dei nuovi discorsi.
.
Il moderno costume non ha saputo bandire dai convegni l'adulazione; ma, nel tolerare che essa vi penetri, esige che almeno sia castigata, e sopratutto che parli sommesso. Anche in bocca al pi impudente parassita sarebbe disdicevole e ridicolo ai nostri d il pronunciare il panegirico del protettore, mentre egli  presente. Lode e biasimo ci seguono alle spalle come lo strascico delle vesti tagliate all'antica. - Nel secolo di cui parliamo invece, la piacenteria e l'adulazione erano le tinte dominanti dei discorsi fra persone d'alta levatura. Si gareggiava di spirito per trovare traslati e concettini atti a creare meriti che non esistevano, o ad ingigantire virt microscopiche.
.
I potenti e i mecenati dal canto loro, con una toleranza ed una compiacenza egualmente marcate, si lasciavano portare sui trampoli della rettorica dagli adulatori, per sostenere davanti al mondo la parte di eroe in simili apoteosi da scena. Il linguaggio dei poeti aveva generata l'abitudine all'intemperanza delle imagini; e per conseguenza l'insensibilit alle vere e moderate parole. Lo stesso Petrarca non fu del tutto mondo da tale peccato; poich questo commercio di leziosaggini diveniva una palestra di pedanti discipline; e in molti casi non era altro che ossequio alla moda. Hanno origine appunto da quest'epoca certe formole di servit, colle quali salutiamo gli amici ed i conoscenti; formole in cui le parole hanno talmente perduto il loro significato primitivo, da farle credere reliquie di una lingua morta.
.
In questa occasione, vi fu chi entr a parlare dei Visconti, ed a celebrarne la stirpe, le imprese, i campioni. Ogni membro di quel casato, morto o ancora esistente, aveva il suo tipo negli eroi e nei miti dell'antichit. Pareva che quelli e questi fossero stati i loro precursori. Taluno magnific la sapienza di Matteo Magno; un altro l'animo invitto di Marco; un terzo la mitezza di Azzone, o la severit di Luchino. Quando si parl del Conte di Virt, la gara si fece pi viva e pi concorde. Era il panegirico del santo che, nel suo giorno solenne,  sempre pi santo degli altri. La stessa Caterina che, secondo le nostre usanze, avrebbe dovuto accogliere in silenzio quelle proteste di ossequio, volle aggiungervi la sua parola. V'ha forse al mondo, disse ella, altro principe s buono, che onori nella sua corte l'iniquo avanzo di una stirpe, che ha congiurato contro la sua casa?
.
Nessuno rispose alla dimanda; perch nessuno seppe se ci fosse veramente un'interrogazione. Chi la pigli per un bollore d'orgoglio a cui bastava rispondere con un inchino d'adesione; chi invece la stim un dardo lanciato non del tutto a caso, ed aspettava di vedere dov'esso mirava, e quali cose metteva allo scoperto. Un certo numero, infine, tra i pi destri, comprese che quel motto era una fardata bella e buona rivolta a qualcuno degli astanti. Tranquillo sul proprio s stesso, ognuno cercava nei vicini il colpevole. Ma gli sguardi non ebbero ad errar molto per iscoprire dove, e contro chi, era rivolto lo strale.
.
Se l'infelice Agnese non avesse ascoltate le parole della sua nemica, doveva riconoscerne il valore dallo scandalo che si lev nell'adunanza, appena furono pronunciate. Ma quel motto era giunto fino a lei, perch Caterina lo indirizzava a lei sola coll'occhio e colla voce. Agnese ancora s giovane aveva, in pochissimo tempo e in mezzo a tante vicende, guadagnato quella profonda esperienza, che suol essere l'ultima messe della vita per chi sta in pace colla fortuna. Eppure non aveva ancora provato una puntura tanto acuta e profonda come quella, che le veniva fatta in questo momento. Nelle parole di Caterina ella vedeva falsata e sconvolta tutta la storia della sua esistenza. Il nome di suo padre, vittima del pi santo affetto, era bruttato di fango, e confuso con quello dei traditori; una grossolana contumelia le ricordava la sua miseria per poi rinfacciarle un beneficio, che ella aveva subto, non implorato.
.
Ma Agnese non si mostr abbattuta per questo. L'oltraggio era di tal natura che, invece di arrivare tutto allo scopo, risaliva in gran parte all'impura sua sorgente. La malvagia donna sorrideva; ma Agnese non avrebbe voluto essere nel grado di lei, e ridere come ella di un trionfo cos indecoroso. Pi di una parola le corse alle labra per ribattere l'insulto: fu ad un punto di spiegarsi, a costo di dimenticare dov'era ed in presenza di chi. Non lo fece, e per pi ragioni. Mirando in volto Caterina, e vedendola tanto deturpata dalla passione, ne prov ribrezzo, e temette di rassomigliarle rintuzzando l'ingiuria coll'ingiuria.
.
 meglio, diss'ella fra s stessa, sopportare indifesi i colpi della perfidia, che raccogliere l'arma dei vili, per volgerla contro loro. Pensava poi a suo figlio; al pericolo cui verrebbe esposto se avesse provocato maggiormente lo sdegno della principessa. La toleranza, consigliata dall'amore di madre, non poteva essere una vilt: era pi grande il coraggio del silenzio che non quello della riscossa. Ammutol, e per tutta difesa lev l'occhio non dimesso n ardito, e, girandolo intorno a s, ruppe colla fermezza degli sguardi le occhiate avide e maliziose che s'intrecciavano davanti a lei, e posavano sulla sua fronte, quasi volessero indovinarne i pensieri, e scoprirvi il resto di quella reticenza, che Caterina aveva abbandonata alla maligna interpretazione di tanti testimonii.
.
Al frizzo insolente tennero dietro un silenzio ed una svogliatezza generale. La conversazione and languendo. Il trionfo della superba rassomigli ad una festa da piazza, sorpresa al suo bel principio da un acquazzone.
Sciolto il convegno, ogni cortigiano torn alle proprie abitudini. Chi non aveva a meditare sopra s stesso, e sopra i probabili vantaggi che sperava ritrarre dal suo mestiere, torn colla mente alle insolite piacevolezze della signora, e si prov a spiegare l'oracolo delle sue parole.
.
Volle il caso che in quel giorno spettasse ad Agnese il servizio d'onore presso la principessa. Fu ella un momento in forse di sciogliersi dall'impegno, adducendo qualche pretesto; ma non lo volle fare, perch Caterina l'avrebbe accolto come una prova de' suoi trionfi. Caterina infatti fu pi indispettita di quella fortuita combinazione che non lo fosse Agnese: ma, pensando poi di farle pagar cara la sua imperturbabilit, si dispose a percuoterla con nuovi sarcasmi, ed a stancarla colle sue fantasticaggini.
...
.
...
147.
...
.
...
Lo sdegno dei buoni  vivo, subitaneo, qualche volta intemperante; ma esso sbolle al primo sfogo, e non lascia dietro s che il cruccio d'aver fatto male, e l'ansia di rimediarvi. Negli animi bassi ed ingenerosi l'ira rade volte si trova allo stato di una passione ardente; essa  piuttosto il frutto di tanti risentimenti riposti e governati, come le usure dell'avaro; spesso  una lega ignobile in cui v'entra per buona parte la pi bassa delle passioni, l'invidia. L'ira in questo caso non erompe improvisa e quasi inconsapevole; disegna il suo avvenire, e misura i suoi passi, e quando s'accorge che arriva alla sua meta, e vi fa breccia, allora rimette i suoi conti alla vendetta, sua fida alleata. Perci pu dirsi che l'ira dei malvagi comincia, dove lo sdegno dei buoni finisce: l'una avvia la colpa, quando l'altro si sforza d'espiarla.
.
Tale fu il procedere di Caterina. Dal trovarsi sola con Agnese volle trarre partito per umiliarne la dignitosa alterezza. Cominci dall'essere pi del solito strana ed assoluta ne' suoi comandi; e scorgendo la mansuetudine della sua vittima, invece di esserne disarmata, s'accese di pi vivo corruccio, e sent crescere la compiacenza di una sfida ineguale. Non ebbe bisogno di cercare pretesti per venire alle parole umilianti. Vel i primi detti con un'ironia ancora pi pungente della contumelia: poi, toltasi la maschera, proruppe in acerbe rampogne contro di lei. Le rimprover la sua origine, il nome, la condotta, gli affetti; la fer nella parte intima e pi delicata del cuore; non rispett in lei n l'orfana, n la madre egualmente infelice.
Ma, vivadio proruppe ella con occhio torbido e minaccioso, dopo un giro di falliti sarcasmi il vituperio doveva aver un termine. Questo termine  segnato; e il vostro orgoglio subir la meritata punizione.
Che feci io, o signora, per meritarmi l'ira vostra? E perch prorumpe essa cos improvisa, senza darmi neppure il tempo di conoscere il mio fallo?
Impudente, voi osate rinfacciarmi la mia mitezza! Voi osate chiedermi perch vi punisco oggi, mentre avevo il diritto di farlo il d che voi poneste il piede in questa reggia? Sta bene: s; ho dimenticato me stessa; ho mostrato a vostro riguardo un'indulgenza indegna della figlia di Barnab Visconti... Ma la donna e la principessa offese si risvegliano oggi...
Ah signora, per piet, non mi giudicate prima di avermi intesa.
Aspettate, o madonna, che torni chi si piglier cura di difendervi: non  vero? ripigli Caterina, con un tuono d'ironia che la rendeva quasi deforme.
Io ho fede soltanto nella mia innocenza. Imploro, e piegher il ginocchio a terra perch la mia dimanda non sia respinta, imploro soltanto che voi vi degniate ascoltarmi.
 tardi.
Non  mai tardi per riaversi da un errore, per tornare sulla via della giustizia; credetelo o signora. Faccia il cielo che non possiate provar mai il dolore d'aver perseguitato un'innocente:  grave,  acuto il dolore del rimorso. Chi nega giustizia agli oppressi nega pane al famelico. Ah.... no, principessa voi non mi negherete giustizia... Dite, in nome di Dio, quali apparenze mi accusano, ed io m'affretter a scolparmi.
Vi sono delle colpe che una donna non osa nemmeno svelare. Voi lo sapete. Ma non pensate di potervi nascondere all'ombra di un turpe mistero. Il mio cuore lo comprende, e lo esecra, ancorch il mio labro rifugga dal pronunciarlo.
Troppo, o signora, troppo.
Assai meno di quanto fu fatto in mio danno. Voi mi avete tolta la pace del cuore; voi tentaste di togliermi la dignit di sposa e di principessa. Voi menate in trionfo una protervia che sprezza ogni sacro diritto, e vuol far legittimo lo spergiuro, il tradimento. Dite ora se la mia severit  soverchia.
.
Un'altra volta o signora, non per me, per colui che voi accusate mio complice, credete... I vostri diritti mi sono sacri, o principessa. Iddio lo sa. Ma perch la mia innocenza rifulga ai vostri occhi abbagliati,  necessario che alcun altro si associi a me nel difenderla.
E ancora vi regge l'animo di parlarmi di colui? sclam Caterina con un'ira prossima al furore. Miserabile; v'ingannate. Il conte sapr rompere delle lance in onore di una bellezza infelice; non potr cangiar la colpa in virt. Il vostro protettore tarder ad accorrere alle vostre chiamate, parola di principessa. Caterina diede a queste ultime parole un tuono cos marcato, che dest un sospetto nell'animo d'Agnese.
Perch, voi dite cos? Perch il signore di questa terra, l'unico padrone in questo castello negher a me quella giustizia, ch'egli accorda all'ultimo de' suoi vassalli? Oh, il Conte di Virt,  giusto e generoso!
Il Conte di Virt... mormor sottovoce Caterina mordendosi le labra, e lasciando morire la parola in un singhiozzo convulso.
Un breve silenzio tenne dietro a questa scena. Caterina, trascinata fuori della carriera di un contegno prudente, avida di gustare anzi tempo la gioja del suo trionfo, volle annunciarle, che il Conte di Virt non sarebbe pi tornato a Pavia. Ma la parola opportuna a svelare il terribile mistero non le veniva alla mente. Pens che aveva sopra di s la lettera di Rodolfo: quelle brevi righe erano impresse nella sua memoria, come il responso di un oracolo infallibile. In esse la notizia era francamente emessa, autorevolmente annunciata. Non aggiunse altro: gett ai piedi di Agnese la lettera, e, con un cenno altero della mano e del volto, le comand di leggerla. Poi investendola con uno sguardo, in cui il disprezzo giungeva fino alla ferocia, volse le spalle all'infelice, e corse a rinchiudersi nelle sue stanze.
.
Come rimanesse Agnese dopo quella scena,  pi facile ad imaginarsi che non a descriversi. Un tumulto strano di idee e di affetti le si dest nell'anima alla notizia della congiurata ruina del conte. La sciagura era s nuova ed impreveduta, che non pot comprenderla ad una prima lettura dello scritto di Rodolfo. Torn pi volte sullo sciagurato documento; e, soltanto dopo una strana lotta di congetture, dovette alfine assicurarsi, che trattavasi di un fatto forse a quell'ora irremediabilmente compiuto. A tanta sciagura rimase come insensata; l'affetto che nutriva pel conte, bench fosse un sentimento ben diverso da quella passione che avea provato in altri tempi, bast a commoverla fino alle lacrime; bevve tutto l'amaro di una sventura che la colpiva due volte, nella persona a lei cara e nella patria. Ma un altro sentimento sacro del pari ed imperioso, surse fortunatamente nel suo animo, e richiam all'ordine i sensi fluttuanti e smarriti. Pens Agnese a s; non per se stessa, ma pel figlio suo. Era necessario non metter tempo di mezzo a risolvere.
.
Bisognava abbandonare quel soggiorno; escire ad ogni costo da quel castello; cercare un asilo lontano dalle dolorose memorie della sua giovent, lontano dalla patria, dove ogni affetto era rimunerato s tristamente, dove ogni nobile speranza era suggellata dalla memoria di una disgrazia. Accett con rassegnazione l'esilio e la povert, come il naufrago accetta, qual porto di salute, il nudo scoglio che lo divide dagli abissi del mare. Partir dimani; no, oggi stesso, sul momento.... La mia fida compagna non mi abbandoner. Avr meco il mio diletto Gabriello. Egli sar il mio unico bene. Sar povera; ma che monta? gustai gli agi, riconobbi da vicino le vantate delizie della grandezza. Preferisco la miseria, mille volte la miseria...  minor male la privazione del pane, che un superfluo pieno di tante amarezze.
Rinvigorita da questa risoluzione, Agnese proponevasi di mandarla ad effetto il pi presto possibile. Ma mentre s'avviava ad escire dalla sala, taluno le si fece incontro, e le indirizz la parola.
.
Sua Grazia mi manda a voi disse egli. L'interlocutore era lo scudiero, arrivato quella stessa mattina da Milano. La buona novella, di cui era stato apportatore, lo aveva notabilmente avanzato nei favori della principessa.
Qualche nuovo ordine forse?
S; cio, tale io lo credo, balbettava lo scudiero; un ordine non precisamente per voi, ma riguardo a voi.
Spiegatevi; io non vi comprendo.
Sua Grazia, con quella penetrazione che  sua propria, ha saputo leggere nel vostro animo un vivo desiderio, cui forse non corrisponde la franchezza della vostra parola. Vi riesce grave il servigio della corte; ella ve ne dispensa.
Avete ragione; io non avrei osato chiedere, come un favore, quanto credo essere l'adempimento di un dovere. Se in ci vi  un mio desiderio, non  cosa che torni conto di consultare. Mi basta di aver prevenuto quello della signora. Io mi allontaner dalla corte oggi, tosto....
Ma.... invero.... interruppe colla medesima dubiezza lo scudiero non  intenzione di Sua Grazia, che voi partiate s presto. Anzi, ella m'impone di notificarvi, che voi non escirete dal castello, che dietro suo ordine.
Il favore non  dunque completo? soggiunse Agnese non senza irona.
Abbiate pazienza; e abbandonatevi alla inesauribile generosit di Sua Grazia.
Sono dunque creduta colpevole, e trattata come tale.
Non  mio costume il sindacare le azioni de' miei signori disse con affettata severit lo scudiero. Per un fido servo, quale io sono, non vi pu essere esitanza o dubio in tutto ci che  chiaro e definito pel proprio padrone.
Dite dunque la mia sentenza.
Voi rimarrete in questo castello; ma dovrete cangiare il vostro quartiere, con una stanza meno decorosa e pi ben custodita che vi sar designata nella torre di ponente.
Prigioniera!, sclam Agnese con accento di desolazione.
.
Questa parola non  escita dalle auguste labra della mia signora.
Ebbene, subir la mia sorte rassegnata. Dite alla vostra padrona che io mi preparo ad obedirla; che io ho accolto quest'atto di severit con animo confidente di vederlo presto revocato. La giustizia pu tacere un istante, non spegnersi nell'animo di Caterina. Ho una grazia, a domandarle: mi si permetta almeno che due persone a me care dividano la mia solitudine. Dimenticher chi mi ha privato della libert, per benedire colei, che arrichisce la cella della prigioniera di due dilettissimi oggetti. Posso io sperarlo?
Mi duole di dovervi disingannare. L'ordine  preciso.
Spiegatevi!
Voi dovete essere sola.
Agnese proruppe in uno scoppio di pianto.
Lasciatemi almanco, disse poi, che io li veda, che io li abbracci una volta.  impossibile che un cuore di donna rifiuti ad una madre il conforto di vedere la sua creatura. Non fate quest'oltraggio a Caterina. Essa  migliore di quello che voi la giudicate. In nome di quanto v'ha di pi sacro, io vi dimando un'ora di riposo vicino a' miei cari.... Col trover la forza di subire, come si conviene, il supplicio che mi  imposto....
 impossibile, impossibile. La dimora che vi  destinata  pronta a ricevervi. Io ho l'ordine di guidarvi col.
Senza speranza di una mitigazione?
Al contrario; vi autorizzo a sperare la grazia completa, se vi mostrerete docile a questo comando. Io riferir alla principessa le vostre parole; io le parler delle vostre speranze. State certa, o madonna, che non avrete a pentirvi d'avere obedito.
Queste parole, consigliate soltanto dalla necessit di consumare un atto di violenza senza divulgarne lo scandalo, indussero Agnese all'obedienza incondizionata. Ben poca fede prestava alle parole dello sgherro. Quel tuono di piet mascherava malamente la pi vile impostura. Ma il suo povero cuore soffriva troppo; e, in mezzo alle crudeli torture, anche una speranza debole ed indeterminata racchiudeva un conforto, che in quell'estrema miseria era provida cosa l'accarezzare.
...
.
...
148.
...
.
...
Pochi momenti dopo, Agnese venne rinchiusa in un camerotto, posto al piano pi elevato della torre di ponente. Esso era angusto e scarso d'aria e di luce. Una vlta affumicata, tutta cosparsa di ragnateli, quattro mura nude e polverose, un pavimento, su cui era impossibile riconoscere la pietra o l'ammattonato, sotto una crosta d'immonda scoviglia accumulata chi sa da quanti anni, costituivano la sua interna apparenza. Vi erano le suppellettili di stretta necessit; un saccone che serviva di letto, una panca che era l'unico sedile, ed un rozzo tavolo con suvvi un'idria ripiena d'acqua.
.
Bench preoccupata da gravissimi pensieri, l'infelice Agnese, al metter piede in quel covile, ne rilev tosto la nudit sucida e ributtante; e, per giunta a tanti mali, prov l'incorreggibile ribrezzo del dover rassegnarsi all'uso delle cose circostanti.
La nausea, questa aggiunta di pena non registrata in nessun codice,  difatto la pi grave esacerbazione pei prigionieri che, avendo dall'educazione e dalle abitudini contratto speciali bisogni, sentono in modo speciale la privazione dei commodi e dei conforti che vanno congiunti alla vita libera.
.
L'assoluta parit di trattamento pel colpevole d'ogni classe, pu quindi diventare una violazione dell'eguaglianza, cui l'uomo ha diritto in faccia alle leggi. Questa non intende percuotere tutte le colpe nell'egual misura; sibbene vuol ritrarre da un grado di sofferenza appropriato al grado di colpa, la maggior possibile reazione verso il bene. La pena non  mai un atto di vendetta, e non  solo un'espiazione succedanea al delitto, o un postumo di questo: ma  il rimedio che previene la ricaduta;  la quarantena di spurgo pei malati o sospetti di contagio. Come rimedio, dunque, la dose di essa dovr misurarsi secondo la natura del male, e secondo il grado di toleranza dell'infermo. Amministrarla a tutti in un'unica misura  propinare a questi il veleno, a quello non cagionar altro che un solletico passaggero.
.
Interrogate i carcerati, appartenenti a varie classi della societ; dimandate loro quale  la parte pi dolorosa della pena che subiscono. Tutti risponderanno che la perdita della libert  la privazione pi grave; ma ciascuno avr un modo speciale di giudicare e di sentire il resto della pena. A taluno riescono insopportabili l'angustia dello spazio, l'aria stagnante, l'inerzia delle membra: altri anzitutto esecra il cattivo nutrimento, il duro stramazzo, le catene pesanti: altri non sa rassegnarsi alla solitudine, al silenzio, o peggio alla compagnia dei tristi. Ma lo strazio privilegiato di alcune persone sar lo schifo di quanto sta loro intorno.
.
La lama detersa del carnefice  qualcosa di meno ributtante che la sordida mano del carceriere. L'uso pu rendere tolerabili i ceppi, il digiuno, lo sciopero; ma n il tempo, n la ragione potranno mai abituare taluno alla violazione di quelle leggi di pulitezza che, apprese dalla prima educazione, diventarono una seconda natura. Cos mentre il vagabondo, avvezzo a serenare e a trovar confortevole il pi sozzo tugurio, non prova alcun disgusto dello squallore del carcere; mentre il mendico talvolta finge la colpa per essere ospitato in un ritiro di pena, l'uomo educato deve esercitare una crudele violenza sopra s stesso, per piegarsi al contatto degli oggetti che lo attorniano, senza che la pena abbia un pi piccolo sconto per questo sopracarico di mali non preveduto dalla legge.
.
Anche Agnese in quel momento scord le pene del cuore, per sentire l'invincibile ribrezzo che le costava il dovere accomodarsi a quella lurida cameraccia. Pens l'infelice che le sue membra dovevano cercare il riposo su quello strapunto, tutto squarci ed untume, la cui tinta cupa ed incerta potevasi chiamare il colore dello sporco. Guard l'idria, che sembrava brillare ad arte in alcuni tratti della sua convessit per crescere la nausea delle striscie che la vergavano di lordure, e degli orli bisunti e scheggiati che la coronavano.
.
Rabbrivid al pensiero, che avrebbe pur dovuto accostare la bocca a quell'immondo abbeveratojo, forse inquinato poco prima dalle labra svergognate del bestemmiatore. Le parve che l'aria fosse pregna di miasmi da bordello, che le mura ripetessero parole oscene. Soggiogata da insurmontabile fastidio, pens che il palco drizzato all'aria libera, su cui il condannato non d che una parte di s alla mannaja, fosse qualcosa di pi eletto, di meno sozzo. Eppure, malgrado tanto ribrezzo, ella non poteva torcere i suoi sguardi da quel lurido corredo, finch la nausea del cuore soverchi quella dei sensi, e ruppe il fascino fatale.
.
Quando il sole sceso sull'orizzonte gitt alla sfuggita l'ultimo raggio sull'asilo della prigioniera, questa era immersa in altri e pi gravi pensieri. Ella rileggeva colla mente la storia della sua vita, e faceva confronto tra lo scarso bene e il molto male ond'essa era tessuta. Oh allora svan la ritrosia all'uso delle immonde suppellettili! La vista di tanto squallore materiale, era un nulla a petto dell'urgenza dei desideri e degli affetti, che le ricordavano una ben pi orribile miseria.
.
In questo mezzo, si dest pi vivo che mai il pensiero di suo figlio: ma quel pensiero, in cui s'infervorava un amore oltraggiato, gener in lei un'ansia, una necessit, un delirio ognora crescenti. Disconfess le inutili ritrose di poco prima, pensando che il tugurio sarebbe diventato una reggia, quando fosse diviso col suo Gabriello. Dimentic chi era Caterina per volgere a lei mentalmente una preghiera piena d'affetto e di ossequio; avrebbe osato perfino chiamarla clemente, generosa, se le avesse concesso come una grazia ci che Dio e la natura le davano come un diritto. Raddolcita alquanto da questo pensiero, cercava di consolarsi nella certezza che il suo bambino, ormai divezzato dalla madre, era cos sicuro in grembo a Canziana, come vicino a lei.
.
Poi le sembrava che la momentanea lontananza avrebbe accumulato un tesoro di gioje pel d, pel momento, forse non lontano, di rivederlo. Ma un istante dopo, tutto ci le sembrava scarso, vano, insipido; e cedeva al pi imperioso bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di prodigargli, com'era solita, mille carezze. Se il dar del capo nelle muraglie le avesse lasciato una debole speranza di scampo, si sarebbe lanciata contro di esse. Se avesse potuto colle mani smagliare la grata che muniva la feritoja, avrebbe fatto ogni sforzo per escirne e lanciarsi a corpo perduto nell'abisso sottoposto.
.
Ma ogni tentativo era inutile; ogni progetto insano; ogni speranza temeraria: bisognava attendere nell'inerzia che Dio toccasse il cuore all'autrice de' suoi mali.
L'ultimo raggio di sole fu per lei come l'addio di un caro che parte; il lento scomporsi delle forme, invase dalle tenebre, era l'imagine materiale dell'amaro disinganno, in mezzo al quale si dileguavano le sue speranze.
.
Il crepuscolo  l'ora dei gravi pensieri. La vita dell'universo sembra allentarsi; i polsi del gran colosso sociale battono pi radi e pi profondi. Nel mondo materiale il cadere del giorno  il punto intermedio fra la vita che produce e quella che consuma. Nel mondo intellettivo  la tregua che ristora le forze dello spirito per spingerle poi nel silenzio della notte pi vigorose e compatte alla conquista della verit. Questa  l'ora della stanchezza per l'artigiano; delle meste ispirazioni pel poeta, del rimorso pel malvagio; del disinganno per l'ambizioso; del rendiconto per tutti.
.
I felici della terra, che non isprecano un palpito senza profitto, la riguardano come il soprapeso della vita. Se il sorgere della notte li coglie solitarii, rinvengono da quella protervia, che assicura loro un dimani cos ridente come l'oggi. Davanti alla maest del cielo ravvivato dalla prima stella, l'uomo comprende la sua pochezza, l'empio abbassa gli occhi, e il libertino comanda che sieno accesi i doppieri, per affrettare la notte completa, promettitrice di gioje e d'ebrezze artificiali.
.
Ma l'anima pi contristata  quella del prigioniero. La luce diurna penetra scarsa e discreta attraverso la doppia grata, e gli reca ogni mattina una speranza; e la speranza si dilegua con essa al cadere d'ogni giorno. Mentre si sospendono le industrie del popolo, ed il riposo diviene la sua prima mercede; il prigioniero chiude la giornata nella indecorosa stanchezza della sua inerzia abituale. Egli invoca il sonno quando tutto il mondo veglia: e il sonno, che egli desidera, non  quello che ristora le forze, e trasporta la mente nelle fantastiche regioni dei sogni. Egli vuol dormire, perch la veglia, durante quella piena oscurit, gli torna doppiamente tormentosa. Il sole non  ancora scomparso dall'orizzonte, ed egli, con un'ansiet piena di dolore, gi ne invoca il ritorno.
.
L'ora del tramonto  la pi mesta per l'esule che rimpiange la sua terra. Ma il prigioniero  appunto l'esule in mezzo alla sua patria. Dell'aria nata egli non beve che la parte meno eletta; del suo cielo non travede che lo spazio pi fosco; gusta i frutti pi ingrati della sua terra; ode le parole pi aspre della sua favella. Diviso dagli uomini, dalle abitudini, dalle usanze civili del suo paese, egli vede da vicino la terra promessagli pel giorno del perdono, e trema di morire prima di entrarvi. Alcuna volta egli avr creduto di poter consolarsi facendo appello alla propria coscienza, o protestando in faccia a Dio contro la parola tiranna della legge; ma se il suo animo non  tranquillo, l'edificio delle sottigliezze, con cui tenta scolparsi, croller; e verso la sera, quando la luce del creato si spegne, vedr rischiararsi quella della sua coscienza, che d corpo e vita alle ombre dei rimorsi.
.
Ma Agnese, che nel fondo dell'anima possedeva la convinzione della propria innocenza, poteva levar gli occhi dinanzi alla luce del tramonto, e fissare la maest del cielo senza timori e senza esitanze. Ella infatti non si ricacci nel fondo del suo carcere, non chiuse il capo tra le mani, n vel gli occhi; ma si volse alla piccola feritoja per bevere cupidamente gli ultimi raggi del giorno moribondo.
.
Di l la povera donnicciuola, fatta sapiente dalla sventura, volgeva, dimentica di s stessa, lo sguardo e il pensiero alla citt sottoposta, ed abbracciava in ispirito tutta quanta l'umanit. Percorse rapidamente le varie condizioni della vita umana, e torn forse meno sconsolata in s stessa; poich sotto quei tetti, destinati a proteggere la vita del libero cittadino, eranvi per certo anime desolate come la sua. Gust allora nella sua pienezza il conforto della coscienza; e in esso trov il coraggio che attenua il male.
.
Sotto l'influenza di cos nobili pensieri l'istessa natura parve rendersi pi docile. Commise la custodia del suo Gabriello alla bont di Dio, confortata dalla fede che gl'infelici e gli oppressi sono suoi figli prediletti. Band le inutili aspirazioni che infiacchiscono il cuore, e raddoppiano i mali. Ringoj le lacrime feconde soltanto per colui che ha l'anima intorbidata. Infine, posta a confronto la sua infelicissima sorte con quella di colei che ne era la cagione, giudic che non aveva nulla ad invidiarle; che anzi questa volta toccava alla vittima l'usar piet a chi l'opprimeva.
.
I dolori morali, come quelli del corpo, subiscono quasi sempre una vicenda alterna di mitigazioni e di peggioramenti; ond' fallace il giudizio sull'importanza di un male, quando ci arrestiamo ad esaminarlo esclusivamente nei sintomi di un istante. Agnese in quel punto, davanti al tranquillo aspetto della sua solitudine, confortata dalla sua innocenza, era calma: ma non fu sempre cos. Il cuore alla sua volta, approfittando della stanchezza mentale, ruppe la tregua e rinov gli assalti. Quando la ragione attiva e solerte le infundeva la morale certezza che Gabriello era in salvo, sembrava convinta e taceva. Ma se gli argomenti a creder ci venivano meno, o se l'intelletto affaticato chiedeva un po' di riposo; il cuore ripigliava i suoi diritti per abbattere l'artificioso edificio delle sue speranze, e reclamare ci che gli era dovuto.
.
Noi non accompagneremo l'infelice donna su questo sentiero s vago, e s variamente spinoso, perch, dopo di avere errato a lungo con lei, ci vedremmo ricondutti al punto da cui siamo partiti. Baster il dire che Agnese ebbe durante la notte qualche breve istante di riposo; ma che esso per non fu di tal natura da ravvivarle le forze affievolite. La notte, che per chi dorme tranquillo scorre in un attimo, per Agnese fu eterna. Ma la vicina aurora non nega mai un po' di calma alle anime addolorate. Quando cominci ad albeggiare, ella chiuse gli occhi, e s'addorment tranquillamente.
...
.
...
149.
...
.
...
Il sole indorava i comignoli delle torri, e ravvivava con una luce purissima uno de' pi bei mattini di primavera, quando entr inaspettato nel castello un cavaliere portatore di grandi novit. Si affollarono intorno a lui gli scudieri e gli armati; e lo interrogavano sul motivo di quel furioso ritorno, preleggendo sulla sua fisonomia qualcosa d'importante e di straordinario. Egli era latore di una lettera del Conte di Virt per Caterina sua moglie; ed aveva un sacco di novit da vuotare a beneficio di tutti coloro, che avessero voglia di ascoltarlo.
.Partito da Milano la notte, e testimonio oculare degli avvenimenti del giorno prima, era fatto abile di raccontare che il Conte di Virt si era liberato dallo zio, e che i milanesi con immenso giubilo lo avevano acclamato loro signore. Forse come ogni narratore, che ha il privilegio d'essere il primo a diffundere una grande notizia, cond di qualche iperbole il suo racconto, sopratutto quanto alla parte ch'egli vi aveva fatta; ma la sostanza della cosa era esposta con la veridicit di un rendiconto officiale.
.
La notizia, sparsasi in un momento per tutto il castello, vi dest grande meraviglia ed una gioia ancora pi grande. Senza tener conto dell'affetto che tutti portavano a Giangaleazzo, il merito di una vittoria, ottenuta cos a buon patto e feconda di tanti vantaggi, faceva andare superbi coloro che portavano le armi del vincitore. E, infatti, mentre Caterina spiegava la lettera di suo marito, il grido di viva Giangaleazzo, viva il signor di Milano, dispensava la nuova ai quattro lati del castello.
A quello strepito, anche Agnese si dest; e, prima che giungesse a riordinare le idee confuse, cedette alla sorpresa di quelle acclamazioni, e vol alla feritoja per indovinarne la cagione.
.
Poche e confuse parole raccolte qua e l dai crocchi che si erano fatti nella corte, e a cui rispondevano con motti pi sonori le genti sparse sulle altane e lungo i parapetti delle finestre, bastarono a destare nell'animo di lei una speranza. Crescevano le speranze se, alla memoria delle minaccie di Caterina, contraponeva quelle grida, che sembravano esserne una smentita. Ella conosceva che il Conte di Virt non era uomo d'avventurare un'impresa, quando non fosse sicuro di un buon successo: e cominciava a sperare che Caterina, in preda ad una passione sregolata, fidando le vendette alla sua mente debole, avesse fatto assegnamento su progetti vaghi o incompleti o male avviati. Le grida festose si andavano ripetendo; ed il saluto al Conte di Virt ed al signor di Milano era fuor d'ogni dubio diretto ad una persona sola.
.
A siffatto riscontro, la mente di Agnese rinvenne completamente dal suo letargo; e, temperando gli inopportuni atti di gioja, richiam davanti a se tutte le circostanze che avevano preceduta od accompagnata la sua disgrazia, proponendosi di conciliarle coi fatti presenti. Si arrest a considerare in ispecial modo lo scritto di Rodolfo a sua sorella; ella ne ricordava le frasi e le parole; anzi, se in qualche punto la memoria non era ben sicura di s, il foglio, sdegnosamente lanciato a' suoi piedi, poteva venirle in ajuto; giacch lo scritto era stato raccolto da lei, al momento che la principessa si allontanava.
.
Agnese infatti lo cerc, e lo trov sopra di s. Conduttasi vicino alla finestra, dopo di averlo letto una, due volte, cess da ogni dubio. Quello scritto, rimasto per caso nelle sue mani, diveniva un'arma colla quale avrebbe potuto vendicarsi nel modo il pi terribile della sua nemica. Pens Agnese alle gravissime conseguenze che avrebbe potuto trarre dall'uso di quel foglio. Vide l'occasione della vendetta, ma la guard soltanto per isfuggirla.
.
La prigioniera volle trarre miglior profitto dalla sua posizione. Pensando che Caterina doveva essere seriamente turbata nel provedere ai casi suoi, studi il modo di offrirle uno scampo. Non era questo soltanto un render bene per male; la generosit dal canto suo diveniva un mezzo per cancellare le precedenti impressioni, e per preparare a Caterina ed a se stessa un men funesto avvenire.
.
Non tard a presentarsi un'occasione favorevole per mandare ad effetto i suoi disegni. Quando il carceriere entr nella sua cella, e, con un fare meno brutale del d precedente, le raccont ci che noi diremo tra poco e che Agnese aveva gi indovinato, questa si giov del buon momento per pregarlo a volergli procurare di che scrivere; asserendo che aveva da riferire qualche cosa d'assai importante alla principessa. Dietro giuramento che non avrebbe usato di questo favore per lasciar nelle secche il compiacente aguzzino, le fu recato ci che chiedeva. Agnese ripieg la lettera di Rodolfo in un foglio di carta, e vi scrisse sopra le seguenti parole:
Non odiate colei che, dal fondo di un carcere, vi d l'unica prova di affetto, che le  concesso d'offrirvi. Io rendo a voi la vostra pace; in compenso vi chiedo che mi sia restituito mio figlio. Voi non udrete pi parlare di me; io vi avr sempre nel cuore, se accoglierete generosamente la preghiera di una madre infelice.
.
Caterina, nel leggere queste parole, trovandosi di bel nuovo padrona del suo secreto, sent non quanto fosse generosa la sua supposta rivale, ma quanto grave era il pericolo a cui andava incontro, se non accoglieva la proferta; il perch le fece buon viso.  troppo il dire che rimanesse vinta dalla generosit di Agnese: pi conforme al vero  il supporre che la vulgare sua passione, deviata dai tristi propositi dopo gli avvenimenti, la consigliasse ad accettare una tregua.
All'idea delle grandezze, che le venivano annunciate dagli splendidi fatti di Milano, obli del pari i rancori verso Agnese e la sventurata sorte di suo padre; fece porre in libert la prima, ed apparecchi un sorriso di compiacenza pel momento in cui avrebbe salutato il nuovo signore di Milano.
.
Agnese, appena escita dal suo carcere, fu invitata a comparire davanti alla principessa. L'aspetto di costei era sereno; sembrava che la nuova grandezza avesse cancellato sul suo volto fino le traccie dell'astiosa passione del giorno prima. Ricordi il lettore, che quando Barnab offerse a sua figlia il trono di Pavia in luogo di un chiostro, ella accolse il primo anche a condizione di legare le sue sorti ad un uomo, che non amava, e da cui non poteva essere amata. Ella esciva ora da un egual bivio, con un'eguale risoluzione: accettava la raddoppiata potenza della sua casa, e il seducente splendore della nuova signoria, malgrado la disgrazia di suo padre, e col dubio d'avere al fianco una rivale. Svolgere nel suo cuore un sentimento di piet per la sorte infelice del genitore e dei fratelli, sarebbe stato come rinovare il prodigio della favolosa statua di Pigmalione. Cosa meno ardua per lei era il convincersi che le sue gelosie erano infondate.
.
Agnese cerc d'imbonirla colle parole, come prima tent di farlo colle azioni. Il vederla rinunciare ad  una vendetta s bene apparecchiata e s prossima, riconfort l'animo di Caterina: ma pi ancora valsero a tranquillarla le ripetute istanze con cui Agnese chiedeva d'essere allontanata dalla sua corte. Nella preghiera poneva costei tutto il suo cuore; le parole erano s ingenue e s fervide, che diveniva impossibile il metterne in dubio la sincerit.
.
Caterina, che s'accingeva ad abbandonar Pavia per ricongiungersi al suo sposo nella reggia di Milano, non volle diminuire il suo corteggio, privandolo di una delle sue pi belle dame. Alle ragioni rispettose ma insistenti, con cui questa le chiedeva la propria libert, ella opponeva con affettata cortesia esser necessario il consultare il suo signore. Il dubio che questi le chiedesse conto della mancanza di Agnese, la forzava a non aderire alle sue brame; e l'altro pi grave sospetto, che Agnese potesse un giorno dimenticare la promessa del silenzio, le impose di usarle in seguito tutte le apparenze di una protezione benevola e costante Da quel d Caterina ed Agnese non furono, ma parvero amiche.
Chi pag le spese degli errori della principessa fu l'incauto scudiero. Nel bel momento in cui attendeva il premio de' suoi fidi servigi, scomparve dal castello, e non s'ebbe pi nuova di lui.
...
.
...
150.
...
.
...
Qui finisce la cronaca; ma le fila degli avvenimenti, che rimangono interrotte, ricompajono, s'intessono e si sviluppano di nuovo nell'ordito della storia patria di quell'epoca. Dal Corio al Verri, da questo agli storici ed ai novellieri contemporanei, tutti riconoscono i nostri personaggi, e attribuiscono loro una parte pi o meno importante nella storia. E non solo ci narrano le vicende private ed intime dei Visconti; ma traducono sulla scena, non ultimi fra gli attori, Agnese Mantegazza, suo figlio Gabriello, e fin anco Medicina.
.
Era quindi mio pensiero di chiudere queste pagine coll'additare al lettore su quali altre pi autorevoli avrebbe potuto trovare la continuazione dei fatti interrotti. Mi parve che, un po' per cortesia, un po' per l'affetto portato a qualcuno dei nostri personaggi, egli avrebbe seguito il nostro avviso: ch, in fin dei conti, questa  storia nostra; nella quale, se non vi ha sempre di che menar vanto, non manca mai qualche cosa da imparare.
.
Ma perch, dico io, non far io stesso quello che  consigliato agli altri? perch non metter a disposizione di tutti la fatica di un solo?... Se un forastiero poco pratico delle nostre strade ci dimanda la via per giungere al tale o al tal altro luogo che egli vorrebbe visitare,  prima regola di cortesia che gli diciamo: va dritto, o volgi a manca, o ritorna su' tuoi passi. Ma sar atto pi gentile se lo guidiamo fino alla meta, e gli facciamo un po' da cicerone. Quando egli non avesse bisogno della nostra scorta, noi ce ne andremo; ma se, nel dirgli quel poco che abbiamo raccolto dall'uso, possiamo istruirlo di ci che egli non sa, certo non ci vorr male pel servigio anche piccolissimo che gli abbiam reso; anzi, ce ne sapr grado, e ce lo mostrer colla mancia.
...
.
...
CAPITOLO VENTESIMO.
...
.
...
151.
...
.
...
Nel giorno 6 maggio 1385, di fortunata memoria pei milanesi, il Conte di Virt aveva lasciato Pavia, come si  detto, e si avvicinava a Milano, col secreto intendimento di farla libera dalla mostruosa signoria di Barnab, e d'inaugurarvi un governo mite e glorioso.
Rodolfo e Lodovico, i due maggiori figli di Barnab, si erano spinti qualche miglio fuori di Porta Ticinese, col pretesto di andare incontro al parente, e di fargli onore; in realt movevano ad esplorare i procedimenti dell'inimico. Vista da lungi la comitiva, e scoperto dal polverio che doveva essere molto numerosa, avrebbero voluto rivolgere tosto i cavalli verso Milano per annunciarvi l'arrivo di una compagnia, avviata in apparenza a tutt'altro che ad una pratica di devozione. Ma, poich gli officiali del Conte di Virt movevano al galoppo incontro ad essi, e li salutavano collo sventolare delle ciarpe, il retrocedere sarebbe stato un atto scortese, quando non sembrasse vilt. Rodolfo e Lodovico, pertanto, affrettarono il passo; e, giunti in faccia al cugino, scambiarono con lui le cortesie d'uso.
.
I due fratelli, ancora pi insospettiti dal rilevar meglio il numero e l'agguerrimento della comitiva del conte, s'accorsero tosto che le convenienze ricevute e scambiate non erano schiette. Cercavano essi di tenersi al largo, e d'aver libera la strada e l'uso delle armi; ma gli officiali del conte, simulando un'amicizia ossequiosa e sollecita, non sapevano spiccarsi dal fianco loro.
.
Quell'apparato di forze tanto discorde coll'umile invito del conte, l'aria commossa stampata su qualche volto meno abile a nascondere un mistero, una o due parole dette a caso e raccolte, come si suol dire, per aria, l'aspetto guerriero dei pi, e sopratutto il piglio nuovo e risoluto di chi li guidava, cangiarono i dubj in certezza. Rodolfo e Lodovico, lontani l'uno dall'altro, tradussero le loro condoglianze in un'occhiata d'intelligenza e in un sospiro. Il conte, avendo indovinato l'angoscia dei cugini, cercava di rassicurarli raddoppiando le cortesie; ma intanto i suoi officiali stringevano sempre pi da vicino i nuovi arrivati.
.
Il corteggio attravers quella parte di abitato, che chiamasi oggigiorno Borgo di Cittadella, e che allora era infatti un quartiere suburbano fortificato; e pieg a sinistra radendo la fossa e le mura per tutto il tratto che da Porta Ticinese si stende fino al Ponte di S. Vittore, dov'era la pusterla di S. Ambrogio. Quivi giungeva dall'interno della citt il signor Barnab, seguito da pochi cavalieri e in compagnia di un frate; e, non appena ebbe veduto il corteggio, spron la mula, e mosse di trotto incontro a chi arrivava. Ma il Conte di Virt lo prevenne; e, facendosi vicino a lui pi sollecitamente, lo salut con grande riverenza.
.
Era questo il segnale convenuto. Jacopo dal Verme, spingendo furiosamente il proprio cavallo in mezzo al seguito del signore di Milano, pose la destra sulla spalla di Barnab, e gli disse siete prigioniero. Allo stesso momento, Ottone da Mandello strapp dalle mani del principe le redini; e, per disarmarlo pi presto, gli recise i pendagli della spada. Il marchese Malaspina si fece consegnare le armi da Rodolfo e da Lodovico. Gli altri del sguito di Barnab dovettero cederla, o l'offrirono spontaneamente. Al solo frate non fu fatta violenza.
.
Nessuna ragione, nemmanco l'interesse supremo della patria, giustifica il tradimento. La storia, che pure riconosce nel Conte di Virt una mitezza ed una sagacia egualmente superiori al suo secolo, sarebbe pi pronta a perdonargli quest'atto se avesse adoperato mezzi anche pi violenti, ma meno sleali. Una sola circostanza attenua alcun poco la sua colpa. Se Giangaleazzo avesse ritardato d'un giorno solo la cattura di Barnab, egli sarebbe stato vittima di un egual tradimento. Perocch il signor di Milano aveva dentro di s fermamente risoluto di rendersi tosto padrone di Pavia; al quale scopo non avrebbe esitato davanti a mezzi anche pi vili.
.
La storia non dice se pi tardi Giangaleazzo abbia riconosciuto la gravezza del suo procedere.  a credere che in quel d non giungesse pure a dubitare d'avere male operato: giacch il popolo milanese accolse la novella con un'esultanza indescrivibile, e copr di plausi frenetici e di viva il suo liberatore.
Intanto che Barnab coi figli ed i famigliari veniva rinchiuso e custodito nel castello di Porta Giovia, il Conte di Virt percorreva Milano trionfalmente.
Per far completa l'ebrezza del popolo, il quale in quel giorno di rivolgimento voleva pure riserbato anche a s il diritto di commettere qualche violenza, il conte gli concesse per decreto, ci che la turba s'era gi pigliato: il saccheggio, cio, dei palazzi di Barnab e de' suoi figli. Nessun volere di principe ebbe pi pronta e pi completa esecuzione. La plebe, divisa in gruppi, si gitt furibonda sugli edificii designati. I primi e i pi fortunati posero la mano sull'oro e sugli oggetti di valore; ma le turbe susseguenti ed i tardi arrivati, proclamando in quel giorno il diritto di eguaglianza, manomettevano le ruberie dei primi.
.
I fardelli dei saccheggiatori erano alla loro volta saccheggiati: oggetti preziosi, giojelli di valore incalcolabile, andavano perduti, calpestati ed infranti: tutti volevano avervi la parte loro. Cresceva la folla, non il numero delle cose atte a sbramarla. Non due braccia ma dieci, ma venti, si allungavano risolute per afferrare lo stesso oggetto. Da ci dispute e risse; violenze e bestemmie. Infine non era pi questione di preda, ma gara di distruggere.
.
Le suppellettili, che non potevano essere tenute o trasportate da due mani, erano pallate ora in un senso ora in un altro, poi manomesse e fatte in bricioli; e, perch questo non avesse pi di quello, venivano lanciate dalle finestre. Dopo due ore di soqquadro, non avanzarono che le nude muraglie; e se queste pure non furono spianate, gli  che anche il distruggere costa fatica, e che i guastatori erano in fine d'ogni loro forza.
.
La plebe sbrigliata era stanca, ma non sazia del bottino; tanto pi che, dopo aver troppo affaticato, scoperse d'aver distrutto fin anco il suo guadagno. Dai palazzi di Barnab si volse quindi ancora pi cupida a quelli dello Stato; e quivi, senz'esservi autorizzata dal decreto del principe, invase le dogane e gli officii delle gabelle, disperse il sale raccolto, compensandosi collo sperpero dell'averlo in addietro pagato troppo caro; e, poich col non trov da far preda di denaro o di roba, raccolse i catasti, i libri e quante carte puzzavano della passata tirannide, e condann il tutto alle fiamme; pensando di riavere l'abbondanza, quando fossero scomparse quelle memorie della passata miseria.
.
Ma intanto che il popolo si sfogava sulle reliquie dell'odiato governo, Giangaleazzo poneva al sicuro il tesoro di Barnab, trovato nella rcca di Porta Romana, e consistente in tal copia di metallo nobile da caricarne sei carra; valore immenso a quei d, che si stim oltrepassare i settecentomila fiorini d'oro.
Esultava il popolo milanese in mezzo a tanta baldoria. Esagerando il valore del tesoro scoperto, credeva di non aver pi a sopportare tasse od imposte. Ma in mezzo alla publica festa, la pi grande e la pi sincera gioja nasceva dal pensiero d'aver cangiato il feroce padrone in un principe mite e generoso.
.
Era un pezzo che i milanesi invidiavano gli abitanti di Pavia; ora la generosit, con cui il Conte di Virt aveva trattato il popolo di Milano in quei primi giorni, lo confermava nella stima che s'era concepita di lui. Ond' che non poteva apparire in publico, senz'esservi acclamato principe e signore. Dal canto suo il conte, mostrandosi lieto delle accoglienze, dichiarava agli amici, ai magistrati ed a tutti, che non avrebbe assunta la Signoria, se il consiglio generale della citt non gliela conferiva nelle forme richieste dalla costituzione del paese.
.
L'ira del popolo contro tutto ci che apparteneva all'esecrato governo, non ebbe fine coi saccheggi. Vi erano in citt memorie pi vive e pi palpitanti delle sofferte sventure; v'erano i complici della recente tirannide. E il popolo li andava cercando; e, quando credeva di averne trovato uno, lo voleva acconciare a suo modo.
.
Le poche famiglie, che erano legate al governo di Barnab, o che ne godevano i favori, lui caduto, abbandonarono la citt, e si ritirarono nelle castella, lasciando che i successivi avvenimenti dichiarassero meglio di chi era la vittoria, e che intanto si raffreddasse il furore del popolo. Molt'altri, credendosi meno in vista, o pensando essere la fuga un partito troppo avventato, se ne stavano rinchiusi, studiando qualche nascondiglio, preparandosi una doppia escita pel caso d'invasione.
.
Altri ancora avevano preso il partito di unirsi agli schiamazzatori, di scendere in piazza, e di gridar con essi viva; badando a gridar forte e fra i primi: e, in mezzo a questi, erano alcuni che pochi d prima insultavano il publico dolore, fatti arroganti dall'immunit guadagnata a prezzo di adulazioni e di denuncie. E il popolo anche allora si mostr pronto a menar buoni questi sbiti ravvedimenti, e a perdonare, nella maggior parte dei casi, il triste passato.
.
V'era poi un grande numero di persone, che, come avvien sempre, diceva di aver veduto e predetto il grande avvenimento in mille occasioni. A sentirli, costoro si erano fitti in capo da un pezzo che le cose non potevano andar sempre ad un modo, che alla fine dovevano mutare; che Dio non paga il sabato; e assicuravano, che avrebbero voluto avere tanti ducati in tasca, quante volte avevano susurrato all'orecchio di Tizio e di Sempronio, che messer Barnab doveva fare mala fine. Colle chiacchiere sanavano essi qualche antica piaga; e tornavano amici con coloro che poco dianzi solevano guardare obliquamente.
.
Se un popolo, insultato lungamente in ci ch'egli ha di pi sacro ed inviolabile, avesse il diritto di farsi giustizia da s e alla spicciolata, dovremmo dire che anche in questa occasione i milanesi furono assai generosi; perocch, dopo di aver dato sfogo alla naturale passione manomettendo le spoglie dell'inimico, si sentirono l'animo cos sazio ed alleggerito, da non chiedere altre vendette. La publica festa fu accompagnata da dimostrazioni che toccavano al delirio, ma non fu bruttata di sangue. I tristi fautori della mala signoria avevano subito la pi grave e la pi giusta delle pene, assistendo al trionfo dei loro naturali nemici.
...
.
...
152.
...
.
...
La condotta di Giangaleazzo era un frutto precoce di quella politica astuta e temperata, che in lui nasceva da istinto, e che pi tardi divenne una scienza a beneficio dei governanti.
Egli era certo di possedere le simpatie dei milanesi; finse nullameno di metterle in dubio onde provocare il voto publico, e farsi forte della sua autorit. Per tal modo, egli cessava d'essere il solo responsabile delle sue azioni, e metteva il nuovo governo sotto l'egida della sovranit popolare. Ma ci era ancor poco. Il modo violento col quale aveva trattato lo zio, immune da censura finch durava l'ebrezza della vittoria, coll'andar del tempo, e dietro il naturale illanguidirsi delle memorie, poteva divenire titolo d'accusa contro di lui. Bisognava cercare la via di giustificarlo. Laonde, ordin che per cura di specchiati cittadini si raccogliessero i fatti che aggravavano la condotta di Barnab, e si compilasse un regolare processo della sua decadenza.
.
Non fu d'uopo ricorrerere a calunnie o ad esagerazioni perch Barnab apparisse reo di gravissimi delitti e indegno dell'autorit sovrana. Gli atti di ferocia da lui commessi furono registrati e documentati colla maggiore esattezza. La sua prepotenza contro il clero, lo sprezzo delle scomuniche e l'empiet della sua vita, lo qualificavano come un uomo abbandonato da Dio. Il progetto di dividere lo Stato fra i suoi figli, lo accusava di violazione degli statuti patrii. Nel sommovere la feccia vennero a galla molte circostanze prima ignorate. Si pot provare che Barnab tramava contro la vita e la signoria del nipote. Per ultimo, venne asserito che colle arti diaboliche e coi maleficii aveva rese sterili le nozze del Conte di Virt; onde, in ogni caso, diventare signore di Pavia per legittima successione.
Queste accuse non avevano bisogno di prove: le prime perch troppo evidenti, l'ultima perch assurda. Eppure, mentre quelle non aggiunsero alcuna importanza al gi fatto, questa produsse conseguenze nuove ed inattese.
.
L'attentato di Barnab contro la vita del nipote risvegli lo sgomento, che tien dietro ad un pericolo prossimo e gravissimo superato felicemente, ma del tutto a caso. La taccia di stregoneria aggiunse al ribrezzo di un nome esecrato un prestigio fatale e terribile, che dest nelle menti impaurite il bisogno di premunirsi contro una potenza sovrumana, domata forse, ma non ancor vinta. Gli assassinii e le crudelt erano fatti completi, da cui non potevano nascere altre conseguenze; queste tenebrose macchinazioni mettevano capo nel vuoto; e le menti inferme, atterrite dal precipizio che si vedevano davanti, si logoravano nel consultarne la profondit ed il pericolo; pareva che il raccapriccio, che ne provavano, contenesse qualcosa di lusinghiero.
.
Il publico non si cur di quanto gi sapeva. Si arrest di preferenza ad esaminare questa nuova accusa, dimandandone ad alta voce spiegazione, ed aspettando che fosse fatta giustizia. Siccome Barnab, come principe, sfuggiva alla pena del suo delitto, la vendetta del popolo volle rifarsi del frodato spettacolo, cercandone pi al basso i complici.  raro, che la mente umana non sogni d'aver scoperto il vero, se lo cerca in mezzo all'errore. Quanto pi il delirio  grave, altretanto le visioni acquistano forme sode e precise, che le fanno simili alla verit.
.
Bast quindi che una sola persona pronunciasse a caso o ad arte il nome di Medicina, perch altri lo ripetesse, aggiungendovi che quegli era il complice tanto ricercato. Ci che da prima parve solo possibile, sembr poi probabile, e fin per essere tenuto come certo. Circol la notizia per le bocche di tutti; e chi la riceveva come un sospetto, la rimetteva in giro siccome un fatto.
In questo caso, la coscienza publica non aveva bisogno d'armarsi di solide ragioni n di una dose speciale di credulit, per convincersi che Medicina era uno scelerato. Non era fargli torto il crederlo atto e pronto ad ogni nefanda azione; se il delitto che gli veniva imputato era possibile, egli, il ribaldo per eccellenza, doveva esserne macchiato.
.
La vita di Medicina era un mistero; ed il mistero s'accomodava facilmente alle ipotesi le pi arrischiate. Sapevasi ch'egli era esperto nelle scienze occulte e nella negromanzia, che godeva di una privilegiata domesticit col principe; che infine era ricco, e che ammassava l'oro a palate. Tutti indizii che nella mente del vulgo lo condannavano senza remissione.
Come la pensassero i giudici, noi sappiamo. Ma siccome v'era pi d'un motivo per procedere contro Medicina, anche senza piegarsi alle superstizioni popolari, cos dobbiamo ritenere, che sia stata saggia cosa l'ordinarne l'arresto.
.
Ma il ciurmatore, preveduta la disgrazia, per sfuggire alle ricerche della giustizia, ripar nel tugurio di Canidia; la quale, quando non era una sibilla, diveniva la pi laida bugandaja di Porta Tosa. Due o tre giorni di inutili pratiche per parte della giustizia e de' suoi bracchi, avevano dato tempo al publico di calmarsi alquanto, e l'agio a Medicina di proveder meglio ai casi suoi. Dolevagli per la vita sfaccendata e neghittosa; e, per quanto si sentisse sicuro della protezione di Canidia, sentiva il bisogno di mutar aria, e d'andarsene lungi da Milano le cento miglia, in luogo sicuro, dove ravviare qualche intrighetto e godersi in pace i frutti della professione. Dopo quattro giorni di ritiro, che gli parvero un secolo, pensando che il furore popolare fosse interamente sbollito, stim venuto il momento di escire dal suo nascondiglio, e di evadersi inosservato a tutti, e perfino alla sua ospite.
.
Canidia (sia detto a schiarimento dei fatti che stanno per succedere) vantava dei diritti sulla persona del suo ospite. Ne' suoi tempi, Medicina aveva posto su lei gli occhi disievoli; e v'ebbe fra i due ribaldi qualche nodo d'amore districato col coltello; ma pi tardi, accortasi la sibilla che il suo amante avrebbe forse diviso con lei una parte de' suoi guadagni, non mai la gloria dei Medicina, si accontent di servirlo nelle sue ciurmerie, e di far l'amore non pi a lui, ma a' suoi gruzzoli. Con questa vista, lo salv e lo sottrasse alle ricerche della giustizia; ma, divenuta padrona della sua vita, non ristava dal magnificare il servigio che gli aveva reso, e d'avanzare fuor dei denti una cifra alquanto ardita pel suo riscatto. Canidia era veramente degna dell'amico suo.
.
Quella mattina, la sibilla se n'era andata al guado prima del levare del sole. Ne approfitt Medicina per raccogliere il bello e il buono che aveva posto in salvo; lo rinchiuse in una sporta; vest il sajo ed il mantelletto; si appicc al mento la solita barba; tracci alcune rughe sulla fronte e lungo le guancie per aggiungere vent'anni alla sua quarantina; poi, pigliato il bordone e la sporta, s'avvi per escire; pensando di dare un canto in pagamento alla sua creditrice.
.
Il ciurmatore non era pi riconoscibile. All'aria devota, all'andare sghembo ed incerto, voleva sembrare uno che arriva, non uno che va. Era questa l'arte pi opportuna per deviare ogni sospetto. Scese le scale, spalanc l'uscio della casa, e sul primo dei tre gradini, che presidiavano la porta, gir l'occhio all'intorno, e fiut l'aria per sentire se spirava propizia. La strada era completamente deserta: percorse il piccolo chiassuolo delle Tenaglie di Porta Tosa, ove abitava Canidia, pieg a destra verso il brolo di S. Stefano, e di l discese per un'altra stretta verso il giardino dell'arcivescovado, che era a quei d il mercato degli ortaggi; pensando che quella fosse la via pi diretta e sicura per giungere alla pusterla del Butinugo, una delle meno frequentate della citt. Per quella egli intendeva di escire, di pigliare le strade di traverso, e di camminar ben bene prima di voltarsi indietro.
.
Il giardino dell'arcivescovado, convertito a quei tempi in mercato pei commestibili, era una piazzetta di forma irregolare, ingombra di tende e di baracche, che la facevano simile ad un accampamento. Vegliavano alla custodia ed allo spaccio delle civaje e dei pollami certe comari, dalla faccia abbronzata e dall'et inqualificabile, le quali non avevano altre gentili apparenze del loro sesso fuorch la gonna e la prontezza dello scilinguagnolo. In attesa del sole e dei compratori, chiacchieravano tra loro con un tuono di voce s vario e sonoro, che pareva il preludio di una rivolta. Ma i visi, bench improntati di una fierezza maschia, erano calmi; le braccia e le mani, bench sembrassero latine e pesanti, pendevano inerti, o vezzeggiavano il turgido abdome.
.
Se Medicina avesse preveduto d'incontrare tanta gente, non sarebbe passato per quei luoghi; ma poich vi si trovava, vedendo che il suo aspetto non fermava lo sguardo d'alcuno, e che le abitatrici del trivio erano tutte occupate in provare che i migliori tempi avrebbero racconciato l'appetito della gente e il commercio della roba mangiativa, tir avanti, studiando il passo, e cercando di nascondere la testa ed il volto nel cappuccio.
.
Sul pi buono, dopo d'aver felicemente superato pi della met del cammino pericoloso, quando cominciava a respirare largamente e a credersi quasi in salvo, vide sboccare da una viuzza e scendere nella piazzetta la sciagurata Canidia, che gli veniva incontro. La riconobbe subito e trem. Di d'occhio a destra e a sinistra per scoprire una scappatoja, e passare inosservato. Non trovando altro partito, esc dalla retta che percorreva, e cerc di nascondersi fra le baracche.
.
Ma la strega che aveva scoperto l'uomo e le sue intenzioni, ripiegando dalla stessa parte e circuendo la medesima baracca, gli si present di fronte, piantandogli in volto due pupille di fuoco, che volevano dire un mondo di cose, non del tutto cortesi Medicina avrebbe voluto risponderle con un'aria attonita e indifferente, come se fosse un uomo nuovo; ma l'ideato stupore si dilegu sur un viso sbugiardato dallo spavento. A dispetto d'ogni proposito, il falso viandante apparve pi che mai il troppo noto ciurmatore.
.
Dove andiamo a quest'ora e in quest'arnese?, dimand ella con piglio arrogante.
Eh... che dite? che volete da me...? io non ho nulla a fare con voi.... non vi conosco, io: lasciatemi andare, rispondeva Medicina; e intanto cercava di svignarsela con uno sciambietto un po' troppo svelto per chi portava quella barba. La sua voce era assai alterata; ma era la voce di Medicina falsata soltanto dalla paura.
Si parte dunque, senza neppur dir crepa agli amici? riprese la furia, incrociando le mani sul petto con una posa virile, che dinotava minaccia e comando Tutti i giorni se ne impara una....
Lasciatemi andare, interruppe Medicina con una voce divenuta fessa e piagnolosa, che aggiungeva all'espressione dello spavento il tuono accusatore della preghiera.
Non mi fuggirai, mio bel cecino d'oro, finch non mi avrai pagato lira e soldo quel che mi  dovuto.
.
Medicina, invece di rispondere, tent strapparsi dal viluppo e fuggire. Ma Canidia, non meno pronta di lui, slacci le braccia conserte, e con una mano di ferro lo strinse al pugno, dicendogli senza curarsi di parlar sottovoce:
Ah traditore! ah viso di fariseo!  questo il bene che tu vuoi alla Canidia tua?  questa la mercede de' miei servigi?... mostro!
Ho da dirvelo un'altra volta che io non vi conosco; che sono un povero...?
Ed io ti conosco te, ceffo da capestro e in dir ci stese la mano sul volto di Medicina, e gli strapp la barba posticcia.
Medicina si sent perduto. La scena era stata troppo viva perch sfuggisse alla curiosit delle comari. Il gruppo dei litiganti era protetto dalle pareti di una baracca; ma pi di due occhi avevano gi sorpreso lo scandalo, e molte lingue si davano grande premura di strombettarlo alla turba.
.
L'unica speranza, che ancora rimaneva a Medicina, and fallita. Intanto che la folla gli si stringeva intorno, egli con voce pietosa, cogli occhi imbambolati, pel merito dell'antico amore e delle comuni ciurmerie, preg, supplic Canidia che non lo perdesse. Raddoppi, triplic, centuplic il valore delle cose promesse, se ella era buona a salvarlo. Quando l'avvicinarsi della folla gl'imped l'uso libero della parola, l'occhio pietoso e la faccia allibita imploravano merc, con un'eloquenza ancora pi efficace.
.
Ma prima che si chiudesse intorno a loro una cerchia di gente, Canidia approfitt della confusione del ciurmatore, e, parendole di averlo punito abbastanza, pens a s stessa. Medicina, dopo le minaccie e il tentativo di fuggire, si era messo nella posizione di chi dimanda in grazia la vita; e, per essere pi naturale e fervoroso, dimenticava alcun poco la sporta. Tanto bast alla strega, perch gliela strappasse senza alcuna difficolt dal braccio, cui pendeva indifesa. Poscia abbandon il campo, e cerc di porre in salvo s stessa e la roba.
.
A quella sorpresa, rinacque in Medicina l'antico istinto. Imbaldanzito dal pensiero d'aver salva la vita, non s'accomodava a riscattarla a s grave prezzo. Per riprendere la sporta, in cui era racchiuso il meglio delle sue ricchezze, stese le braccia da forsennato, tent ghermire Canidia, e corse sui passi di lei. Ma la folla che lo circondava, dopo avere, per una certa predilezione verso il proprio sesso, accordata l'escita alla donna, si era chiusa di bel nuovo intorno a lui, e gli impediva ogni movimento. Medicina, dimentico dei riguardi dovuti alla sua critica situazione, avvampando d'ira, e non obedendo che ad un bisogno prepotente di riavere il suo tesoro, gridava a piena gola, chiamando per nome Canidia, invitandola a ridargli il mal tolto, denunciandola alla folla come ladra.
.
Questo era operare una efficace diversione: ma Canidia tramava una vendetta assai pi crudele. Postasi a capo di un bivio, che le offriva un doppio scampo, rimbecc la denuncia, pronunciando il nome di Medicina, e mostrandolo agli occhi di tutti sotto le spoglie del finto viandante.
.
Una favilla caduta in mezzo alla polvere pu dare un'idea esatta della commozione generale che tenne dietro al suono di quella parola.
Medicina! lui? l'amico del tiranno, l'ammaliatore, l'assassino, l'indemoniato! gridavano alcune di quelle furie, coi capelli irti dallo spavento e l'occhio stralunato, come se vedessero un rettile velenoso.
O comari, egli  costui, che vuol togliere al nostro sesso l'unico privilegio che madre natura ci ha dato soggiunse un'altra a cui la paura non aveva alterato l'umore burlevole.
Vi  una taglia vistosa per chi lo ghermisce vivo, o morto? S. In comune dunque il merito ed il guadagno; non va bene cos? Da buone sorelle: un po' di carit per tutte. Soggiungevano una terza ed una quarta comare.
.
Conduciamolo al Broletto. No, al palazzo di giustizia. Prima alla curia; bisogner cavargli dal corpo il demonio. E se andassimo a S. Eustorgio, dagli abati? Ma che volete che facciamo noi? chiamiamo i nostri uomini. Gli uomini! domattina sul fresco! ci porterebbero via tutto il merito, poi tutto il proveccio! Che bisogno abbiam di coloro? sappiamo anche noi menar le mani, e fare star a segno i prepotenti. - Vivano le donne di Milano! Suvvia, pigliamolo. Pigliatelo voi altre, che ne avete maggior agio. Della corda, della corda; bisogna legarlo. Bisogner riguardarlo, condurlo sano e salvo in stia. Perch? perch fra pochi d ci renda merito del servigio sulla piazza della Vepra.... Che bel fal...! Che atto di giustizia...! Muojano i paterini e gli scomunicati. Viva Milano, viva Giangaleazzo!
.
Tali erano i detti, o meglio le grida, che escivano da quelle creature, tutt'altro che degne d'appartenere al sesso gentile.
I detti erano fino a questo punto pi larghi e decisi che non le azioni. Ma l'attrito di tante e cos fervide parole avrebbe fra poco conciliate le volont dissenzienti, e messe in movimento le braccia fin qui inoperose.
.
Medicina non attese di vedersi soffocato da quelle furie, e tent un colpo da disperato. Trasse di sotto un coltello; e, facendolo guizzare per l'aria, grid: Avanti chi ha coraggio. Il tiro parve ottimo: invitare il nemico a farglisi incontro fu precisamente come respingerlo. Subito gli si aperse intorno un po' di largo; da una parte, la siepe delle persone gi gli presentava una breccia accessibile. Tent di fuggire per essa; stese il braccio armato, e lo rot davanti a s. Le pi vicine indietreggiarono sbigottite; le altre, ritirandosi sui lati, allargavano il varco all'escita del furibondo.
Allora torn a sperare: pochi passi ancora, un po' di coraggio, ed egli era salvo.
.
Ebbe tempo di rallegrarsene fra s e s; vagheggi nella mente il pensiero della libert, e gust la vita dopo d'aver sentito i tocchi dell'agonia. Quanto alla roba perduta, pazienza: gli avanzavano mente, libert e coraggio per raggranellare un altro tesoro. Ma correva egli confidente sullo sgombro, quando ad un tratto si sent clto da una dolorosa stretta, che, cagionandogli una specie di vertigine, e soffocandogli il respiro, lo incatenava al suo posto.
.
Una di quelle femine che teneva fra le mani la corda tanto richiesta, e che l'aveva annodata all'estremit, facendovi un cappio corsojo per legare il prigioniero, al vedere che costui gli fuggiva davanti, tent di giovarsene per arrestarlo. Allarg il nodo; lo prese colla mano destra, mentre colla manca teneva il capo opposto; indi lo scagli in aria con tale giustezza, che il nodo invest la testa di Medicina, e gli scese fino sulle spalle. Un passo di costui fece scorrere il nodo, e incapestr il fuggitivo.
.
Le sue smanie non facevano che stringere pi fortemente il laccio: l'infelice non lasci intentato ogni mezzo per liberarsene. Le minaccie e le bestemmie, che gli gorgogliavano nella strozza, morivano in un rantolo simile al singhiozzo d'un moribondo; una bava densa e insanguinata gli bolliva sulle labra. Sollev di nuovo il coltello, e, rivoltolo contro s, tent di tagliare la corda; alla peggio, si sarebbe recise le canne della gola piuttosto che arrendersi. Ma il suo disegno fu prevenuto e mandato a male; una strappata di chi sa quante braccia, ciascun pajo delle quali aveva impiegato una forza doppia della richiesta, lo fece traboccare: nella caduta gli fugg di mano il coltello.
.
Con una voce strozzata, implor da quelle furie non la sua libert, ma la grazia di morire secondo la legge, dopo una sentenza e per mano del carnefice: non ivi, sul lastrico, senza aver dimandato perdono a Dio de' suoi peccati. Preg, promise, pianse come un fanciullo. E il cuore di quelle femine, a cui bastava di potere servire alla legge, e di prepararsi un bel guadagno e lo spettacolo di un rogo, si mostr pronto ad accondiscendere alla preghiera, purch si levasse, e non facesse resistenza. Si alz difatto; ma era malconcio, pesto, deforme; aveva la faccia livida, gli occhi injettati di sangue, le membra contuse e tremanti.
.
Percorse un tratto di strada senza offese; non contando le contumelie, che gli venivano lanciate, e che egli pi non udiva. Ma, giunto il corteggio sulla piazza dell'Arengo, incontr una turba di gente avvinazzata, che, veduto il parapiglia e inteso di che si trattava, volle avere la sua parte in quell'atto di giustizia.
.
La mente si ritrae con ribrezzo dal pensare a quali eccessi possa giungere la mano dell'uomo, dissenziente lo spirito, o illuso in strana maniera da un falso ossequio alla publica moralit. La frenesia, che invade l'individuo, e gli toglie il senno e la coscienza, fermenta pure nelle turbe, e ne confonde la ragione. Fuorviate dal delirio, esse smarriscono la consapevolezza dell'opera loro, e si affaticano a raggiungere un effetto perfettamente contrario a quello gi vagheggiato dalle intenzioni. Quasi sempre gli assassinii, perpetrati da una plebe furibonda, sono la somma di tante piccole intemperanze, ciascuna delle quali  per s stessa una perdonabile violenza. Il presente fatto ne  una prova. Ad uno ad uno, quei popolani s'aspettavano di vedere un atto di giustizia richiesto e sanzionato dalla legge. Ma in ciascuno v'era un fremito d'odio, che richiedeva uno sfogo; nessuno volle o seppe rinunciare alla sodisfazione di esprimerlo, credendo di porgere una testimonianza d'abborrimento al male, di fare un atto di riverenza alla giustizia.
.
Non un'arma si drizz contro Medicina; non si pens di tentare a' suoi giorni; anzi, tutti lo volevano salvo. Ma intanto ei fu vittima di una generale esazione di piccoli insulti. Egli non giunse al Broletto, ma vi fu trascinato di forza: e nel momento che la turba credette di consegnare alla legge un reo, scoperse che il reo era fatto cadavere. Si cerc invano sul suo corpo una ferita mortale. Nessuno lo aveva ucciso; ma gli urti, gli spintoni, le ceffate, i calci, che lo facevano cadere a terra, e le strappate che ne lo sollevavano brutalmente, erano tal somma di mali, cui non pot reggere forza umana. Nessuno lo aveva ucciso; ma egli era morto. La pena aveva preceduto l'invocato giudizio.
.
Quest'atto feroce fu indegno di un popolo, che inaugurava l'impero della legge, e voleva fare un passo verso la libert. Fu lo stravizzo del famelico, che dinanzi ad una copiosa imbandigione dimentica la temperanza, ed obedisce agli istinti.
Quanto a Medicina, una fine tanto orribile era la sola veramente degna della sua scelerata vita.
...
.
...
153.
...
.
...
L'accorto Giangaleazzo gradiva le rumorose acclamazioni del popolo che, rovesciata ogni memoria della mala signoria, consacrava in lui la speranza e il principio di un nuovo ordinamento. In cuor suo, per, preferiva ai vaporosi osanna la muta eloquenza dei suffragi raccolti nell'urna del Consiglio. La riconoscenza dei milanesi era viva e sincera; ma il nobile sentimento, anche negli animi generosi, corre la vicenda d'ogni cosa umana. Il tempo avrebbe manifestato che agli interessi del popolo si legavano quelli del suo liberatore, e che il Conte di Virt, rialzando gli oppressi, sollevava s medesimo.
.
Affrett quindi il giorno del pronunciamento, non per togliersi gi da un'incertezza, ma per avere nelle sue mani un documento della volont popolare: il chirografo, per cos dire, della sua legittima propriet.
Venne il giorno designato all'adunanza del Consiglio generale. La solennit fu splendida. L'etichetta rigida e simmetrica dei magistrati, dei nobili, dei cortigiani, si contemper nella gioja semplice, ma cordiale, della folla.
.
Appo i primi, la gelida ragione prevaleva agli affetti; in questa, gli affetti sorvolavano le etichette e la moda. Ma l'intelligenza ed il cuore in quel d miravano concordemente ad un solo scopo.
L'adunata si tenne nel Broletto nuovo: quel palazzo colossale ed isolato che surge ancora nella piazza dei Mercanti, e che implora di svestire le goffe forme del seicento per mostrare quelle semplici e maestose del secolo della libert. Il podest Liarello da Zeno reggeva il Consiglio. Accanto a lui sedeva l'arcivescovo Antonio da Saluzzo, il quale, intervenendo all'adunanza e mostrando la sua franca adesione al nuovo governo, tranquillava la coscienza dei pochi che, in mezzo al conforto del bene ottenuto, sentivano qualche scrupolo sul mezzo che erasi adoperato.
.
Assistevano al Consiglio due vicarii del principe, uno dei quali era il greco Demetrio Sidonio, il pi illustre oratore dell'epoca. Fu affidato a lui l'incarico di leggere e di commentare l'atto d'accusa lanciato contro Barnab Visconti. Non spese molte parole intorno alle sue crudelt, perch a tutti note; ma s'arrest ad esporre per minuto ed a provare come Barnab attentasse alla vita del signor di Pavia; onde trarne la conseguenza, che la condotta di questo non era che un atto di legittima difesa.
Le comunit, i paratici, i collegii dei dottori erano rappresentati nel Consiglio dai rispettivi eletti. Ciascun ordine di cittadini avr avuto interessi e speranze sue proprie: ma concorde in tutti era l'odio contro la caduta signoria. Per la qual cosa, il voto di decadenza contro Barnab Visconti fu pronunciato all'unanimit; ed unanime del pari fu quello che defer la sovranit di Milano a Giovanni Galeazzo conte di Virt e signore di Pavia.
.
Baster il dire, pel resto, che quello fu un vero giorno di festa per tutti. Dopo tanti anni di una toleranza muta e inoperosa, quello era il primo d in cui il popolo milanese faceva sentire la propria voce. La sua parola era sovrana; colui che poco prima stringeva in catene il tiranno, si chinava davanti alla volont popolare, e, interrogandola, non imponeva n supplicava. Ma se in quel momento, all'indimani di tante sventure, e col vicino esempio di una citt sorella che lodavasi della mitezza del suo principe, l'elezione di Giangaleazzo era e doveva essere una necessit, quest'atto di deferenza, quando fossero mancate sode ragioni all'unanime voto del popolo, vi avrebbe fortemente contribuito.
.
Come poi si manifestasse la gioja publica non torna a conto di esaminare e di descrivere. Ognuno di noi ha veduto pi di quanto  necessario per farsene un'idea precisa. Nel secolo nostro la crudelt di Barnab non sarebbe stata cosa possibile: noi abbiamo provato altre sventure, altro genere di servit e di tirannia. Quale, tra la recente e la lontana, sia la peggiore  facile il dirlo, quando si pensi che il delirio di un uomo  passaggero; ma che la consacrazione di un principio di servit incatena le generazioni. La tirannia dello straniero, anche quando fu mite, fondavasi sopra l'assurdo rispetto di un'autorit iniqua, che, per essere pi durevole e produttiva, seppe qualche volta imporre a s stessa una misura nell'esercizio de' suoi odiosi diritti. Ma dicasi ad onore del vero: nulla fu pi esiziale alla patria nostra, quanto quella mitezza che ci voleva fare rassegnati alla signoria straniera.
.
La festa d'allora fu invero l'espressione d'una sola citt.  dubio se ne varcasse le mura. Forse, nel novero delle ragioni che determinarono l'unanimit degli elettori, figur non ultima l'ingenerosa ambizione di un Comune, che per tale atto conquistava il primato su venti citt italiane. Il sentimento della gloria e della grandezza municipale prevaleva a quello della ricostituzione di una patria comune. L'Italia era un mito, davanti al quale s'inchinavano gli ignorati studiosi della storia antica, o i chiosatori di Dante.
.
Ma il riconoscere la patria che Dio ci ha dato, e il volgere ad essa ogni pensiero, ogni affetto, ogni palpito di vita, il sacrificare per essa le tradizioni e i vanti municipali, anzi il fare del sacrificio una gloria, doveva essere lavoro di molti secoli, frutto di lunghe e pi gravi sventure.
Quella festa pertanto non fu che un'ombra scolorata di quelle che vediamo oggid. Gli annalisti parlano di luminarie, di giochi, di corse, decretate dal Comune a solennizzare il fausto avvenimento. Saranno state cose splendide, non v'ha dubio; ma la pi modesta espressione di esultanza, con che noi abbiamo celebrato la meno importante delle nostre vittorie,  solennit pi augusta; perch senza misura pi sacro  il pensiero che le d vita.
.
Ai venticinque dello stesso mese, Barnab co' suoi figli, colla virtuosa Donnina dei Porri sua moglie, accompagnato dai pochi servi che gli erano rimasti fedeli, fu tolto dal castello di Milano, e tradutto, sotto la scorta di Gasparo Visconti, alla Rocca di Trezzo, che lo stesso prigioniero aveva rabbellita e fortificata pochi anni prima, con ben diverso intendimento. Sotto il peso della sventura il suo animo parve raddolcirsi alquanto. Sopport la prigionia con una pazienza esemplare, se si ha riguardo al suo carattere rabido ed irrequieto.
.
Forse, riconoscendo allora tutto il male che aveva fatto, prov che la pena non era grave, e la riguard come l'espiazione de' suoi tanti delitti. Dopo alcuni mesi di una vita inoperosa e tutta dedita alle opere di piet, trov la morte sul desco della famiglia: da chi propinata, gli storici non lo dicono asseverantemente. Sospettarono alcuni, che la signoria di Milano, temendolo ancorch prigioniero, cercasse modo di sbrigarsene. L'asserzione  affatto gratuita; il Conte di Virt possedeva troppi mezzi a comprimere ogni conato di rivolta, senza ricorrere a quest'estremo; e l'intera sua vita ci porge bastanti prove per asserire ch'egli fu estraneo a quest'atto d'inutile vendetta.
...
.
...
154.
...
.
...
A quest'epoca la storia nostra esce da' suoi angusti confini, e si svolge in un campo assai vasto.
L'atto violento, con cui Giangaleazzo rovesci il trono di suo zio, non era soltanto, come parve a molti, una conquista od una rappresaglia. Con quest'unico intento, n il proposito di liberare i vicini da un giogo insopportabile, n il diritto di castigare un finto alleato colle stesse sue armi, avrebbero giustificato l'uso di un mezzo troppo sleale. Un alto concetto ferveva nella mente del Conte di Virt, quando pose il piede in Milano. Era il sogno di tutta la sua vita che stava per divenire una realt; era lo scopo di tutte le sue azioni, ch'egli s'avviava a conseguire.
.
Giangaleazzo meditava di raccogliere sotto il suo scettro le varie provincie d'Italia, per costituirne un regno a beneficio di un principe italiano. Egli aveva fatto il primo passo all'arditissima impresa.
.
Dopo la caduta della stirpe longobarda, che, in due secoli di dimora nella penisola, ne aveva meritata la cittadinanza, l'Italia alien definitivamente la sua corona, permettendo che divenisse retaggio dei principi Franchi e Tedeschi. Le costituzioni dei comuni, propugnate dalle republichette del medio-evo, risvegliarono e mantennero nel popolo l'amore della libert e delle armi. Ma quello stesso orgoglio, che consigliava minate violenze tra citt e citt, e che si nutriva di povere glorie municipali, non permetteva agli italiani di riconoscersi e di stringersi fra loro. N mai una somma, per quanto grande, di fortune parziali avrebbe potuto ricomporre la nazione. Alla sua esistenza richiedevasi lo sviluppo di un concetto nuovo, consacrato da una nuova virt: il sacrificio degli interessi individuali.
.
Di nazione non avevasi un'idea; non si conosceva tampoco la parola. Era dunque vano lo sperare che le singole membra di questo corpo si associassero spontaneamente per tentare un'impresa colossale. Perocch se i deboli e i poveri comuni la potevano desiderare, le citt pi floride e culte che avevano storia, leggi, armi proprie, non si lasciavano indurre a dividere colle minori una superiorit troppo invidiata.
Il mezzo infallibile di promovere la solidariet fraterna ce l'avevano insegnato in addietro gli invasori stranieri, irrumpendo sulle nostre terre e portandovi la desolazione e la servit. Nella sventura i popoli riconoscevano l'unit della stirpe, e si riconciliavano per stringersi alla difesa; ma fatalmente, passato il pericolo, s'intiepidivano gli affetti.
.
Ora, perch mai la virt unificatrice, che era la forza delle armi dei barbari, non poteva svolgersi merc l'influenza pi mite di un principe italiano? A tale dimanda rispondeva coi fatti il Conte di Virt, quando, riunite sotto di s le venti citt retaggio della sua casa, si proponeva di aggiungervi quelle dei minori Stati vicini, usando pei popoli gli allettamenti di un governo saggio e temperato, e sguainando la spada contro i tiranni.
.
Ma, prima di spingersi fuori dello Stato, egli volle rendere stabile il terreno, su cui posava il piede. Fu quindi sua prima cura di provedere con savie leggi all'interno ordinamento. Il popolo milanese aveva abbattuto quanto gli ricordava la mala signoria di Barnab; il suo successore conferm e prosegu l'opera popolare, abolendo le leggi criminali esorbitanti, richiamando in vigore alcuni statuti passati in dissuetudine, altri aggiungendone dietro proposta o consiglio dei migliori cittadini. Poscia intervenne fra i vicini coll'autorit del suo nome, e colle pratiche della sua politica. Egli presentiva l'importanza di una influenza morale esercitata senza il concorso della forza; ed inaugurava quel sistema d'alleanze, di mediazioni, di buoni officii, che spesso assicurano la vittoria prima di trarre la spada.
.
La discordia fra i signori della Scala e Francesco da Carrara, gli porse l'occasione di una vantaggiosa alleanza con quest'ultimo. Infatti, mentre il Carrarese batteva lo Scaligero dalla parte di Vicenza, il Visconti passava il confine milanese a Brescia, ed occupava Verona. Appena ei vi pose il piede, i cittadini, malcontenti della signoria degli Scaligeri, salutarono il Visconti come loro principe.
La gloria, che accompagnava le armi del Conte di Virt e la fama di mitezza, di cui godeva il suo governo, indussero la stessa citt di Vicenza a scuotere il giogo di Francesco di Carrara, e ad aprire le porte alle schiere milanesi. Invano il signore di Padova lev la voce contro la violazione dei patti d'alleanza segnati fra lui ed il Visconti. Questi non cur le proteste; rafforzato dal voto popolare, ed opponendo alle pretensioni del Carrarese le ragioni di sua moglie, figlia ed erede di una Scaligera, conserv Vicenza, e la fece centro d'altro pi ardito movimento.
.
Non and guari, infatti, che anche Padova venne aggiunta allo Stato di Milano; perocch Francesco da Carrara fece vana prova delle sue armi. Mal difeso da un popolo ch'egli aveva oppresso, cadde in potere del nemico, che lo trasse prigioniero nel castello di Monza. Per tale avvenimento, il confine dello Stato milanese tocc la spiaggia del mare Adriatico.
.
Ormai padrone di tutta l'Italia superiore, Giangaleazzo volse lo sguardo alla parte centrale della penisola. Espugnata Bologna colle armi, riscatt a patti Perugia ed Assisi. Anche i signori di Nocera e di Spoleti, presentendo la necessit di piegarsi alla forza ed alla fortuna di un rivale formidabile, cedevano a denaro la signoria. Pisa fu venduta al Visconte da Gerardo Appiani, e Siena si arrese spontaneamente alle sue bandiere.
.
La republica di Firenze, gelosa dell'interne libert pi che della salute della patria, con publico manifesto chiam fedifrago e tiranno il principe lombardo che agognava a cingere la corona d'Italia; e, con rimedio peggiore del male, invit il re di Francia a scendere in Italia e ad opporsi alla crescente potenza dei Visconti.
Per buona sorte, Jacopo dal Verme, capitano dei milanesi, raccolto un nerbo di truppe nel forte di Alessandria, pot attendere di pie' fermo le legioni francesi, e contrastar loro il passaggio del Tanaro. Il conte d'Armagnac assediava la fortezza, e con villane provocazioni invitava i lombardi ad escire dal covo ed a misurarsi con lui. Quando ne fu il momento, Jacopo dal Verme ripigli l'offensiva; nella giornata 25 luglio 1391 sorprese il campo nemico, fece prigioniero il conte d'Armagnac, e tolse le armi ai pochi che non avevano perduta la vita nella battaglia.
.
Con altri mezzi, e con eguale fortuna, Giangaleazzo combatteva, e superava le difficolt che gli venivano opposte dai Pontefici, i quali non sapevano rassegnarsi alla perdita di Bologna e delle altre citt, gi spettanti alla santa Sede.
La tiara era a quei d, e lo fu poi per quarant'anni di sguito, l'oggetto della contesa fra due emuli. Urbano Sesto era papa a Roma: Clemente Settimo voleva esserlo ad Avignone. Il Visconti non imit il suo predecessore; ma, cercando di renderseli propizii entrambi, adoperava l'amicizia dell'uno per combattere le pretensioni dell'altro. E intanto che aspettava di riconoscere quale dei due pontefici fosse il legittimo, sottomano estendeva i suoi confini nelle terre della Chiesa, e le amministrava con sodisfazione dei soggetti.
.
Da ci, non del tutto fuor di ragione, gli storici ed i cronisti dei tempi trassero argomento di chiamare ingenerosa e sleale la condotta di Giangaleazzo. Ma ai nostri giorni, e davanti alla insuperabile necessit di aver una patria, non dobbiamo trovarvi grande motivo di scandalo. - Quando la suprema dignit della Chiesa era divenuta il trastullo di due individui, e n l'uno, n l'altro degli emuli inspirava la certezza della propria legittimit, non era affatto riprovevole colui che finiva per non riconoscere n questo, n quello. V'erano in Giangaleazzo dei sentimenti pi forti che non il vano rispetto ad un'autorit, che si era degradata da s stessa colla discordia.
.
Francesco Gonzaga, prevedendo di dover provare tra poco la sorte degli Scaligeri e dei Carraresi, tent la fortuna delle armi, e provoc una guerra, in cui le schiere di Giangaleazzo, capitanate da Jacopo dal Verme, riportarono una nuova vittoria. Il Po in questa occasione fu il teatro di una battaglia navale. Le vele dei Gonzaga presidiavano le due rive del fiume, congiunte da un ponte di legno, che fu miracolo d'arte in quel secolo. Ma l'accorto dal Verme arm di materie incendiarie un gran numero di chiatte, e le spinse infiammate col favore della corrente contro il ponte, il quale arse d'improviso, e cagion il disordine e la sconfitta dell'esercito nemico.
.
Quella stessa moderazione, che insegnava al Conte di Virt di piegarsi apparentemente alla volont degli antipapi, lo rendeva ossequioso e riverente dinanzi alla autorit dell'imperatore. Bisogna dire che pei suoi fini avesse mestieri della protezione cesarea. Grad infatti il titolo di vicario imperiale, e pi tardi sollecit dall'imperatore Venceslao quello di duca, sottoponendosi ad un'ingente spesa, onde assicurare a s ed a' suoi successori il retaggio di una corona.
.
L'atto di liberalit dell'imperatore suscit infatti gli sdegni dei prncipi di Germania, che deposero Venceslao e conferirono la porpora imperiale a Roberto di Baviera. Costui l'ebbe a condizione di rivendicare da Giangaleazzo la mal donata dignit ducale; e vi s'accinse imponendo per iscritto al Conte di Virt, milite milanese, di rendere all'imperatore tutte le citt, terre e castella spettanti al romano impero, minacciando in caso di rifiuto di trattarne il possessore come fellone.
.
Dalla risposta del duca si vedr com'egli intendesse la sua dipendenza verso l'impero. Nel ducale rescritto egli si qualifica, in onta alle minaccie, duca e signore di Milano, chiamasi legittimamente investito della ducale autorit dal re dei Romani, e rigetta l'accusa di ribelle su Roberto, che disconosce l'operato del suo predecessore. Chiude infine, giurando di volere difendere colle armi i proprii diritti contro chiunque osasse violarli.
.
L'imperatore non aggiunse altra parola: scese dalle Alpi, e mosse incontro al duca con poderoso esercito. Ma le milizie del duca, accampate sulle terre Bresciane, non lasciarono tempo agli imperiali di raccogliersi e di spiegare le proprie forze. Il conte Alberico da Barbiano, condottiero della compagnia militare di s. Giorgio, che aveva per vessillo L'Italia liberata dagli stranieri guid le manovre dei milanesi, e fu l'eroe della giornata. Gli imperiali ebbero la peggio; e l'imperatore Roberto, raccolti i pochi avanzi del suo esercito, per la via di Trento, ritorn in Germania a medicare le sue piaghe.
.
Pu sembrar strano come il Verri ed il Giulini, i benemeriti campioni della storia milanese, onestissimi scrittori e diligenti raccoglitori di notizie patrie, mentre si mostrano rigidi ed inesorabili nel giudicare la condotta politica del primo duca di Milano tacciandola di doppiezza e di slealt, non abbiano una parola per commendare l'ardimento e la fortuna delle sue imprese militari.
.
Anzi, mentre accusano Barnab, perch imperito nella guerra volesse in pi circostanze guidare egli stesso l'esercito, non osano confessare che Giangaleazzo ebbe la fortuna o la sapienza di confidare la bandiera della patria ad abilissimi capitani, che la riportarono sempre ornata di qualche nuovo alloro. I due lodati storici scorrono leggermente sui campi di Alessandria e di Brescia, dove l'armi del duca fiaccarono la prepotenza degli eserciti di Francia e di Germania: avvenimenti che, per s soli, basterebbero a renderlo immortale presso i posteri. Ma non vogliam male per ci ai nostri illustri concittadini.
.
Nel tempo in cui essi scrivevano, un docile ossequio verso prncipi stranieri miti ed illuminati non era un delitto. La condotta del primo duca offendeva quel sentimento di sudditanza verso l'impero, che in allora, pel dominio d'altre idee e pel timore del peggio, era accolto anche dalle anime oneste. Il nostro paese aveva sonnecchiato due secoli nel letargo del dominio spagnolesco. I nuovi padroni sembravano voler essere migliori: e gli Italiani li accoglievano di buon animo pel bene che promettevano, persuasi che la patria loro non potesse altrimenti esistere che come ancella o figlia d'altra nazione.
.
Non dureremo fatica a persuaderci di ci; le tanto ripetute discordie italiane furono fino a jeri il pretesto alla prepotenza degli oppressori, e l'argomento pi valido alla rassegnazione degli oppressi. I Visconti e gli Sforza, che, nell'ambizioso disegno di legare alla propria stirpe la corona d'Italia, tentavano di ridonare alla patria un principe non straniero, furono fraintesi dagli storici.
.
Poich null'altro che una vile cupidit guidava gli imperatori ed i re d'oltremonte a contendersi il possesso della penisola, diveniva provida cosa che si levasse contro gli emuli l'ambizione, se non pi nobile, certamente pi giusta, di un principe nazionale, che mirasse ad usufruttare per s le fatali pretensioni dello straniero. Non devesi accettare ciecamente il bene quando scaturisce da fonte meno buona; ma, se ci che si ottiene  non solo vantaggioso, ma conforme ai principj eterni della giustizia,  impossibile che i mezzi sieno del tutto iniqui. E se ci sembrano tali, dobbiamo dire, che non di rado una colpa fa trionfare il diritto; a quel modo che il lievito di cosa corrotta sviluppa il germe di nuova ed eletta produzione.
...
.
...
155.
...
.
...
Le armi di Giangaleazzo Visconti, dopo la disfatta del re dei Romani, si concentrarono intorno a Firenze, e la strinsero d'assedio. La nobile citt, gelosa delle sue franchigie municipali, respinse l'assalto dei milanesi con un valore degno di migliore impresa. Ma la republica fiorentina cessava di essere il rifugio della libert italiana dacch era venuta a patti collo straniero. Fallita la speranza di trovare appoggio nel re di Francia, ella confidava la difesa di s stessa a Giovanni Hawkwood, avventuriero inglese. Battuto anche questo, accarezzava l'amicizia dell'imperatore. Non era da queste incompatibili e svariate alleanze, che potesse sperare soccorso la libert.
.
Guardiamoci per da un giudizio troppo severo verso un popolo, la cui colpa fu quella di non aver compreso ci che in quel secolo era ignorato da tutti. Salendo col pensiero a quei tempi, ed uniformandoci allo spirito municipale che presiedeva alle piccole republiche, la difesa dei Fiorentini  argomento di viva ammirazione. Ma colla storia alla mano, informati delle sventure susseguenti, e pensando che l'ambizione del tiranno milanese avrebbe forse potuto rimoverle, noi deploriamo una resistenza, che si opponeva alla costituzione di un forte regno italiano; perch esso avrebbe risparmiato alla patria nostra quattro secoli di servit. Una libert locale e ristretta  un tesoro nascosto; l'indipendenza completa  il benessere che concede il pieno uso della vita e delle forze.
.
I Fiorentini difendevano strenuamente le loro mura; ma il coraggio e la costanza non potevano reggere a lungo contro il numero degli assedianti e il genio militare dei pi cospicui capitani del secolo. La caduta di Firenze finiva di raccogliere sotto lo scettro di Giangaleazzo tutte le provincie che formavano l'antico dominio dei re Longobardi. Il duca non aspettava che la notizia della resa di quella citt per farsi acclamare re d'Italia, e chiudere per sempre i passi delle alpi ai pretendenti stranieri.
.
Questi fatti correvano sullo scorcio del mese d'agosto, l'anno 1402. Il duca risiedeva nel castello di Marignano, dove, occupato di preferenza dell'ordinamento civile dello stato, non obliava la guerra. Frequenti notizie gli arrivavano del campo; e tutto gli faceva presentire vicino lo scioglimento della grande questione. Al dire del Corio e di tutti gli storici, la buona novella era cos prossima e sicura, che il duca gi aveva fatto allestire le insegne reali, di cui si sarebbe ornato l'indimani della caduta di Firenze: quel giorno avventuroso in cui l'Italia avrebbe finalmente avuto un re italiano.
...
.
...
156.
...
.
...
La sera del primo settembre, la corte di Giangaleazzo, solita ad escire a diporto sulla tarda ora nei giardini attigui al castello, per godervi il fresco, fu d'improviso turbata da uno strano avvenimento. Il duca che, dopo aver speso troppe ore nelle cure dello Stato, soleva confondersi co' suoi cortigiani e passare seco loro qualche momento in affabile domestichezza, quel d, oppresso dalla straordinaria caldura, si trattenne pi tardi del consueto nel giardino; anzi, spintosi con alcuni de' suoi officiali nella parte pi lontana di un viale assai folto, si pose a sedere sur una panchetta di pietra, favellando delle imprese avviate, e predicendo a' suoi intimi le prossime glorie della sua patria e della sua casa.
.
Il benessere, di cui si era lodato un momento prima respirando le aure temperate del tramonto, era seguito da un senso di freddo, quasi molesto, cui non pose mente in sul sbito, incalorito, com'egli era, nel discorso. Ad un tratto, lo assalse un brivido pi forte; cerc vincerlo, scuotendosi, e le forze non risposero alla volont. Gli astanti accorsero a lui, e lo persuasero a rientrare tosto nel castello, attribuendo quell'improvisa indisposizione all'umidit della notte. Era infatti una di quelle sere, in cui l'atmosfera, dopo aver stagnato per lunghe ore negli umidi avvallamenti della pianura, beve dalla terra arsa dal sole il veleno della corruzione, e lo trasmette agli incauti, che cedono all'allettamento di un insolito rezzo.
.
Il duca articol a stento qualche parola; batteva i denti; aveva il respiro profondo, interrotto, affannoso. Quando fu portato nelle sue stanze, aveva l'aspetto di un cadavere: gli occhi erano spariti nelle orbite segnate da un cerchio livido; le guancie infossate disegnavano l'ossatura delle mascelle; le labra contratte e smorte lasciavano travedere i denti stretti dallo spasimo. Il medico ducale, che non era pi l'Esculapio di cui abbiamo parlato addietro, accorse e prest all'infermo sollecita cura. Oppose i rimedj pi ovvj ai sintomi incalzanti; ma senza indagarne la cagione, senza tentare di paralizzare gli effetti del veleno assorbito. Richiam il calore alle membra intirizzite, applicandovi dei fomenti tiepidi: ed, apprestato un alessifarmaco composto di erbe aromatiche stillate nel vino, glielo fece ingojare a sorsi. Un'ora dopo, l'infermo si risvegliava dall'assopimento. Al gelo lapideo delle membra subentrava il calore della vita; a questo l'ardor della febre. E il duca, i cortigiani e lo stesso medico se ne rallegrarono come di una crisi salutare e decisiva.
.
Nella notte, anche malgrado un calore anormale, dorm abbastanza tranquillo. La mattina vegnente l'infermo sembrava del tutto risanato. La prostrazione di forze ch'egli accusava, era giudicato l'effetto postumo del parosismo. Del resto, se il povero medico avesse avuto bisogno d'altre prove per credere al trionfo della sua scienza, bastava che interrogasse l'infermo: questi asseriva di trovarsi bene, e d'avere dimenticato ogni cosa. Infatti, in quel d attese alle cure dello Stato, come nei precedenti; ricevette il solito corriere speditogli dal campo, grad le buone nuove che gli venivano portate, ed invi per suo mezzo nuovi comandi. La terza mattina tutto era al Castello come nei giorni passati. Non si parlava della malattia del duca che per rallegrarsi della sua pronta guarigione.
.
Ma d'improviso, verso il tramonto, un pi grave insulto lo assal di nuovo. I sintomi, ch'erano precisamente gli stessi d'altra volta, si manifestavano ancora pi gagliardi. Ripetutosi l'uso dei farmaci, che avevano operato il prodigio, parve che la natura gradisse quelle scosse, e che le forze ne fossero momentaneamente rialzate; ma, poco dopo, l'infermo ricadeva in un'atona ancora pi desolante. Tutta la famiglia costernata guardava con aria pietosa in faccia al medico, quasi volesse impegnare la sua scienza a ripetere il miracolo dell'arte. Se l'onest'uomo lo desiderasse, non  d'uopo dimostrarlo. Ma, oltrecch egli non aveva scoperto la vera natura del male, mancava dei mezzi validi a combatterlo. Il nuovo mondo non gli aveva donato il tesoro di quella corteccia che rompe l'incalzante periodo delle febri perniciose.
.
Appi del letto i membri della famiglia, storditi e inoperosi, si consultavano ansiosamente cogli sguardi; ciascuno ricercava sul volto altrui quella speranza che nel suo cuore s'era dileguata. Il medico, a cui correvano pi frequenti gli occhi degli astanti, stringeva le labra, o ne sprigionava a quando a quando un suono che non era n parola, n sospiro. Tastava or questo or quel polso del malato: gli amministrava a brevi intervalli una dose del farmaco, scorreva colla mano tiepida e leggera sulla sua fronte gelata. Ma cogli atti, e colla mestizia del volto, avrebbe voluto dire ai parenti ed ai servi; raccomandatelo al Signore, perch l'arte umana non pu pi far nulla per lui. Mezz'ora dopo il duca era in fin di vita. Allora il dabben uomo si ritir sconfitto, e cedette il campo ad un capuccino; il quale, avvicinatosi al letto dell'infermo, tent risvegliarne i sensi e richiamarlo un momento alla vita, per dirgli ch'egli era sul punto d'abbandonarla. Ma come l'infermo non rispondeva alle chiamate, il sacro ministro comp il suo officio con pietoso riserbo; recit per lui le preci dei moribondi, lo segn colla croce, lo asperse pi volte d'acqua santa; poi, inginocchiatosi a fianco del letto, invoc sul morente l'assistenza dei beati. Gli astanti, con una piet ravvivata dall'affetto, ripetevano la devota invocazione.
.
A tre ore di notte, il duca era agonizzante; pochi minuti dopo, egli spir. Pel borgo di Marignano corse la notizia della morte del duca, non preparata da quella della sua malattia. I cortigiani ed i vassalli l'accolsero con dolorosa attonitaggine: gli uni e gli altri diedero segni non dubii di profondo e schietto dolore. All'inevitabile e penosa incertezza, destata da un avvenimento che scomponeva d'improviso tutte le fila di una domesticit feconda di grandi vantaggi pei parassiti e pel servidorame, prevaleva un sentimento di vera e profonda mestizia; perocch questa volta, nel principe potente si era perduto l'uomo mite, affabile, generoso.
.
Se anche il pi odiato tiranno suol essere compianto da quelli che condividono i beneficii del despotismo, questo principe, che non aveva mai abusato del suo potere se non per far guerra ai tiranni, e che faceva dell'amore dei soggetti il mezzo pi acconcio ad assecondare la sua nobile ambizione, questo principe doveva lasciare un vuoto assai doloroso nell'animo di quanti lo avvicinavano. I superstiti erano a ragione dubiosi se il suo successore sarebbe stato buono come lui; erano certi intanto che dalla vedova reggente non potevasi sperar bene.
.
La salma ducale fu trasportata a Milano ed onorata di suntuosissime esequie. Oratori di tutte le citt sparsero fiori d'eloquenza sulla sua bara. Convennero in quella occasione nel maggior tempio di Milano tutti i vescovi delle provincie, i rappresentanti dei comuni colle insegne municipali, i consanguinei e gli affini della casa Visconti. Accompagnavano il feretro dugentoquaranta cavalieri e duemila fanti vestiti a bruno. Magnifico era il corteggio degli araldi e dei cortigiani, che portavano le insegne ducali. Il letto funebre, tapezzato da un drappo di sciamito, lasciava vedere il cadavere ravvolto nei paludamenti ducali e colla spada al fianco. I pi cospicui officiali dello Stato portavano la bara; altri la proteggevano con un baldacchino di stoffa d'oro foderato d'ermellini.
.
Soverchie lodi furono allora prodigate davanti alla spoglia del duca. L'iscrizione apposta al suo sarcofago lo qualifica il padre della patria, che cacci dalla loro sede i tiranni gravi ai popoli, che protesse i pusilli, ed umili i superbi. Nessun altro ebbe la parola dolce al par di lui, n vi fu mai in tutta Europa principe di lui pi prestante e degno d'imperio. Intanto gli annalisti si preparavano a giudicarlo con un'altra misura, senza dubio meno equa. Quel principe che vivo fu chiamato raggiante per la nobilt del sangue, specioso per la bellezza del corpo, sereno per la virt dell'animo80 venne poi dagli storici successivi qualificato sleale, infedele, ipocrita, timido nell'avversit, arrogante nella prospera fortuna. Antonino, arcivescovo di Firenze, lo accusa perfino di vituperevoli lussurie; imputazione non confermata da altro scrittore, n da alcun documento, anzi, smentita dall'indole stessa della sua vita, quale ci viene narrata concordemente dagli storici e dai cronisti.
.
 degna di rimarco l'osservazione di P. Giovio. L'arcivescovo di Firenze, scrive egli, con goffo e disonesto modo di dir male, insolentemente si diede a vituperare il nemico della patria sua. Ma, poco dopo, lo stesso Giovio cade nella colpa rimproverata agli altri, quando soggiunge non si vede di lui edificio alcuno, pure un po' magnifico, avendo i suoi maggiori, in casa e fuori, fino alla pazzia suntuosissimamente edificato corti, rcche e palazzi.  E non ricorda il valentuomo, che Giangaleazzo faceva edificare il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia? Altre accuse, e non lievi, gli vengono mosse dallo stesso Corio, il pi discreto e il meno appassionato tra i cronisti de' suoi tempi.
.
Il criterio storico ne insegna prima di tutto, che alle enfatiche apologie dei panegiristi bisogna fare un vistoso diffalco.  antico destino, che i potenti non abbiano mai ad essere onorati dalla compagnia della verit. Se la lode accanto ad essi divien troppo frondosa, alle spalle il biasimo non  mai meno esagerato. Assai spesso la verit balba e timida al cospetto di un potente, l'insegue troppo ardita e ciarliera quand'egli  passato.
.
L'opinione del Corio e degli annalisti, che con lui e o dopo di lui accusarono questo principe, hanno una certa autorit; nondimeno la storia, imparziale raccoglitrice dei fatti e giudice competente dell'ordine e della natura di essi, non deve riputarsi inappellabile, fin quando non si saranno raffrontati e contemperati i giudizj emessi in epoche e da persone diverse. L'ardua sentenza intorno ad un uomo  meglio rimessa ai posteri, quanto pi lontani tanto pi autorevoli. Imperocch la storia non chiude mai il suo libro; ed ogni uomo di buon senso, colla scorta dei fatti che da essa apprende, pu a suo talento ripetere il giudizio intorno ad un personaggio o ad un fatto; e confermare od annullare una vecchia sentenza.
Riassumo brevissimamente alcune notizie.
.
Anche i pi severi giudici del duca Giangaleazzo non attribuirono a lui un solo atto di crudelt. Egli non applic mai in veruna circostanza quelle leggi di sangue, che condannavano i colpevoli al martirio prima di subire l'estremo supplicio. In un solo caso public un editto, che risentiva la ferocia del secolo; ma vi fu indutto da forte ragione. Trattavasi di un delitto che, ad un grado speciale di perversit, accoppiava il pericolo di conseguenze irreparabili. Un dispaccio apocrifo, munito della firma ducale falsificata, sfrutt la splendida vittoria di Jacopo dal Verme contro i Gonzaga. Giangaleazzo, memoro altres di ci che aveva fatto Medicina in danno d'Agnese, aggrav la pena dei falsarj, e promulg un bando che li condannava alle fiamme.
.
Per confessione degli stessi suoi nemici, molte furono le buone leggi con cui provide al civile ordinamento dello Stato. Taluna parve s nuova ed avanzata pei tempi, che dest forse qualche scandalo per la sua strana precocit. Institu i consigli di giustizia, e sottopose a norme inviolabili l'interpretazione e l'applicazione degli Statuti, togliendo l'arbitrio ai magistrati, onde spesso le pi savie leggi erano fatte inefficaci ed inique. Cre una magistratura per le entrate, incaricandola di regolare i tributi sulla norma dei bisogni; di porre un freno all'ingordigia degli esattori; d'impedire i balzelli e le concussioni. Ordin la consegna degli ostaggi e la demolizione delle rcche, nelle quali i feudatarj esercitavano atti di capricciosa tirannia.
.
Rese produttive varie sorgenti di publica ricchezza, e vi attinse i mezzi a ristorare l'erario: quelle imposizioni, che allora forse recarono qualche scandalo, divennero pi tardi una fonte naturale d'entrata per ogni governo. Pose, a cagion d'esempio, un'imposta sugli atti notarili; introdusse il bollo per la validit dei documenti; prescrisse che i viandanti si facessero conoscere per mezzo di carte rilasciate dall'autorit. Comp ed illustr la raccolta degli Statuti patrii fino all'anno 1396. Fren le violenze private, limitando il diritto di portare le armi. Ordin in fine che negli atti publici si sopprimesse l'uso della parola popolo, e le venisse sostituita quella di comune.
.
La maggior parte degli storici si levano indignati contro questo decreto, e lo chiamano frutto di una politica codarda perfino al cospetto dei fantasmi. Si disse che Giangaleazzo odi il governo popolare, che cerc di distruggere le franchigie tradizionali, che combatt la libert, che ne odi perfino la parola. Ma ecco quanto osserva intorno a ci un illustre nostro contemporaneo, che non sar per certo preso in sospetto di troppa indulgenza coi tiranni. L'isolato racconto della soppressione della parola popolo ce lo fa,  vero, odioso, ma quando nei motivi della sua legge lo vediamo esortare la parola comune pel desiderio della concordia della nobilt col popolo, noi vi applaudiamo. 
.
Difatto egli pens di spegnere fino la voce e la memoria delle lotte sociali, che laceravano il paese: coll'abolizione di una parola volle abolito il fatale antagonismo fra la plebe e la nobilt. Nella parola comune, egli raccomandava la solidariet delle varie classi, la maggior possibile eguaglianza sociale. I suoi antecessori avevano compresse le fazioni, e quelle tacevano rassegnate a malincuore. Sotto il suo governo elleno andarono mano mano scemando per mancanza di vitalit: ogni classe, ogni citt, ogni borgo doveva fare sacrificio delle privilegiate franchigie a pro della patria, affinch tacitamente si costituisse in nazione. I fatti precedevano il grande concetto.
.
Dopo la lega lombarda, l'Italia aveva fatto un gran passo verso la libert; ma il principio di una dipendenza al trono imperiale, come si  gi detto, veniva consacrato di bel nuovo nella stessa pace di Costanza. A scuotere completamente il giogo straniero, richiedevasi la presenza di un pericolo costante, che legasse in un fascio le armi delle piccole republiche, e le rendesse immemori delle glorie parziali ed effimere. Allontanato il pericolo, i comuni, i prncipi ed i pontefici studiavano per lo contrario di guadagnare per s quell'influenza che avevano tolta alla podest straniera; anzi, acciecati dall'interesse e dopo breve tempo scordato il patto fraterno, ricorrevano alla tutela dello straniero per far prevalere le loro pretensioni.
.
Se ad ingentilire un popolo bastasse la vita di un uomo, l'educazione sarebbe stata il pi efficace mezzo ad ottenere lo scopo vagheggiato; ma in quel secolo d'ignoranza e di pregiudizj, mentre i tirannelli e le republiche non vedevano altro nella patria che una preda disputata; la speranza di diffondere e di consacrare un concetto tanto nuovo e sublime diveniva folla. Era necessario che l'idea s'incarnasse nel braccio e nel senno di un uomo; bisognava che il popolo subisse un mutamento dalla mano inesorabile di chi lo reggeva; bisognava che avvenisse di noi quello che avviene dell'infermo, liberato da un malanno ignoto per l'opera violenta del chirurgo.
.
Grave accusa vien fatta al governo di Giangaleazzo per la sua slealt verso i principi italiani. Vero  che le sue alleanze furono, o parvero sempre, dettate da momentanei interessi. Sovente le rappresaglie e la guerra ruppero le giurate amicizie, prima di un avviso, e senza nemmanco un'apparenza di ragioni. Ma egli non sacrific a queste fuggevoli associazioni il voto e l'interesse della nazione che risurgeva. Nelle guerre coi signori della Scala e coi Carraresi rispose alla tacita preghiera di due provincie maltrattate dalla pi odiosa tirannide. Soltanto Firenze si lev tutta in armi contro lui; e fu infatti davanti alla unanimit di un popolo che le sue forze si mostrarono meno potenti.
Non gli facciamo torto s'egli non apparve un grande capitano. La guerra per lui non fu il fine, ma il mezzo de' suoi disegni. Un principe, che in quel secolo attendeva tranquillo all'ordinamento civile dello Stato e ne affidava la difesa e l'onore ad abili condottieri,  a considerarsi come un unico esempio tra' suoi pari. Noi dovremo anzi considerarlo come il migliore dei prncipi guerrieri, badando al fatto, che durante il suo regno le armi italiane furono sempre vittoriose.
.
Per mezzo di strenui e peritissimi condottieri, quali furono Alberico da Barbiano, Jacopo dal Verme, Ottobono Terzo e Facino Cane, egli procacci al suo secolo ed al nostro paese la gloria ed i vantaggi di un'arte nuova che raddoppia l'impeto delle schiere colla tattica e la disciplina. D'allora in poi scem in Italia la fatale influenza dei capitani di ventura d'oltralpe, che, coperti di un'assisa mercenaria, manomettevano crudelmente le povere provincie, contro cui o per cui combattevano.
.
Non si deve passare sotto silenzio, come durante un governo commosso da continue guerre, e preoccupato da un intento quasi temerario, il primo duca favorisse gli studii e le arti della pace. L'universit di Pavia, fondata da suo padre, tocc l'apice dello splendore per opera di lui. Band dalla sua corte le frivole smancerie dei cavalieri e dei trovatori; e, privilegiando della sua amicizia i dotti, introdusse fra i suoi intimi una piacevolezza egualmente cortese, ma pi franca e veritiera.
.
Suo padre e suo zio avevano munito le citt soggette di rocche inespugnabili, profondendo immensi tesori per preservare la timida sovranit dagli assalti dei nemici e dall'ira delle popolazioni. Giangaleazzo, mentre faceva guerra ai confini, e combatteva nell'interno le velleit municipali, pot meditare ed avviare l'erezione dei due pi stupendi edificii religiosi del suo secolo: il duomo di Milano e la Certosa di Pavia.
.
N il grandioso concetto eragli consigliato dalla vana ambizione dei tiranni, che con un tratto di penna ipotecano il genio e la ricchezza dei sudditi, per poi usurpar loro il diritto alla immortalit.  fama che lo stesso duca convocasse presso di s gli architetti di varii paesi, e discutesse seco loro la scelta di un tipo e l'appropriata sua decorazione; anzi non  temerario il supporre con qualche cronista, che fra gli anonimi maestri, che tracciarono od ampliarono quei vasti progetti, debbasi registrare il nome dello stesso duca.
.
Arricch di una pingue dotazione i due monumenti; e con una accortezza, che non accenna per certo alla coscienza timida che gli venne attribuita, seppe usufruttare per s le pingui esazioni della corte romana, ottenendo da Bonifacio Nono che partecipassero all'indulgenza del giubileo, l'anno 1390, quei fedeli che offrivano al nuovo tempio due terzi della somma necessaria pel pellegrinaggio a Roma. Il ripiego fu sapiente; e il persuaderne la corte romana dev'essere stata opera pi ardua, che a noi non pare a prima giunta.
.
A chiudere questi cenni convengono le parole del lodato scrittore. Io non proporr mai questo principe per modello, scrive P. Litta, ma per noi Italiani gli  di tutti il pi importante. Prometteva all'Italia l'unit politica. Da Stefano Nono in poi, molti vi si erano accinti, ma nessuno pi di lui si avvicin alla meta. Ebbe per oppositori in parte gli imperatori, ma pi ancora gli stessi suoi connazionali. La profusione dell'oro e le scissure della Germania lo rendevano tranquillo da un lato, ma l'interna reazione non gli lasciava la possibilit di una riescita.
.
L'Italia, nei posteriori avvenimenti, ha veduta giustificata l'utilit della tentata impresa della nostra monarchia; per cui, concedendo tutto ci che v'ha in Giangaleazzo di pi odioso, non si potr mai impugnare, come, essendo egli giunto a tanta potenza da far sperare la stabilit di una vicina grandezza, fosse un dovere di consacrarci all'esaltamento di lui, mentre nei trionfi del Visconti erano concentrati gli interessi e l'onore nazionale. Ma noi, incapaci di penetrare nelle tenebre del futuro, ci opponemmo agli sforzi di un uomo, che tentava di modellare la nostra penisola sulla situazione delle grandi monarchie, che si stavano preparando in Europa: onde, giunte queste a singolare grandezza, l'Italia indispensabilmente ne fu la vittima.
...
.
...
CONCLUSIONE.
...
.
...
157.
...
.
...
Io credo che, se le erbe selvatiche di uno scopeto fossero dotate della parola, non se ne varrebbero per lodare un albero frondoso e fruttifero, che per caso surgesse loro nel mezzo. V'ha un genere di miseria, che non riconosce s stessa, e che si mostra quasi superba della propria nullit. Vi sono degli invidiosi che tentano di consolarsi, negando agli invidiati quel merito che da loro appresero a desiderare. Questa  una delle ragioni per cui gli storici dei secoli passati, ed i potenti che gl'inspirarono, non riconobbero nel nostro eroe una fortunata eccezione dei tempi. Le successive sventure guidarono i posteri a pi equo giudizio; il male fece apprezzare il rimedio, quando l'opportunit di applicarlo era passata.
.
Ma la storia dei fatti, che ne mostra lo scopo a cui mirava quel principe,  ben diversa dalla storia dell'uomo e delle cause delle sue azioni. La prima scende a cercare le conseguenze, l'altra risale a scoprire l'origine degli avvenimenti.
Non  sempre vero che le grandi imprese sieno il risultato di virt egualmente grandi. Come v'ha talvolta il figlio degenere dal padre, cos vi sono delle piccole cagioni che partoriscono grandiosi effetti. Questo avviene tanto pi facilmente se il caso si compiace di accumulare varie piccole circostanze, e di farle concorrere ad uno scopo unico e determinato.
.
L'albero, che ombreggia il campo sterile, non  debitore della sua prosperit soltanto all'ottima natura del seme;  probabile che il concorso di molti incidenti, parzialmente inefficaci, abbiano contribuito a sollevarlo dalla miseria che lo circonda. Vediamo brevemente se la vita di Giangaleazzo pu dirsi determinata dalla fortuita associazione di circostanze atte a favorire in lui lo sviluppo di tendenze speciali: e, in caso affermativo, quali esse sieno state.
.
Per certo non gli poteva bastare l'aver sortito dalla natura un ingegno sagace, una volont ferma, una costanza di proposito privilegiata. Altri prima di lui possedevano queste doti; nessuno vide meglio e vagheggi pi da vicino la meta. Era egli forse guidato dall'ambizione? Questo sentimento, fonte ordinaria delle pi ardite imprese,  per solito insofferente degli indugi ed indisciplinato nell'uso dei mezzi. Non  a credersi ch'egli avrebbe saputo sacrificare a questo idolo la sua giovent, n che avrebbe aspirato a meritarsi la gloria e l'immortalit, sopportando la dimenticanza e lo sprezzo pei migliori anni della sua vita.
.
L'ambizioso non cede la certa gloria dell'oggi, per la incerta del dimani; non aspira alla potenza, battendo la via delle umiliazioni. Egli obedisce alla propria passione; non la domina, n la contiene, molto meno la dirige a nobile scopo. Colui che sa mettere d'accordo i suoi individuali interessi con quelli di un popolo, che fa della gloria del suo paese la gloria sua, fosse anche stimolato dal meno nobile amore di s, non deve essere accusato di colpevole ambizione.
.
Tutti gli atti, che inspirarono il governo del primo duca, rivelano in lui una mitezza di carattere nuova pei tempi; egli fu dunque ambizioso d'apparire giusto, clemente, umano. Vide che i tirannelli moltiplicavano in Italia i punti di contatto tra le terre nostre e lo straniero; egli ebbe l'ambizione di sostituire al secolare despotismo dei feudatarj dell'impero una sovranit forte, assoluta, ma unica e nazionale. Divenuta la guerra un bisogno, egli amb di avere a' suoi stipendii i migliori capitani, e rialz la fatale necessit delle armi al grado di gloria italiana. Infine, mentre i suoi capitani vincevano per lui, egli ambiva di associare il suo nome allo splendore dei monumenti e alla saggezza delle civili instituzioni.
.
Una gran parte di tutto ci, era merito del suo animo. Per, com'egli vinceva i nemici col braccio de' suoi soldati, cos superava le interne lotte dell'animo ajutato dagli affetti delle persone care. L'idea di Maffiolo Mantegazza era divenuta sua; l'amore di Agnese non era il premio, ma piuttosto il motore delle sue azioni.
.
Noi abbiamo lasciata l'infelice madre a Pavia, sfuggita per prodigio da una perfida insidia, tramata dalla gelosia della principessa Caterina. Costei scord le sue vendette, quando lo sposo, lanciandosi nelle ardite imprese, le fece travedere lo splendore di una grandezza inaspettata. Cess di volgere l'occhio sinistro alla supposta rivale, dacch riconobbe che ella sola poteva spingere il duca sulla via della gloria. Tre anni dopo la cattura di Barnab, Caterina divenne madre. Questo fatto, che distruggeva le supposizioni del malefico prestigio della rivale, cancell ogni avanzo di rancore, e risvegli in lei a pro d'Agnese tutta quella benevolenza, di che il suo cuore era capace.
Agnese, non pi l'amante di Giangaleazzo, era il genio delle sue vittorie. La severa presenza di questa donna aveva finalmente costretto al silenzio le malediche lingue degli scioperati. V'ha nella virt un'impronta cos solenne ed autorevole, che comanda rispetto perfino ai malvagi.
.
Il pensiero di Maffiolo, reso sacro dalla sua morte e riscaldato dall'amore ardentissimo per la figlia di lui, diveniva pel duca un destino, una necessit, un voto che non si poteva infrangere. Agnese glielo ricordava col suo aspetto, colla pratica costante delle sue virt, colle prove sviscerate del suo amore materno, la cui dolcezza, malgrado ogni riserbo, risaliva fino a lui. Tra il duca ed Agnese esisteva il piccolo Gabriello. Non era dunque necessario che l'uno rammentasse all'altro le gioje trascorse e le mutue promesse; queste e quelle erano quotidianamente resuscitate dalla presenza di un pegno d'amore, sul quale s'incontravano e s'abbracciavano in silenzio due esistenze allontanate, ma non divise.
.
Grande  la potenza di un affetto. A quei tempi, sotto la cotta d'armi, non di rado palpitavano cuori s morbosamente sensibili che, tenendo in niun cale la vita, l'esponevano ad aspri cimenti per meritare il sorriso di una donna. Ma gli effetti di questi improvisi incendj erano passaggieri, come il premio a cui aspiravano. L'impero d'Agnese sull'animo del duca non fu mai n artificioso, n violento. Non aveva ella bisogno di porre in rilievo le sue doti; e molto meno di soggiogare colla forza delle armi feminili un animo gi troppo a lei vincolato. Il duca era stretto ad Agnese da un legame assai pi nobile. L'affetto di costei era il tacito moderatore delle sue impazienze, il discreto consigliero delle sue incertezze, il fido alleato, sempre pronto a dividere con lui la buona come la mala fortuna.
.
Asserirono gli storici che Giangaleazzo, al principio del suo governo, fosse timido ed inetto a grandi cose. Lo fu difatto: ma cess di esserlo quel giorno in cui scoperse d'avere al fianco il genio della patria incarnato nella erede di Maffiolo. Ecco l'unica e fortuita circostanza, che trasse dal nulla l'uomo, e lo avvicin agli eroi. Senza l'amore di questa donna, senza il vivo ed efficace impulso delle sue sollecitudini, egli avrebbe lasciato languire il suo disegno, disperando forse di vederlo compiuto.
.
Un legame s nuovo e s straordinario non si allent mai; perocch Agnese, esperta del passato, lo aveva posto sotto la salvaguardia della virt. L'amante poteva essere tradita una seconda volta; l'amica diveniva inviolabile. Perci nei ritrovi privati ella ebbe cura d'aver sempre vicino a s il piccolo Gabriello: la sua presenza era un ricordo ed un avviso. Temperante nella parola, non abus mai del potere che ella aveva sul cuore del duca. Interrogata (e lo era spesso) traduceva nell'affettuoso linguaggio dell'amicizia la rigida sapienza di suo padre. Qualche volta ella si trov discorde dall'opinione di chi l'interrogava; e quasi sempre la resta volont del principe dovette piegarsi all'ingenuo buon senso di una debole creatura.
.
Mentre il duca con una fortuna prodigiosa abbatteva i piccoli tirannelli, Agnese, felicitandolo della vittoria, soleva ripetergli rilzati quanto pi puoi da costoro che hai prostrato nella polvere, solleva il tuo trono colle savie leggi.
.
Quando il duca cadde infermo a Marignano, fu grande il dolore de' suoi famigliari. La stessa Caterina esc dalla sua naturale immobilit; si mostr commossa, ed ebbe gli occhi pieni di lacrime. Ma in mezzo a quelle molteplici espressioni di un dolore sincero, la pi viva e la pi solenne testimonianza d'affetto gli fu data da Agnese. Ella non piangeva, e non pregava colla parola; le sue membra erano immobili, ma le sue pupille, con un'ansiet febrile ed un'angoscia indescrivibile, cercavano il lume ormai spento negli sguardi del moribondo, come una donna vana cerca nella polvere lo smarrito giojello.
.
Quando il duca ebbe esalato l'ultimo respiro, Caterina invent pianti, singhiozzi, stridi adeguati alla circostanza. Le dame si studiavano d'imitarla. Agnese soltanto taceva; ma il suo silenzio, la prostrazione delle forze, il pallore mortale delle sue gote, furono un elogio funebre assai pi eloquente, che non le smanie venderecce dei cortigiani e le ampollose declamazioni degli oratori.
Agnese pens che il voto solenne di suo padre non era sciolto. Ella previde, che Dio protraeva ad altro secolo la sacra impresa di far libera la patria..

Compiuto il rito funebre, Agnese stabil di abbandonare Milano e di ritirarsi a Pisa che, per testamento del duca, era concessa in feudo a Gabriello Visconti. Partirono con lei il figlio gi diciottenne e Canziana; la quale, bench vecchia ed infermiccia, aveva colle lacrime agli occhi implorata la grazia di morire vicino a' suoi padroni.
.
In quella citt credette Agnese di trovar rimedio al suo dolore. Si propose di vivere nel passato, di raccomandare l'avvenire di suo figlio all'amore del popolo, di spargere in mezzo ad esso il salutare esempio della virt e della carit verso la patria. Sper l'infelice di potere ivi promovere e coltivare i reconditi disegni di suo padre e del duca. E poich non era suonata l'ora del riscatto d'Italia, ella aveva risoluto di affidare ad un popolo generoso e guerriero il sacro deposito della grande idea, certa che, ove fosse compresa, sarebbe in breve divenuta feconda dei pi luminosi risultamenti. Ella s'ingann.
.
Morto il duca di Milano, i capitani, che guidavano le sue armi, non poterono accomodarsi ad una reggenza gretta, ingenerosa, sorda ad ogni consiglio. Disfatto l'esercito italiano, Firenze riacquist la sua libert municipale. Il suo vessillo esc come in trionfo dalle mura sguernite, e port nel territorio vicino, col rancore del subto oltraggio, il desiderio della vendetta. Pisa fu la prima citt, che ud l'invito, e si sollev contro il biscione. Le gravezze, inseparabili da qualunque governo, sembrarono esorbitanti ai Pisani, i quali troppo a malincuore s'accomodavano all'obedienza verso una sovranit lontana, che essi chiamavano straniera ed intrusa.
.
Alcuni cittadini aprirono secrete pratiche con Firenze per liberarsi dal dominio dei Visconti. La congiura fu scoperta; e Gabriello, intimorito dalle minaccie del popolo e de' suoi vicini, credette spegnere la ribellione dannando a morte Francesco Agliato, capo e promotore di essa. Il castigo produsse l'effetto di una provocazione: i Pisani aggiunsero al malinteso dovere di liberare la patria il non ignobile proposito di vendicare la morte di un concittadino. Ruppero allora in aperta rivolta; ed, ajutati dalle milizie fiorentine, piombarono sulle schiere dei Visconti, e per poco non le dispersero.
.
I soldati di Gabriello, educati alla nobile scuola dei condottieri di suo padre, si difesero una prima volta, e respinsero gloriosamente l'assalto. Ma poco dopo il giovine Visconti, che non aveva fiducia nelle proprie forze, os, inconsulta la madre, soscrivere con Bocicaldo Le Meingre, governatore di Genova in nome del re di Francia, un trattato di alleanza, in virt del quale egli cedeva al re il porto di Livorno, a patto che le armi francesi lo proteggessero dalle insidie dei Fiorentini.
.
Gabriello accolse con giubilo i primi frutti di questa sciaguratissima alleanza. Agnese, che serbava scritte nel cuore le saggie parole di suo padre, vi si rassegn, sospirando, e pregando Iddio che disperdesse i suoi funesti presentimenti.
.
I buoni officii del governatore francese ottennero a pro di Gabriello una tregua d'armi; intanto che i Fiorentini proponevano di riscattar Pisa a denaro. L'offerta, male accetta al Visconti, torn opportuna al suo alleato, che in quel punto desiderava l'amicizia di Firenze, ed agognava a mettere mano sul prezzo, per sottrarre da esso una pingue senseria.

I Pisani, informati delle trattative avviate, lieti di far sorte comune con Firenze, non pensarono che il mediatore dell'intrigo era tal uomo, che non avrebbe mai posposti i suoi interessi a quelli di una povera citt italiana. La speranza del promesso riscatto li fece sordi e ciechi ad ogni savia rimostranza. Il popolo pisano convalid la proposta, ripigliando le armi contro il Visconti.
.
Il giorno 20 luglio 1405 Pisa era divenuta un campo di battaglia. Alla frantesa convinzione, che in quel d si combattesse per la salute della patria, tutto il popolo si lev furibondo, ed attacc con eroico coraggio le schiere del Visconti. Queste si difesero con pari valore; respinsero una, due volte l'attacco; ma alla fine dovettero cedere al numero e all'impeto dei rivoltosi. Gabriello ed Agnese, seguiti dalla vecchia compagna, ebbero scampo nella rcca, presidiata da soli duecento cavalieri e da pochi fanti.
...
.
...
158.
...
.
...
Intanto che la rcca veniva apparecchiata all'estrema difesa, la madre chiam a s Gabriello; ed, abbracciatolo con una tenerezza ancora pi viva del solito, ed invocata sul capo di lui la benedizione del cielo, pot rinovargli una salutare lezione. Gli ramment anzitutto il suo grave fallo; e gliene fece toccare con mano le terribili conseguenze. La prima e la pi grave tra quelle era la necessit di volgere le armi contro i suoi cittadini; dacch questi, insurgendo, prestavano involontario soccorso alle cupide pretensioni di un avventuriero. L'unico rimedio al suo errore era la vittoria; l'unica emenda il ridonare a' suoi cittadini quella libert che bramavano, affinch per l'avvenire non la chiedessero ai nemici comuni. Vincitore, o vinto, doveva Gabriello rompere il funesto patto che lo faceva servo ad interessi estranei. Gli disse, essere mille volte meglio morire, che non ottenere in grazia la vita, e pagarla col sacrificio della propria dignit. Guai, conchiuse ella, a quell'uomo ed a quel popol che spera di ottenere libert dalla tirannide altrui. Non pu essere lecita alleanza quella che ti costringe a combattere al fianco dei nemici della tua patria. Le promesse dell'avventuriero, anche quando fossero generose, tornerebbero sempre a danno di chi le sollecita e le accoglie. Figliuol mio, che tu sia o no signore di Pisa  troppo piccolo interesse, perch tu scorda d'essere, ad ogni modo e a dispetto d'ogni fortuna, un Visconti e un duce italiano. Dopo ci, scioltasi dagli amplessi del figlio, e rinvigorita dal coraggio che le inspiravano l'amore di madre e la carit ardentissima verso la patria, vest armi e corazza. Sorella primogenita di Caterina Riario, s'apprestava a combattere l'ultima battaglia al fianco di suo figlio, ed alla testa dei pochi che gli erano rimasti fedeli.
.
La nostra eroina sotto quelle spoglie era ancora meravigliosamente bella. Noi, che abbiamo spesa qualche parola nel dipingerne l'avvenenza florida e giovanile d'altri tempi, dovremo aggiungere che gli anni e le sventure avevano modificata, non deteriorata, la sua bellezza. La severit del volto ingentilita dagli affetti, la regolarit dei lineamenti ravvivata dalla espressione alterna ed incalzante della passione, la vigora delle forme congiunta alla prontezza dei movimenti facevano di lei il tipo vivo delle sognate amazzoni. Ma, mentre il braccio era fermo e la fronte imperturbata, il cuore parlava dall'occhio un ben diverso linguaggio; era ancora e sempre il cuore della madre e della donna. La poveretta indovin che i suoi dolori avrebbero fine; ma present ad un tempo che altro a lei carissimo doveva sopravivere e soffrire. Prima di vestire l'armatura e di confondersi coi soldati, s'inginocchi; e, rivolta la mente a Dio, non gli chiese la vittoria, ma invoc la grazia di vivere con suo figlio, poich ella prevedeva ch'egli dovrebbe provare le acerbit della fortuna.
.
I momenti erano preziosi. La folla dei nemici, ingrossata intorno alla rcca, colpiva le mura colle pietre e i difensori colle balestre. Il cielo mesceva le sue ire a quelle dei combattenti. Un denso velo di nubi copriva tutto l'orizzonte, e s'avanzava a poco a poco spargendo di tenebre il campo: quell'eroismo fratricida era ingrato a Dio. Frequenti lampi vincevano il balenare delle armi; il tuono rumoreggiava prima cupo e lontano, poi interrotto da clamorosi scoppii, che facevano tremare la terra, e si prolungavano in un muggito assordante. Pareva che la natura volesse divenire sorda e cieca alle bestemmie ed alle violenze che si scambiavano gli assalitori e gli assaliti.
.
Le baliste e le petriere lanciavano enormi macigni. Ripetendo incessantemente le percosse nella parte pi debole della rcca, la coprivano di fessure, sfondavano i mattoni, spezzavano gli archi morti, facevano piovere nella fossa sottoposta lo sfasciume della ruina, riempiendo l'aria di scheggie e di polvere e spianando la via agli assalitori.
.
Il campo pisano era gi seminato di cadaveri: alcuni colpiti dalle armi degli assediati, altri, in maggior numero, pesti ed uccisi dalla colluvie stipata che ingrossava ad ogni istante. I colpi degli assediati non miravano invano; e la vista degli oppressi e dei morti ravvivava sempre pi il furore degli assedianti. Alcuni gi toccavano le mura; altri tentavano di appoggiarvi le scale; i pi arditi facevano degli sforzi per salire sul rivellino, ponendo il piede e la mano nel cavo delle screpolature, o sovra le pietre sporgenti dai ruderi.
.
Sugli spalti, dove ferveva maggiormente la battaglia, a fianco dei pi coraggiosi, talora davanti a tutti, vedevasi un guerriero dalle armi forbite e colla visiera calata, che, tenendo in una mano il vessillo visconteo, nell'altra la spada, animava colla parola e coll'esempio i compagni. Era Agnese che, dimentica di s e del pericolo, teneva vivo ne' suoi fidi l'ardore della difesa.
.
Ma i valorosi, che pugnavano con lei, compresero, pur troppo, che la resistenza, fosse pur costante e disperata, non sarebbe mai vittoriosa. Lo scrosciare delle pietre annunciava il guasto crescente delle mura; le grida vicine e distinte attestavano che i nemici erano ad un passo dalla breccia. Nondimeno si pugn con eroico coraggio anche dall'alto della rcca. Gli audaci, che avevano osato appressarvisi, erano respinti colle aste e coi dardi; i primi, che avevano tentato di scalare la bastita, venivano ruzzolati di colpo nella fossa.
.
I Pisani, vedendo che l'assalto costava troppo gravi sacrificii, ripigliarono l'uso delle macchine da guerra per aprire la breccia all'angolo del rivellino, su cui era addensato il maggior numero di difensori. L'operazione procedeva alacremente con visibile danno del fortilizio. Gi il terrapieno, straziato da mille fessure, era vicino a scoscendere. Il contramuro, che lo rinfiancava, assottigliato dalle percosse, sostenevasi a mala pena sur una pietra fortuitamente invulnerata. Bastava un colpo ben diretto ad abbattere quel sostegno, ed a travolgere, colla pi gran parte del muro, gli incauti che vi stavano sopra.
.
Un pi grosso macigno, lanciato con straordinario impeto, arriv netto allo scopo; la muraglia fu d'improviso nascosta da un nuvolo di polvere; un rombo spaventevole e prolungato annunci il crollo della bastita. I militi del Visconti, al sbito traballare del suolo, ebbero tempo di porsi in salvo, retrocedendo precipitosamente; ma Agnese, o inconsapevole del pericolo o disperatamente audace, rimasta immobile al posto, cadde travolta nel terrapieno sfranato. Le scheggie, i frantumi ed il terriccio sollevato in aria dalla scossa, ripiombarono su lei, e la sepellirono nelle ruine.
.
Alle strida degli assediati rispose un grido selvaggio del popolo vittorioso. I Pisani si precipitarono contro la breccia, e s'apparecchiavano a salirla. Il cadavere dell'infelice Agnese avrebbe servito di scaglione ai furibondi popolani, che anelavano a lanciarsi nella rcca, per passare a fil di spada quanti vi erano rimasti.
.
Bocicaldo Le Meingre, il quale aveva assecondato il procedere dei Pisani, affinch il Visconti ridutto agli estremi s'arrendesse ai patti stipulati da lui, pens allora di far prevalere un sentimento di umanit, e d'impedire il completo trionfo dei rivoltosi. Perocch se questi avessero occupata la rocca, ogni speranza di compromesso tra i Visconti ed i Fiorentini sarebbe svanita. In questo caso, egli perdeva l'opportunit d'acquistare una vantaggiosa influenza in Italia; ed era costretto a rinunciare al pingue lucro dell'arbitramento.
Gli araldi, che si trovavano al campo, per suo ordine fecero squillare le trombe; ed arrestati i vincitori, publicarono in nome del governatore una sospensione d'armi. I Pisani, che avevano disprezzato la voce di un principe italiano, ascoltarono docilmente il comando dell'intruso intermediario.
.
Memore delle ultime parole della madre, Gabriello avrebbe dovuto respingere ogni proposta. Non gli rimaneva pi che a lanciarsi nella ruina ed a morire accanto a lei. Il ferro fratricida gli sarebbe stato meno fatale che non le lusinghe di un falso amico. Sventuratamente non ebbe il coraggio o la previdenza della scelta. Sgomentato dall'impeto dei vincitori, commosso dalla inevitabile sorte de' suoi compagni, colpito nel pi profondo dell'anima dall'inaspettata morte di sua madre, accolse la proposta di Le Meingre, e grad la tregua. Scelse di sopravivere alla sconfitta per rendere i dovuti onori alla spoglia materna. Forse sper di potere pi tardi vendicarla.
Gli araldi interposero fra le parti belligeranti un contratto gi sottoscritto dai Fiorentini, in virt del quale la citt e la rocca di Pisa venivano da Gabriello Visconti cedute a Firenze dietro un indenizzo di 206 mila fiorini d'oro. La somma doveva esser sborsata in varie quote, ad epoche fisse; il governatore Le Meingre, ricevendo in deposito il valore convenuto, si faceva garante della esatta osservanza dei patti presso le due parti contraenti.
.
Gabriello fece diseppellire dai ruderi il cadavere di Agnese. Se il dolore e la piet figliale non l'avessero istintivamente condutto innanzi alla sua spoglia, invano avrebbe egli tentato di scoprire le angeliche sembianze di sua madre in quella salma pesta e deforme. Le vennero prestati gli estremi onori con splendidi funerali. Vuolsi che, appena cessato il furore della battaglia, gli stessi nemici le tributassero uno schietto e profondo rimpianto. Gabriello part pochi giorni dopo, seguito da pochissimi suoi fidi, fra i quali non v'era pi Canziana. La buona donna non pot sopravivere alla disgrazia della sua padrona: inferm, e la segu poco dopo nella tomba.
...
.
...
159.
...
.
...
Gabriello Visconti si ritir a Sarzana, unica terra del suo feudo, che gli fosse rimasta fedele. Ma Le Meingre non gli consent di godervi quella calma, di cui egli aveva bisogno per ristorare le forze, e riaver il coraggio alla sognata riscossa.
.
Circondato da mille lusinghe visibilmente menzognere, gi travedeva sul volto de' suoi vassalli il contagio della seduzione straniera. Nel 1406 abbandon Sarzana, lasciandovi un governatore, e si diresse alla corte di Gianmaria Visconti, nella speranza di trovare presso il fratello quell'appoggio, ch'egli era deciso di non pi accettare dall'amico infido. Appena fu lontano da Sarzana, i cittadini, istigati da chi governava in suo nome, e sedotti dalle libert promesse dall'astuto Bocicaldo, si ribellarono contro la dominazione viscontea, e dichiararono di voler fare sorte comune coi genovesi.
.
Irritato dal procedere sleale de' suoi vassalli, e pi ancora dagli scelerati intrighi del governatore di Genova, che mirava a privarlo di tutto, s'un ai ghibellini nell'intento di porre un freno alle ambiziose mire dei francesi. Battuto una volta dai guelfi, capitanati da Jacopo dal Verme, presso Binasco l'anno 1407, trov un ricovero ed una prigione nel castello di Porta Giovia in Milano. L'anno seguente cambi il carcere nel bando; err qualche tempo per le citt del Piemonte; e alla fine risolvette di recarsi a Genova per chiedere al governatore la somma di ottanta mila fiorini d'oro, che gli erano ancora dovuti per la cessione di Pisa.
.
Ma Le Meingre, mallevadore del contratto e depositario della somma, trov miglior partito di sbarazzarsi del creditore, accusandolo di essere venuto a Genova per congiurare a danno dei guelfi, e per rimettere la citt in potere dei ghibellini. Gabriello fu quindi imprigionato; la stranissima accusa venne autenticata dalla tortura: e il reo, posto ai tormenti, confess l'imaginaria conspirazione e la sua complicit; onde fu dannato a morte e decapitato, il 15 dicembre 1408. Dopo ci, Le Meingre ritenne la somma come legale confisca dei beni di un fellone.
Dio era stato pietoso chiamando a s la povera Agnese prima di quell'infaustissimo giorno.
...
.
...
FINE.